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Cyber insurance, AI e cloud spingono la domanda globale



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La survey 2026 di Munich Re mostra un mercato più maturo ma ancora sottopenetrato: imprese esposte, resilienza insufficiente e pressioni crescenti su infrastrutture digitali, operatori di rete e servizi connessi. Per le tlc aumenta l’interdipendenza digitale e diventa più complesso misurare, prevenire e assicurare il rischio

Pubblicato il 27 mag 2026



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La cyber insurance smette di essere una copertura accessoria e si avvicina sempre più al cuore della strategia aziendale. È questo il messaggio più netto che emerge dalla Munich Re Global Cyber Risk and Insurance Survey 2026, indagine condotta su oltre 9.500 intervistati in 20 Paesi. Il punto, però, non è solo assicurativo. La crescita della domanda di polizze cyber segnala soprattutto che il rischio digitale sta cambiando natura: non è più un problema confinato all’It o alla compliance, ma una variabile industriale che incide su continuità operativa, supply chain, fiducia e ricavi.

In questo quadro, AI e cloud accelerano la trasformazione ma allargano anche la superficie di attacco. Il report fotografa una contraddizione ormai strutturale. Da un lato, il 71% dei C-level indica l’intelligenza artificiale come priorità strategica. Dall’altro, le principali preoccupazioni riguardano sicurezza e privacy dei dati e cyberattacchi. La fiducia nell’innovazione cresce, ma cresce anche la consapevolezza che le difese non tengono il passo della nuova esposizione.

Il rischio cyber diventa una questione economica

Il dato più forte del report è forse quello di scenario. Secondo Munich Re, se il cybercrime fosse uno Stato sarebbe la terza economia globale. Entro il 2028, i costi della criminalità informatica raggiungeranno 14 trilioni di dollari, superando il Pil combinato di Germania, Giappone e India. È una misura efficace del salto di scala in corso.

Il cyber risk, insomma, non può più essere letto come somma di incidenti isolati. Sempre più spesso assume una forma sistemica. Un attacco, un’interruzione o una vulnerabilità su un nodo critico possono propagarsi lungo catene di fornitura, piattaforme software, ambienti cloud e servizi digitali essenziali. Per questo la discussione sulla cyber insurance si sposta progressivamente dal perimetro della singola azienda a quello della resilienza dell’intero ecosistema.

A confermarlo è anche la percezione dei manager. Il 60% dei dirigenti a livello globale si dichiara preoccupato o estremamente preoccupato per la possibilità di un attacco informatico alla propria organizzazione. In Italia la quota si ferma al 52%, leggermente sotto la media globale, ma il dato non ridimensiona il problema. Piuttosto segnala che il tessuto produttivo italiano si muove dentro una tensione ormai comune a tutti i mercati avanzati.

AI e cloud ampliano l’esposizione

L’indagine mostra che l’adozione dell’AI è già entrata nelle operations. Il 57% delle organizzazioni utilizza strumenti di intelligenza artificiale nelle attività quotidiane. Il 66% ritiene che l’AI avrà effetti positivi sulla propria organizzazione e il 63% dichiara fiducia nella tecnologia. Ma la stessa diffusione accelera nuove vulnerabilità. I timori principali riguardano la protezione dei dati, gli attacchi informatici, la qualità dei risultati prodotti dai modelli e la carenza di competenze.

Ancora più netto è il ruolo del cloud. Il 98% delle aziende intervistate dichiara di dipendere da servizi cloud. Questo significa che la continuità digitale si regge sempre più su infrastrutture esterne, condivise e ad alta concentrazione. Munich Re sottolinea che un blackout cloud, intenzionale o accidentale, è oggi uno dei principali rischi accumulativi del comparto cyber. Non a caso, per l’11% delle imprese un’interruzione di un solo giorno potrebbe generare perdite superiori al 50% del fatturato giornaliero.

Il passaggio è cruciale perché cambia il rapporto tra innovazione e controllo del rischio. Più le aziende adottano architetture flessibili, distribuite e automatizzate, più diventa difficile circoscrivere l’impatto economico di un incidente. La cyber insurance acquista valore proprio in questa zona grigia: non elimina il rischio, ma prova a renderlo misurabile, trasferibile e gestibile dentro processi aziendali ormai esposti a shock digitali sempre più interconnessi.

La vera fragilità è la resilienza

La parte più significativa della survey riguarda la resilienza. A livello globale, l’89% degli executive ritiene che la propria organizzazione non sia adeguatamente protetta contro i cyberattacchi. È un dato molto alto, e ancora peggiore rispetto al 2021, quando la quota era già all’81%. Il problema, quindi, non è solo l’aumento delle minacce. È anche la distanza tra velocità dell’innovazione e capacità di mettere in sicurezza processi, persone e asset.

