Cosa serve per costruire un ecosistema di AI sovrana competitivo? Per il World Economic Forum serve innanzitutto prediporre scelte strategiche lungo una filiera integrata. Il che non significa puntare a una autosufficienza totale, bensì costruire partnership di valore con i principali attori del settore. Ma se la roadmap, sul piano teorico, è relativamente chiara, bisogna poi fare i conti con la disponibilità di capitali: la Bce, in questo senso, mostra che, anche quando l’Europa dispone di competenze e capacità di innovare, fatica più degli Stati Uniti a trasformarle in investimenti e crescita.
L’accesso all’intelligenza artificiale e il controllo su una tecnologia che si sta dimostrando dirompente sono diventati un obiettivo strategico nazionale per molti Paesi. Oltre 60 governi hanno infatti pubblicato un piano ad hoc per l’AI, e un numero ristretto di questi intende sostenere tali strategie con investimenti dedicati in capacità di calcolo sovrane.
Analizzando lo scenario, il World Economic Forum sottolinea che ciò è dovuto solo in parte agli effetti trasformativi dell’AI sui vari settori economici. Il fenomeno dipende anche dal fatto che la capacità di sviluppare e implementare la tecnologia è sempre più considerata un fattore determinante per la posizione e l’influenza di un Paese a livello globale. Tuttavia, evidenzia il think tank, il percorso per costruire un ecosistema di AI sovrana che sia anche realmente competitivo è più impegnativo – e meno lineare – di quanto l’attuale ondata di strategie nazionali lasci intendere.
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Due approcci all’AI: gestione difensiva del rischio e influenza offensiva
Il World Economic Forum rimarca innanzitutto che non esiste un consenso globale su cosa comporti la sovranità nell’AI o su come essa debba concretizzarsi. Spesso viene inquadrata come una strategia difensiva: un modo per proteggere il paese da dipendenze che non può controllare. Tuttavia, la sovranità può fungere anche da strategia offensiva, proiettando l’influenza di uno Stato verso l’esterno. Pochi Paesi, però, sono nella condizione di perseguire entrambi gli approcci.
Costruire un’intera filiera nazionale dell’AI – dai chip e dall’energia fino a dati, modelli e applicazioni – richiede ingenti risorse, solide partnership internazionali, cooperazione normativa e adattamento alle condizioni del mercato locale. Ciò vale sia che il Paese adotti una strategia difensiva, sia che ne scelga una offensiva.
Per la maggior parte delle economie, la strategia di AI sovrana è necessariamente difensiva. L’obiettivo è individuare e gestire i rischi derivanti dalle dipendenze lungo la catena del valore dell’AI (dall’innovazione all’adozione), stabilendo le condizioni per le partnership globali o sviluppando capacità locali laddove ciò sia realistico.
Un gruppo più ristretto di economie – quelle che dispongono di un surplus di capacità tecnica o di capitali – può perseguire una forma di sovranità più offensiva. Tali Paesi diffondono all’estero capacità, modelli, infrastrutture o quadri di governance legati all’AI, utilizzandoli come fonte di influenza globale o di nuove opportunità economiche. Tuttavia, questa diffusione è un’opzione percorribile solo per i Paesi che operano già da una posizione di forza; non è un’opzione scontata o accessibile a qualsiasi governo decida di perseguire la sovranità.
La sovranità riguarda le scelte strategiche, non l’autosufficienza
Se la maggior parte dei Paesi non può semplicemente costruire tutto in proprio, né proiettare la propria influenza all’estero, come può promuovere un’agenda sovrana per l’AI rafforzando al contempo la competitività dei propri ecosistemi di AI?
Il Centre for AI Excellence del World Economic Forum ha esaminato questa questione attraverso l’iniziativa “AI Competitiveness through Regional Collaboration“. Si tratta di una piattaforma multistakeholder che individua le tensioni che i governi affrontano nello sviluppo di capacità di AI, esplora come la collaborazione regionale possa favorire obiettivi comuni nei percorsi di sviluppo dell’AI dei vari paesi e analizza come l’industria possa gestire i rischi nello sviluppo di strategie di ingresso sul mercato transfrontaliere.
Il lavoro si fonda sul documento “Blueprint for Intelligent Economies” del Forum, un white paper che delinea i pilastri fondamentali di un ecosistema di AI resiliente e competitivo, nonché le strategie che governi e industria possono adottare per realizzarli, un passo alla volta.
Da questo lavoro emerge un modello ricorrente: i Paesi che promuovono con maggiore efficacia sia la sovranità che la competitività non sono quelli che perseguono la massima autosufficienza. Sono invece quelli che compiono scelte ponderate, livello dopo livello, su dove investire internamente e su dove affidarsi a un’interdipendenza basata sulla fiducia con partner esteri.
