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BIG DATA

Berkes (CA Technologies): “Così il digitale spariglia le carte in azienda”

L’executive vp e Chief technology officer: “L’integrazione ‘master’ tra IT e strategie in grado di far decollare il business. Intercettando la domanda dei clienti a velocità doppia rispetto ai follower”

15 Set 2017

Domenico Aliperto

Tra le tante sfide imposte oggi dalla rivoluzione digitale le imprese devono sostenere e governare non solo enormi cambiamenti rispetto ai temi tecnologici, culturali e organizzativi, ma anche sul fronte della capacità di attrarre le risorse più scarse del mercato, quelle destinate a fare davvero la differenza in uno scenario competitivo sempre più liquido: i talenti. Naturalmente il riferimento è prima di tutto a neolaureati e a operatori con comprovata esperienza nell’ambito degli analytics e della data science, ma il discorso è molto più vasto: riuscire a permeare l’organizzazione di quella creatività richiesta per affrontare un nuovo modo di lavorare e interfacciarsi con clienti e partner nell’era dell’always on vuol dire rovesciare il paradigma dei rapporti di forza nell’impresa: “Le aziende non devono più semplicemente chiedersi cosa possono ricevere dai propri collaboratori, devono prima di tutto pensare a cosa riescono a offrire loro, per trattenerli e metterli in condizione di realizzare i migliori risultati possibili”.

Una provocazione? Non per Otto Berkes, executive vice president e Chief technology officer di CA Technologies. CorCom ha incontrato Berkes ieri a Londra, in occasione della presentazione della ricerca “Don’t Let an Outdated Software Strategy Hold You Back“, commissionata a Freeform Dynamics e condotta su un campione di oltre 1.200 responsabili IT (di cui 466 in Europa).

Otto BerkesL’indagine, come suggerisce il nome, è focalizzata sull’importanza che il software e più in generale l’analisi dei dati rivestono ormai per qualsiasi organizzazione, e specialmente per quelle che grazie a DevOps (anche se ormai si parla di DevSecOps: Development + Security + Operations) e automazione stanno sviluppando un vantaggio competitivo tale da essere definite ‘master’, in relazione al mainstream che invece, in questo senso, sembra ancora arrancare. La prima differenza sancita dall’indagine sta nella capacità di generare risultati di business: le aziende della regione Emea più avanzate sotto il profilo digitale, che rappresentano il 21% del campione, registrano ricavi maggiori nell’ordine del 50% e profitti più alti del 70%.

Le aziende “master” sono tre volte più propense ad allineare l’IT con gli obiettivi strategici e il 37% di chi fa capo a questa categoria dichiara che la propria società si sta muovendo velocemente per contrastare i competitor, mentre solo il 16% dei rispondenti delle imprese ‘mainstream’ può dire altrettanto.

Esiste comunque un trend trasversale: lo sviluppo del software è visto come essenziale per il successo dell’azienda nel 41% dei casi. Nel 2015 la percentuale si attestava al 29% e la proiezione per il 2019 parla di un tasso del 49%. Chi però ha adottato questa prospettiva già da qualche anno gode di un indubbio vantaggio: il 57% delle società “master” riesce a comprendere i bisogni dei clienti fornendo conseguentemente una user experience adeguata per accedere a prodotti e servizi, contro solo il 24% dei follower. Questo grazie a una cultura e a una pratica aziendale che supporta attraverso la collaborazione lo sviluppo delle operations, dell’IT e della security. “La sicurezza, in particolare, è fondamentale nella creazione di una esperienza d’uso appagante”, ha spiegato Robert Coleman, Cto di CA Technologies per UK e Irlanda. “Oggi spesso l’IT security è ancora vista come un ostacolo nella gestione delle operazioni, ma in un mondo transazionale che non ha più barriere corrispondenti ai confini dell’azienda, i perimetri sono definiti dalle identità, ed è sulle identità che va costruita la user experience”.

Colmare il gap e portare l’azienda nel novero delle organizzazioni che la ricerca definisce “master” significa prima di tutto dotarsi dei giusti talenti. Circoscrivendo i risultati dello studio al mercato italiano, il 72% delle imprese ha difficoltà ad assumere creativi in grado di sviluppare nuove app e che il 68% delle aziende fatica ad attrarre professionisti esperti nelle metodologie e tecnologie necessarie per lo sviluppo del software. Allo stesso tempo, il 64% fa fatica a trovare sviluppatori software neo laureati, specialmente in ambito DevOps (82%), Machine learning e Intelligenza artificiale (76%) e in sicurezza e Api (74%). Le aziende riscontrano anche carenze anche in termini di formazione del personale IT già presente: solo il 23% ritiene di avere un team di sviluppo software preparato sugli strumenti più moderni e sui nuovi trend di sviluppo, e solo il 26% dichiara di fornire una formazione continua per lo sviluppo di tali competenze. Non a caso CA Technologies ha inserito nelle proprie attività di Csr (Corporate Social Responsibility) il programma Create tomorrow, che punta ad alfabetizzare i più giovani rispetto al linguaggio digitale e a promuovere le attività educative per lo sviluppo di codice. In Italia si possono citare le iniziative avviate in partnership con Fondazione Sodalitas e Cini. Ma molto va fatto anche e soprattutto all’interno delle stesse imprese per invogliare i giovane a scegliere nuovi percorsi formativi.

Otto Berkes guarda la situazione dalla prospettiva della Silicon Valley, naturalmente. Ma anche lui, sebbene sia più agevolato nell’attingere al bacino internazionale (specialmente Cina e India) per ingaggiare i talenti migliori, deve fare i conti con una scarsità di risorse da contendere alla concorrenza. “I giovani oggi hanno aspettative diverse, cercano nelle aziende che li assumono una comunità e non solo un posto di lavoro, guardano all’impresa attraverso la lente del contributo sociale che riesce a offrire e chiedono prima di tutto flessibilità e lifestyle, una vera e propria esperienza”. CA Technologies sta andando incontro a questi bisogni rivoluzionando anche l’architettura delle proprie strutture: “A Praga abbiamo realizzato nuovi ambienti che fanno sembrare la sede quasi una startup, mentre a Santa Clara abbiamo realizzato un nuovo piano, il sesto, che rappresenta un progetto pilota in termini di usabilità degli spazi e di modalità di interazione. Il cambiamento ha creato grande entusiasmo nel team e si sta rivelando la scelta giusta nell’ottica di trattenere i talenti”.

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