Le criticità individuate dal report sono note ma ancora irrisolte: bassa consapevolezza dei dipendenti, carenza di personale qualificato, scarsa integrazione delle soluzioni di sicurezza, budget insufficienti e crescente dipendenza dalla supply chain digitale. Il fattore umano continua a restare uno dei punti più vulnerabili. Ma il nodo, ormai, è organizzativo prima ancora che tecnico.

Qui si inserisce il tema assicurativo. Le aziende guardano alla cyber insurance non solo per il rimborso economico dopo un sinistro, ma anche per accedere a servizi specialistici di prevenzione, incident response e gestione della crisi. Il report evidenzia infatti che le motivazioni principali per valutare una polizza riguardano la business interruption, le responsabilità legali, il supporto specialistico post-incidente e la sicurezza operativa.

Perché la cyber insurance riguarda da vicino anche le telco

Il punto interessa in modo diretto anche il mondo delle telecomunicazioni. Per le telco, la crescita della cyber insurance non riguarda soltanto la protezione dai singoli attacchi. La trasformazione delle reti in piattaforme cloud-native, l’uso crescente dell’AI nelle operations e l’estensione di servizi 5G, edge e Iot aumentano l’interdipendenza digitale e rendono più complesso misurare, prevenire e assicurare il rischio.

È un passaggio centrale, perché le telco occupano una posizione peculiare. Non sono soltanto utilizzatrici di tecnologie esposte, ma anche abilitatrici di servizi critici per imprese, pubbliche amministrazioni e filiere industriali. Quando la rete si fa software, quando l’automazione entra nella gestione operativa e quando aumentano i servizi a bassa latenza distribuiti tra cloud ed edge, il rischio cyber non resta confinato al perimetro dell’operatore. Si estende a clienti, partner, piattaforme e ambienti industriali connessi.

Questo spiega perché la cyber insurance, nel caso delle telco, vada letta dentro una cornice più ampia. Conta la copertura finanziaria, certo. Ma conta soprattutto la capacità di costruire modelli di risk assessment adatti a infrastrutture complesse, dinamiche e sempre più integrate con ecosistemi terzi. La questione tocca la governance delle reti, la continuità dei servizi, la tenuta delle architetture multi-cloud e la responsabilità verso clienti business che affidano agli operatori funzioni sempre più critiche.

Un mercato più maturo, ma ancora lontano dalla piena diffusione

La survey segnala che il mercato sta maturando. Nel 2026, il 52% delle aziende afferma di aver ricevuto un’offerta di cyber insurance. Parallelamente aumenta la propensione all’acquisto: il 43% delle imprese dichiara di valutare concretamente la sottoscrizione di una polizza, contro il 35% del 2021. Non è ancora un mercato maturo nel senso pieno del termine, ma è chiaro che la domanda si sta allargando.

Il punto è che la crescita dell’offerta non coincide automaticamente con una piena copertura del rischio. Il cyber è per definizione mobile, cumulativo e difficile da standardizzare. Le perdite possono nascere da ransomware, Business E-mail Compromise, attacchi Ddos, violazioni dei dati, outage cloud o disruption della supply chain digitale. Ognuna di queste voci ha frequenza, impatti e responsabilità diverse. Per gli assicuratori, quindi, il vero banco di prova resta la capacità di affinare underwriting e pricing senza comprimere la sostenibilità delle coperture.

Per le imprese, invece, il messaggio è altrettanto chiaro: la polizza non sostituisce la sicurezza. La completa. E funziona meglio dove esistono processi maturi, governance chiara e capacità di documentare esposizioni, controlli e continuità operativa. In altre parole, la cyber insurance cresce dove cresce la cultura della resilienza.

“La cyber resilience non è più soltanto un tema tecnologico o assicurativo, ma una questione economica e sociale – conclude Paolo Ghirri, ceo di Munich Re Italia -. La crescente dipendenza da AI, cloud e supply chain digitali trasforma il rischio cyber in una minaccia sistemica, capace di propagarsi rapidamente tra settori, mercati e Paesi. Mentre la fiducia nell’innovazione digitale cresce, aumenta anche la consapevolezza che le attuali difese non siano sufficienti. In questo scenario, la cyber insurance viene percepita sempre più come componente essenziale della gestione del rischio aziendale e non più come semplice copertura accessoria”.

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