Dal campo di battaglia ai data center: la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran si configura come un conflitto ibrido e sistemico non solo per l’ampiezza dei territori coinvolti e delle ripercussioni economiche e umane su vasta scala, ma perché usa e impatta infrastrutture fisiche e digitali.
Il concetto di guerra ibrida non è nuovo, ma la forma sistemica, in cui tecnologia, economia e sicurezza sono profondamente intrecciate, ne rappresenta un’evoluzione. La guerra in corso è sempre più estesa a cyberspazio, infrastrutture digitali, energia e catene globali di approvvigionamento.
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Il cyberspazio come campo di battaglia asimmetrico
Uno degli aspetti più rilevanti del conflitto è l’uso strategico del cyberspazio. Qui Stati Uniti e Israele, evidenzia un’analisi dell’IISS (International Institute of Strategic Studies) hanno capacità nettamente superiori all’Iran.
Le operazioni informatiche degli attaccanti vengono condotte non isolatamente, ma in modo integrato alle operazioni militari (supporto a intelligence, comunicazioni sul campo e targeting). Alcuni esempi sono la compromissione di telecamere per facilitare attacchi mirati, le interruzioni delle telecomunicazioni per rallentare la risposta iraniana e l’uso di app civili per diffondere messaggi anti-regime.
Tuttavia, prosegue l’analisi dell’IISS, ciò che trapela nelle informazioni di dominio pubblico è solo una piccola parte delle capacità reali di cyberwar, mantenute volutamente opache e spesso anche di difficile attribuzione.
L’Iran, pur in svantaggio, può compensare con strategie asimmetriche e cyber-attacchi anche fuori il teatro di guerra, aumentando il rischio globale per governi e settore privato.
Pressione sulle supply chain : il caso degli smartphone
Parallelamente, il conflitto esercita una pressione significativa sulle catene di approvvigionamento globali, con effetti particolarmente evidenti nel settore degli smartphone. Qui il problema principale diventa la logistica, secondo Counterpoint research.
L’industria, infatti, dipende fortemente dal trasporto aereo internazionale e molte delle rotte cruciali attraversano il Medio Oriente, sia per i dispositivi nuovi che per i pezzi di ricambio. Hub strategici come quelli del Golfo (in particolare, l’aeroporto internazionale di Dubai negli Emirati Arabi Uniti e l’aeroporto internazionale di Hamad in Qatar) rischiano interruzioni o riduzioni operative, costringendo le aziende a deviare i flussi su percorsi più lunghi e costosi. Questo comporta un aumento dei costi di trasporto, dei premi assicurativi e dei tempi di consegna.
Basti pensare che una rotta alternativa che allunga il viaggio di tre ore circa 25.000 dollari di soli costi extra di carburante (nel frattempo aumentato di prezzo a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz).
La guerra si inserisce, inoltre, in un contesto già fragile, segnato da tensioni precedenti nella supply chain tecnologica. Il risultato è una compressione dei margini per i produttori, difficoltà nella gestione delle scorte e possibili ritardi nelle consegne globali. Se la situazione dovesse protrarsi, l’impatto potrebbe tradursi in una riduzione delle spedizioni e in un aumento dei prezzi per i consumatori.
Data center nuovi obiettivi strategici
Un altro elemento centrale della guerra ibrida è la crescente vulnerabilità delle infrastrutture digitali, in particolare dei data center. Questi rappresentano il cuore dell’economia digitale globale, visto che sostengono servizi cloud, comunicazioni, intelligenza artificiale e sistemi aziendali.
Secondo un’analisi di AtlasEdge, emerge il rischio di una vera e propria “infrastructure war”, in cui i data center diventano obiettivi diretti. Gli attacchi, anche tramite droni, contro infrastrutture nel Golfo evidenziano la concretezza di questa minaccia: all’inizio del mese sono stati colpiti e danneggiati dai droni quattro data center di Aws negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain. L’Iran ha rivendicato l’azione.
La vulnerabilità dei data center è amplificata dalla loro dipendenza da due fattori critici: energia stabile e supply chain globale. L’aumento dei prezzi energetici e le interruzioni nelle rotte commerciali mettono sotto pressione il settore, costringendo operatori e governi a ripensare la resilienza delle infrastrutture tramite strategie di diversificazione geografica, maggiore autosufficienza energetica e rafforzamento delle misure di sicurezza.
Guerra in Medio Oriente: una “infrastructure war”
Le infrastrutture digitali sono in piena espansione in tutto il mondo, ma il mercato del Medio Oriente sta crescendo a tassi molto alti da quando alle applicazioni cloud si sono unite quelle AI.
Il Gulf Cooperation Council (GCC) prevede che il mercato dei data center cresca fino a quasi 9,5 miliardi di dollari entro il 2030 e PwC stima che la capacità nella regione triplicherà da 1GW nel 2025 a 3,3GW nei prossimi cinque anni.
Diversi stati del Golfo, tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar, hanno raccolto molti importanti investimenti e hanno attirato gli hyperscaler per costruire nella regione. Ora il conflitto in corso potrebbe avere un impatto sugli investimenti per quanto riguarda la resilienza, la connettività e l’aumento del rischio.
In particolare, la chiusura dello Stretto di Hormuz crea forti timori sui picchi di prezzo dell’energia, che potrebbero mettere a rischio sia l’operatività dei data center esistenti che la costruzione di nuove strutture.
Verso una nuova concezione di guerra
In questa guerra ibrida che coinvolge reti, infrastrutture e sistemi economici globali, il cyberspazio diventa un dominio operativo primario, le supply chain un punto di vulnerabilità strategica e le infrastrutture digitali obiettivi critici. Allo stesso tempo, energia e tecnologia si confermano come fattori determinanti per la resilienza di uno Stato.
Nel frattempo, la distinzione tra ambito militare e civile si fa sempre più sfumata. Aziende tecnologiche, operatori logistici e fornitori di energia diventano attori indiretti del conflitto: possono prenderne in qualche modo parte, con le loro tecnologie e i loro servizi e sono esposti a rischi che un tempo erano riservati agli apparati militari.