Come illustrato nel rapporto del Forum “Rethinking AI Sovereignty“, nessun singolo elemento costitutivo — che si tratti di dati, modelli, talenti, energia, regolamentazione, partnership o finanziamenti — è sufficiente da solo.
Invece di cercare di operare lungo l’intera catena del valore dell’AI, la maggior parte delle economie può ottenere risultati migliori investendo strategicamente nelle aree in cui possiede un vantaggio comparato. Il peso relativo da attribuire a ciascun elemento dipende in larga misura dalla posizione di partenza, o dall’archetipo, del Paese. Un Paese ricco di energia e capitali, ma con una base di talenti interna ridotta, deve affrontare compromessi diversi rispetto a un paese dotato di solidi istituti di ricerca ma di un’infrastruttura di calcolo limitata. Non esiste una formula universale.
La vera sfida: le partnership contano più dell’autarchia
È proprio per questo che costruire un ecosistema competitivo di AI sovrana è più complesso di quanto le strategie attuali lascino spesso intendere. La difficoltà non risiede nell’irraggiungibilità di un singolo elemento costitutivo, bensì nel definire la giusta sequenza e il corretto equilibrio: capire cosa sviluppare internamente, cosa adattare da fonti esterne e a cosa accedere basandosi sulla fiducia anziché sulla proprietà.
Le strategie nazionali si fondano solitamente sulle ambizioni di un singolo Paese: ciò che esso intende possedere, controllare o produrre in casa. Tuttavia, una strategia basata esclusivamente sulla proprietà farà fatica a tenere il passo con un ecosistema dell’AI intrinsecamente interdipendente.
In definitiva, ribadisce il World Economic Forum, per sfuggire a questa trappola occorre superare l’illusione di una totale autosufficienza. Per la maggior parte delle economie, la sovranità non è un modello standardizzato né una corsa a realizzare da zero ogni livello dell’architettura tecnologica. Si tratta piuttosto di un esercizio più impegnativo di scelta strategica, in cui la vera competitività si conquista considerando le partnership basate sulla fiducia non come un ripiego per ciò che non si può produrre internamente, ma come una componente fondamentale della sovranità stessa.
Partecipare alla gara dell’AI significa completare l’Unione dei mercati dei capitali
Come si traduce tutto ciò calando il ragionamento entro i confini dell’Unione europea? Non è un segreto che, nell’ultimo decennio, l’area dell’euro abbia registrato una crescita significativa dell’attività brevettuale nel campo dell’intelligenza artificiale, pur rimanendo ancora al di sotto dei livelli osservati negli Stati Uniti.
È la stessa Banca centrale europea a sottolineare che le imprese e i ricercatori dell’area Ue operano in molti degli stessi settori tecnologici dei loro omologhi statunitensi, tra cui l’apprendimento automatico, l’elaborazione dei dati, le comunicazioni e l’automazione dei processi aziendali. “Quando l’economia riceve notizie positive legate all’AI, il credito alle imprese e gli investimenti aumentano in entrambe le regioni. Tuttavia, la reazione positiva degli investimenti a tali notizie appare più marcata negli Stati Uniti rispetto all’area dell’euro”, spiegano gli analisti della Bce.
Una possibile spiegazione è che le imprese statunitensi riescono a trasformare più facilmente le opportunità offerte dall’AI in finanziamenti e crescita. A sostegno di ciò vi sono il più agevole accesso al capitale di rischio, mercati azionari più profondi e un mercato unificato complessivamente più ampio.
“Questi stessi fattori possono anche contribuire a spiegare perché alcune imprese europee scelgano di trasferirsi all’estero – spesso negli Stati Uniti – dove l’accesso ai capitali e le condizioni per la crescita dimensionale sono più favorevoli. Parallelamente, i flussi dei fondi di investimento evidenziano come gli investitori dell’area dell’euro stiano destinando quote crescenti di capitale ai titoli tecnologici statunitensi, riducendo al contempo gli investimenti nelle imprese tecnologiche europee”.
Dunque, per la Bce, l’avvento dell’AI sottolinea l’importanza di completare l’Unione dei mercati dei capitali. Un mercato dei capitali europeo più profondo e integrato potrebbe aiutare le imprese ad alta intensità di AI a reperire i finanziamenti necessari in ogni fase della loro crescita. Mercati dei capitali più efficienti potrebbero inoltre convogliare il risparmio europeo verso l’innovazione europea. Nel loro insieme, tali sviluppi potrebbero sostenere l’area dell’euro nel realizzare appieno il proprio potenziale e nel cogliere i benefici della rivoluzione dell’intelligenza artificiale.







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