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L'ESCALATION

L’intelligence, l’arresto, la sicurezza: il Canada nella “morsa” del caso Huawei

Per Richard Fadden, ex direttore dei servizi segreti del Paese, ci sarebbero rischi per la sicurezza nazionale. Pechino respinge le accuse e minaccia ripercussioni. Intanto gli Usa preparano la richiesta di estradizione per la Cfo Meng

22 Gen 2019

Patrizia Licata

giornalista

Il “caso” Huawei ancora al centro delle sempre più tese relazioni diplomatiche tra Cina, Stati Uniti e Canada: sulle pagine del quotidiano Globe and Mail l’ex direttore dell’intelligence canadese Richard Fedden dichiara che esistono chiari rischi per la sicurezza nazionale collegati all’impiego delle attrezzature di rete del fornitore cinese. Lo stesso quotidiano riferisce che gli Stati Uniti sono pronti a presentare al Canada la richiesta di estrazione di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria e vice presidente del board dell’azienda cinese, arrestata a Vancouver all’inizio di dicembre.

Il governo canadese dovrebbe “ignorare le minacce” di Pechino e “escludere Huawei dalle reti 5G del Canada per proteggere la sicurezza dei canadesi”, scrive Fadden, che è stato capo del Canadian security intelligence service spy dal 2009 al 2013 e National security advisor del primo ministro canadese fino al 2016, facendo riferimento alle minacce dell’ambasciatore cinese in Canada secondo cui ci saranno ripercussioni nel caso Ottawa escludesse Huawei dai contratti del 5G.

Secondo Fadden le prove del cyber-spionaggio attuato da Pechino attraverso le reti delle sue aziende Tlc sono sempre più numerose: “Ci sono molte ragioni per cui i professionisti dell’intelligence sono in allarme per il coinvolgimento di Huawei nelle nostre reti 5G e, in particolare, gli stretti legami tra Huawei e un governo con una solida tradizione di cyber-spionaggio”, scrive Fadden nel suo articolo. “Aggiungete il fatto che la National Intelligence Law cinese del 2017 dà a Pechino il potere di ordinare il supporto di Huawei alla sua rete di spionaggio. Per me il caso è chiaro”.

“Se la Cina ricorre alla condanna a morte di cittadini canadesi per difendere i propri colossi industriali, che cosa sarebbe in grado di fare se il Partito comunista cinese avesse accesso totale alle vitale reti di comunicazione canadesi?”, scrive ancora Fadden. Il riferimento è alla recente escalation nelle relazioni tra i due paesi: dopo l’arresto di Meng, due cittadini canadesi sono stati arrestati in Cina e un altro cittadino canadese, già in carcere per spaccio di stupefacenti, è stato condannato a morte.

Sono dunque soprattutto i legami con il governo e l’atteggiamento di Pechino a suscitare il timore dei servizi segreti occidentali e Fadden cita gli “alleati” del Canada che già hanno capito come muoversi (Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Gran Bretagna) e aggiunge che anche Taiwan, Giappone e Europa cominciano a “sudare freddo su Huawei”.

Il governo canadese sta valutando le implicazioni per la sicurezza delle nuove reti mobili, ma lo studio è in corso e non sarà concluso in tempi brevi, secondo fonti sentite da Reuters. Il ministro della Pubblica sicurezza, Ralph Goodale, si è limitato a dichiarare ai media canadesi che ci sono altre aziende che possono fornire le componenti per le reti 5G.

Fadden non sostiene che il Canada debba chiudere le porte alla Cina: “Non avere rapporti con la Cina non è un’opzione”, scrive Fadden; la Cina è “una superpotenza emergente e non c’è praticamente un paese dell’Occidente che possa fare da contrappeso, grazie a un’amministrazione Usa imprevedibile”, sottolinea l’esperto di intelligence. La soluzione però dovrebbe essere un lavoro dei canali diplomatici e della sicurezza e forse la nomina di un interlocutore ad hoc. Nel frattempo, il Canada non può subire minacce che minano il suo diritto a difendere gli interessi nazionali, conclude Fadden.

Hua Chunying, portavoce del ministro degli Affati esteri della Cina, ha definito “sciocchezze” le dichiarazioni dell’ex direttore dei servizi segreti del Canada.

Sempre dalle pagine del Globe and Mail arriva la notizia secondo cui gli Stati Uniti presenteranno al Canada la richiesta formale di estradizione di Meng Wanzhou, arrestata a Vancouver all’inizio di dicembre con l’accusa di aver violato le sanzioni adottate dagli Usa nei confronti dell’Iran. Lo ha riferito in un’intervista con il quotidiano canadese l’ambasciatore del Canada negli Stati Uniti, David MacNaughton, che non ha precisato quando verrà formalizzata la richiesta di estradizione. Il termine ultimo di presentazione è il 30 gennaio, ovvero 60 giorni dopo l’arresto di Meng.

Pechino nega che la detenzione dei tre cittadini canadesi in Cina abbia alcun legame con la vicenda della Cfo di Huawei, ma ha messo in guardia sulle conseguenze di un mancato rilascio immediato. Il Canada ha commesso un “grave errore” con questo arresto, ha riferito la portavoce Hua Chunying. “Canada e Stati Uniti hanno abusato in maniera arbitraria del loro trattato di estradizione bilaterale per violare gravemente i diritti legali e alla sicurezza di un cittadino cinese”. La Cina invita con forza e urgenza, ha proseguito Hua, a correggere “l’errore”, annullare l’ordine di arresto per Meng e non procedere con la richiesta di estradizione formale. In caso contrario, “la Cina, ovviamente, reagirà alle azioni degli Stati Uniti”.

In una nota diffusa oggi Huawei ribadisce con forza che sul caso di Meng Wanzhou ha “sempre rispettato tutte le leggi e le norme applicabili” nei paesi e nelle regioni in cui opera, “comprese le leggi sul controllo delle esportazioni delle Nazioni Unite, degli Usa e dell’Ue”. Il gruppo di Shenzhen aggiunge di avere piena fiducia che “i sistemi legali canadesi e statunitensi possano raggiungere una giusta conclusione”, aggiungendo di “monitorare” la vicenda dell’estradizione del suo direttore finanziario.

L’arresto di Meng ha provocato anche un inedito intervento di Ren Zhengfei, il fondatore di Huawei e padre di Meng, che raramente concede dichiarazioni pubbliche. Nei giorni scorsi Ren ha tenuto una conferenza stampa a Shenzhen in cui ha respinto ogni coinvolgimento della sua azienda in attività contrarie alla tutela della sicurezza dei paesi in cui opera. Ren ha anche spedito ai dipendenti di Huawei un’email, riportata ieri dal Financial Times, in cui ha messo in guardia sui pesanti impatti sulla crescita aziendale dell’esclusione dalle reti 5G in tanti paesi occidentali. Nel messaggio Ren ha scritto che Huawei potrebbe vedersi costretta a rivedere obiettivi divenuti “irrealistici” e a mettere in atto una riorganizzazione aziendale, ridimensionando lo staff e riducendo i costi del lavoro.

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