Data center, cluster AI e programmi di cloud sovrano stanno diventando la dorsale della capacità di calcolo globale, spinti dalla domanda di computing ad alta densità e workload AI. Gli hyperscaler stanno fortemente investendo in questo settore, ma le esigenze di sovranità digitale in Europa spingono sempre più l’attenzione di imprese e governi verso soluzioni regionali (un ambito che, tra l’altro, apre grandi opportunità per le telco). La competizione, infatti, non riguarda solo la scala: in gioco entrano anche i requisiti di residenza, trasparenza e conformità, nonché di ambienti affidabili per l’inferenza AI. Ne abbiamo parlato con Emmanuel Becker, Ceo di Mediterra DataCenters, intervistato in esclusiva da CorCom.
Oggi sta emergendo il concetto di Data center premium regionali. Che cosa sono e come entrano nella strategia di Mediterra?
Nel panorama digitale del 2026, i Data center premium regionali non sono più solo “magazzini di server”, ma veri e propri nodi neurali che portano la potenza del cloud vicino a chi la usa. Se i colossi di Francoforte o Londra sono le “grandi fabbriche”, i data center regionali sono le boutique tecnologiche ad alta precisione situate in mercati digitalmente strategici, come quelli del Sud Europa. L’obiettivo dei data center premium regionali è portare i service provider (xSP Cloud, Content, AI, application, network, security service provider) nei diversi distretti digitali del territorio per avvicinarli alle aziende e non viceversa. La strategia di Mediterra è di evitare che le imprese debbano per forza far capo a Milano per avere i servizi tipici dei data center premium, ma usare strutture più vicine alle loro sedi con lo stesso livello di servizi, favorendo gli xSP regionali oltre che gli international service provider. Possiamo, quindi, parlare di data center premium regionali quando le infrastrutture tecnologiche per la gestione dei dati combinano una posizione geografica di prossimità rispetto all’utente finale e standard di resilienza che garantiscono un’operatività senza interruzioni. Inoltre, a caratterizzare gli hub digitali regionali è anche la filosofia di neutralità rispetto ai carrier (carrier neutral), che trasforma l’infrastruttura tecnologica in un terreno d’incontro libero dove i fornitori di fibra possono interconnettersi senza vincoli.
Qual è l’importanza di queste infrastrutture?
I data center regionali premium sono fondamentali per vincere sulla latenza, perché in un mondo di chirurgia a distanza e guida autonoma ogni millisecondo risparmiato grazie alla vicinanza fisica del dato può fare la differenza tra il successo e il fallimento. Allo stesso modo, questi hub agiscono come baluardi della sovranità digitale, permettendo a imprese e governi di mantenere i dati sensibili all’interno dei confini nazionali o europei, rispondendo a una necessità di sicurezza e privacy sempre più sentita nel dibattito geopolitico attuale. Ribadisco il ruolo cruciale dei data center premium regionali nell‘invertire la logica della centralizzazione: non obbligano più le imprese a connettersi a Milano o a Francoforte, ma portano i cloud e i service provider a pochi chilometri dalle fabbriche e dai centri decisionali. Questo si traduce in una latenza minima per applicazioni critiche come l’intelligenza artificiale e l’automazione industriale, fornendo alle pmi e ai territori gli stessi strumenti competitivi delle grandi metropoli.
Secondo Mediterra quali condizioni strutturali e normative possono favorire lo sviluppo dei data center regionali premium in Europa e, in particolare, in Italia?
Strutturalmente, l’Italia gode di una posizione straordinaria come ponte nel Mediterraneo per i cavi sottomarini, unita a un tessuto industriale diffuso che ha fame di digitale. Tuttavia, per liberare questo potenziale servono certezza nei tempi e semplificazione burocratica. Le istituzioni italiane sono sempre più attente alle esigenze normative degli operatori di data center, perché hanno capito che questi centri sono i motori propulsivi della nostra economia, sia perché soddisfano la domanda delle imprese sia perché generano nuovi posti di lavoro. C’è effettivamente uno sforzo delle autorità anche per semplificare l’iter burocratico autorizzativo, ma la strada è ancora lunga. L’ideale sarebbe un sistema come quello spagnolo, in cui gli operatori interagiscono con un solo riferimento, non con diverse figure come è il caso dell’Italia. Nel nostro Paese può accadere che le responsabilità tra amministrazioni non siano chiaramente definite, con il rischio che i procedimenti autorizzativi subiscano interruzioni improvvise. Ad esempio, Mediterra ha dovuto recentemente abbandonare un progetto regionale a causa di un’eccessiva complessità burocratica.
