La sovranità tecnologica europea sta passando dalla teoria alla pratica quotidiana, dai documenti programmatici alle applicazioni utilizzate ogni giorno. La Commissione europea ha introdotto Element Pro come sistema interno di riserva – di back up insomma – per Microsoft Teams, con l’obiettivo di mantenere operative le comunicazioni anche nell’eventualità di un’interruzione del servizio principale. Una scelta che offre un piccolo, ma significativo, banco di prova della strategia con cui Bruxelles vuole ridurre le dipendenze tecnologiche esterne.
Element Pro gira sull’infrastruttura controllata dalla Commissione ed è basato su Matrix, protocollo aperto e decentralizzato per le comunicazioni. Rimanendo Teams ancora lo strumento principale, Element si configura, almeno nella fase attuale, una seconda linea destinata alla continuità operativa, più che il primo passo di una migrazione generalizzata fuori dall’ecosistema Microsoft.
La distinzione è importante anche per interpretare le critiche emerse all’interno dell’istituzione. Politico ha riportato i giudizi molto negativi espressi da alcuni funzionari su un forum interno, con dubbi sull’utilità e sull’esperienza d’uso della nuova piattaforma. Si tratta però di un numero limitato di testimonianze anonime, che non equivale a una valutazione tecnica delle prestazioni del sistema né permette di misurare il giudizio complessivo del personale della Commissione.
Il caso mette però in evidenza una questione destinata ad accompagnare l’intera politica europea per la sovranità tecnologica. Costruire un’alternativa a un servizio statunitense consolidato significa intervenire su dati, infrastrutture e giurisdizione, ma anche confrontarsi con anni di integrazioni, consuetudini e funzioni accumulate dai prodotti dominanti.
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Il passaggio a un’adozione diffusa
Element Pro consente messaggistica, chiamate audio e video, condivisione di file e la creazione di spazi di collaborazione. La versione professionale è pensata per organizzazioni che vogliono mantenere sotto il proprio controllo l’ambiente di comunicazione e può essere utilizzata insieme a Element Server Suite Pro, la distribuzione commerciale basata sull’ecosistema Matrix.
L’adozione della piattaforma è frutto di un percorso iniziato nell’ottobre del 2025 quando, alla Matrix Conference dell’ottobre 2025, Nicolas Dubois, funzionario Commissione europea, aveva presentato una sperimentazione di Matrix realizzata esplicitamente con l’obiettivo di ottenere comunicazioni più resilienti e maggiormente controllabili dall’istituzione.
Ora Bruxelles ha deciso di introdurre questo sistema e il problema da affrontare riguarda soprattutto l’utilizzo effettivo. La disponibilità di un sistema indipendente perde parte del proprio valore se, nel momento in cui occorre ricorrervi, gli utenti faticano ad adottarlo o le funzionalità risultano sensibilmente distanti da quelle a cui sono abituati.
La sovranità Ue non coincide con il passaporto del fornitore
La vicenda offre anche un chiarimento sul significato che Bruxelles attribuisce alla sovranità digitale. Element è una società britannica e il Regno Unito non fa parte dell’Unione europea. Considerare per questo la soluzione incompatibile con qualsiasi obiettivo di autonomia sarebbe però riduttivo.
Il Cloud Sovereignty Framework elaborato dalla Commissione mostra un approccio più articolato. Per gli acquisti di servizi cloud delle istituzioni europee, Bruxelles ha individuato 48 criteri distribuiti in otto aree, che comprendono aspetti strategici, giuridici e giurisdizionali, controllo dei dati e dell’AI, operatività, supply chain, autonomia tecnologica, sicurezza e sostenibilità.
Con questo modello la provenienza del fornitore conta, ma viene inserita in una valutazione più ampia sulla possibilità di controllare tecnologie, dati e dipendenze. La Commissione stessa ha chiarito, in occasione dell’assegnazione nel 2026 dei contratti per il cloud sovrano, che anche tecnologie non europee possono raggiungere determinati livelli di sovranità se utilizzate all’interno di condizioni e garanzie adeguate.
Nel caso Element, uno degli elementi rilevanti è quindi la possibilità per la Commissione di ospitare il sistema sulla propria infrastruttura, anziché dipendere integralmente dal cloud del fornitore. Al tempo stesso, l’esempio dimostra quanto sia difficile ricondurre la sovranità alla sola localizzazione dei server: contano l’architettura del software, la possibilità di cambiarne i componenti, l’interoperabilità, la disponibilità delle competenze necessarie a gestirlo e l’assenza di dipendenze difficili da sostituire.
Open source, Bruxelles prova ad allargare il campo
Il progetto si colloca in una strategia che nel corso del 2026 ha assunto una dimensione molto più ampia. Con il European Technological Sovereignty Package, presentato il 3 giugno, la Commissione ha riunito interventi su semiconduttori, cloud, AI e software aperto, indicando esplicitamente la riduzione della dipendenza dai fornitori extra-Ue tra gli obiettivi dell’azione europea.
Un ruolo specifico è affidato alla nuova EU Open Source Strategy, pensata per ampliare l’adozione di ecosistemi aperti e interoperabili, anche all’interno delle amministrazioni pubbliche. Matrix si inserisce in questa logica: è uno standard aperto e decentralizzato sul quale possono essere costruite diverse applicazioni e infrastrutture, senza obbligare tutte le organizzazioni partecipanti a dipendere da un unico sistema centrale.
Il modello sta trovando spazio anche fuori dalle istituzioni comunitarie. La Francia ha deciso di generalizzare entro il 2027 Visio, il servizio di videoconferenza sviluppato dalla Direction interministérielle du numérique, con l’obiettivo dichiarato di sostituire progressivamente le soluzioni extraeuropee nella pubblica amministrazione. In Germania il Zentrum für Digitale Souveränität sta invece sviluppando attorno a openDesk un ecosistema di servizi per produttività e collaborazione, coinvolgendo anche cloud provider e integratori privati.
Per l’autonomia tecnologica serve anche un mercato
Queste iniziative mostrano che la sovranità digitale europea sta progressivamente cambiando natura. Alla regolazione dei grandi operatori tecnologici si aggiunge il tentativo di costruire alternative utilizzabili, interoperabili e disponibili su scala sufficiente per amministrazioni e imprese.
Ed è proprio il caso Element Pro a mostrare quanto questo secondo passaggio sia cruciale a, al contempo, complesso. Il controllo sui dati e sulle infrastrutture aumenta la capacità di reagire a crisi geopolitiche, interruzioni dei servizi o cambiamenti nelle condizioni imposte dai fornitori. Ma una soluzione tecnicamente più autonoma deve anche conquistare utenti abituati a piattaforme sviluppate e perfezionate per anni su mercati globali.
Per Bruxelles la questione assume anche una dimensione industriale. La sovranità diventa sostenibile quando attorno alle alternative esistono sviluppatori, integratori, fornitori cloud, competenze e domanda sufficienti a farle evolvere. Senza questo ecosistema, il rischio è disporre di prodotti pensati soprattutto come soluzioni di emergenza, mantenendo gli strumenti dominanti al centro delle attività quotidiane.
Element Pro, almeno per ora, occupa proprio questa posizione: Teams continua a svolgere il ruolo principale e il sistema basato su Matrix garantisce una possibilità aggiuntiva qualora quella dipendenza diventasse problematica. Le difficoltà della sperimentazione non cancellano quindi la ragione che l’ha originata. Mostrano piuttosto il lavoro ancora necessario perché l’autonomia europea possa trasformarsi da capacità di emergenza a scelta tecnologica ordinaria.



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