A questo proposito, come commenta il protocollo recentemente siglato tra Mimit e Ida?
Il protocollo tra Mimit e Ida è un passo fondamentale per potenziare le politiche di attrazione degli investimenti nel settore data center in Italia, contribuendo alla costruzione di un ecosistema digitale sempre più competitivo, sostenibile e strategico. Ma il vero “nodo” da sciogliere resta quello normativo: dobbiamo arrivare a un’autorizzazione unica che riconosca i data center come asset strategici nazionali. Un investitore ha bisogno di sapere che tra l’acquisto del terreno e l’accensione dei server passeranno mesi, non anni, e che potrà contare su allacciamenti elettrici tempestivi e su un quadro normativo stabile che incentivi l’efficienza energetica.
Gli investimenti in data center arrivano per lo più dalle big tech americane – una forma di dipendenza tecnologica-finanziaria che contrasta le politiche di sovranità. Lei che cosa ne pensa?
L’accelerazione della digitalizzazione in Italia e il suo consolidamento come polo d’eccellenza per lo sviluppo dei data center sono stati resi possibili dai massicci investimenti delle big tech, in prevalenza statunitensi. Senza questo decisivo impulso alla crescita, il nostro Paese non avrebbe avuto le risorse necessarie per affrancarsi dalla dipendenza dai grandi nodi europei, le cosiddette Flap Cities, superando così i limiti di un’infrastruttura eccessivamente centralizzata. In questo scenario si inserisce la visione di Mediterra, che punta a sostenere gli operatori europei e italiani nella creazione di un ecosistema solido, diversificato e resiliente di fornitori di servizi in ambito Cloud, Content, AI, Application, Network e Security – quelli che chiamiamo “xSP”.
È possibile pensare a una sovranità digitale anche nei data center?
La sovranità digitale è assolutamente possibile se basata sulla “data residency” e sulla resilienza locale. Mediterra ha l’ambizione di costruire la più completa piattaforma di data center premium del Sud Europa, partendo dall’acquisizione di Cloud Europe a Roma, nel Tecnopolo Tiburtino, fino alla recente acquisizione di Open Hub Med, a Carini, in provincia di Palermo – il primo hub carrier neutral per la gestione dei dati in Sicilia – da un Consorzio di operatori e partner tecnologici leader del mercato It e delle telecomunicazioni italiano ed internazionale. Un’operazione strategica, che consolida la posizione di Mediterra come abilitatore infrastrutturale di riferimento per la connettività e la colocation in Europa e conferma il ruolo della Sicilia come nuovo baricentro digitale del Mediterraneo. La sua posizione è unica: rappresenta il naturale ‘approdo digitale’ dell’Europa, il punto di incontro dove le grandi dorsali di fibra ottica sottomarine provenienti da Africa, Medio Oriente e Asia si connettono al cuore del continente. Oggi l’isola è un asset fondamentale per l’espansione degli hub regionali e per questo motivo, prevediamo importanti investimenti nell’immediato futuro volti a potenziare le infrastrutture di interconnessione e i data center locali.
Oltre all’Italia, avete in programma espansioni europee?
Il nostro piano prevede investimenti per centinaia di milioni di euro nei prossimi 24 mesi per espanderci non solo nel Centro-Nord e nel Sud Italia, ma anche in Spagna, Francia e Portogallo. L’obiettivo è creare una rete Sdn (Software defined network) che colleghi tutti i nostri hub regionali, permettendo alle imprese europee di gestire i propri dati su un’infrastruttura continentale sicura, sostenibile e tecnologicamente all’avanguardia. L’operazione più recente è l‘acquisizione di un’area strategica nel cuore produttivo della Catalogna, nella regione di Barcellona, che segna l’ingresso di Mediterra nel mercato spagnolo delle infrastrutture tecnologiche per la gestione dei dati con un data center next-gen alimentato al 100% da energia green.
Quali sono le ricadute positive in termini di sostenibilità e di crescita industriale per le regioni che ospitano i data center premium regionali?
Le ricadute dei data center “green” sono profonde e rigenerative. In termini di sostenibilità, un data center regionale di nuova generazione può ridurre i consumi energetici fino a dieci volte rispetto ai vecchi centri elaborazione dati aziendali. E non mancano tecnologie come il recupero del calore per il teleriscaldamento oppure il raffreddamento ad aria o liquidi. È importante sottolineare che nel nostro Paese l’energia può rappresentare fino al 70% del costo totale della colocation e che i costi energetici sono molto più alti rispetto a Spagna, Francia e Germania. Eppure, nonostante sia penalizzata dall’incidenza dei prezzi dell’energia, consolidati delle Flap-D cities (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino). Per massimizzare il riutilizzo del calore è bene che i data center siano vicini ai distretti industriali, che a loro volta non sono lontani dalle grandi città e dai cavi dati. Ecco, quindi, che si crea una sinergia positiva per la sostenibilità: i data center possono essere situati vicino alle città, alle dorsali in fibra e alle industrie, così da favorire il transito dei dati e il recupero del calore. Ma non solo. L’insediamento di data center premium a livello regionale rappresenta un volano strategico in grado di generare una profonda trasformazione del tessuto locale. Una delle ricadute principali consiste, infatti, nella creazione di valore territoriale diretto, poiché queste infrastrutture permettono alle imprese e alla Pubblica amministrazione locale di mantenere la propria gestione digitale entro i confini regionali, scongiurando la migrazione di dati e competenze verso i grandi poli del Nord, come la Lombardia. Sotto il profilo della sostenibilità, questo modello favorisce l’impiego diretto delle Fer – fonti di energia rinnovabile – prodotte in loco. Invece di trasportare l’energia verde verso i distanti centri urbani, essa viene consumata laddove viene generata, riducendo drasticamente il sovraccarico della rete di trasmissione nazionale gestita da Terna e incentivando, di riflesso, lo sviluppo di nuovi impianti energetici sul territorio. Mediterra è attiva anche con soluzioni sostenibili per il fotovoltaico, grazie all’installazione di pannelli sui tetti degli edifici dei data center, nelle zone non occupate da impianti di condizionamento. Per esempio, stiamo ricoprendo ogni superficie utile del nostro sito romano con pannelli solari, dando un importante contributo alla sostenibilità anche per essere un esempio per altre realtà del settore.
Ci possono essere ricadute anche a favore dell’inclusione e della riduzione del digital divide?
Certamente, un data center di alta qualità funge da vero e proprio magnete per l’innovazione e l’inclusione. Attraendo attività digitali avanzate, la struttura stimola la crescita industriale attraverso l’indotto e potenzia il mercato del lavoro locale, richiedendo sia risorse umane altamente specializzate sia servizi di supporto radicati nel territorio, garantendo così uno sviluppo economico armonioso e duraturo. Anzi, l’impatto in termini di inclusione e progresso sociale rappresenta forse la ricaduta più profonda, poiché un Data Center Premium è lo strumento principale per abbattere definitivamente il digital divide. Portando infrastrutture di eccellenza nel Sud Europa, si offre alla Pubblica amministrazione locale e alle piccole imprese la possibilità di accedere a servizi avanzati di e-government e di cloud computing con prestazioni identiche a quelle di una capitale europea. Questo processo non solo migliora la qualità della vita dei cittadini, ma crea anche nuove opportunità di lavoro altamente qualificato per i talenti locali, contrastando la fuga dei cervelli e permettendo a ingegneri e specialisti del dato di contribuire all’innovazione della propria terra d’origine senza dover emigrare.












