L'INTERVISTA

Data economy e privacy, Panetta: “Italia punto di riferimento mondiale”

Le novità in tema di regolamentazione emerse in occasione del summit Iapp di Washington. “Gli occhi del mondo puntati sull’Europa. L’autorevolezza e la centralità acquisite con il Gdpr si rivedono anche con le nuove norme in cantiere”

27 Apr 2022

Mila Fiordalisi

Direttore

rocco panetta

L’autorevolezza e la centralità acquisite dall’Ue con il Gdpr si rivedono ora con le nuove regole in cantiere per regolamentare la data economy“: l’avvocato Rocco Panetta, tra i massimi esperti a livello nazionale e internazionale di diritto delle nuove tecnologie, fa il punto con CorCom sulle novità prossime venture di cui si è discusso al summit d’Oltreoceano – Panetta ha partecipato nel ruolo di Country leader per l’Italia della International Association of Privacy Professionals – che ha visto presenti, fra gli altri, il ceo di Apple Tim Cook e Brad Smith, Presidente di Microsoft . “Da Washington, dove si è svolto il Global Privacy Summit 2022 della Iapp, porto a casa due importanti certezze. La prima è l’assoluta centralità della privacy e della protezione dei dati personali nel nuovo mondo fondato sulla data economy. La seconda è che, per definire le regole necessarie a governare questi nuovi spazi ed i relativi mercati, gli occhi di tutto il mondo sono puntati su di noi, sull’Unione Europea”.

Panetta, su cosa si è incentrato il dibattito?

I temi sul tavolo erano numerosi e altrettanti ne sono emersi tra tavole rotonde, panel e piacevoli scambi di vedute tra un evento e l’altro. Fra i moltissimi spunti e suggestioni, da Washington porto a casa due certezze. La prima è l’assoluta centralità della privacy e della protezione dei dati personali nel nuovo mondo fondato sulla data economy. Già prima della pandemia era a tutti evidente come il nostro modello sociale ed economico fosse destinato a trovare nei dati il proprio nuovo asse portante, secondo il binomio protezione-valorizzazione. Gli anni in lockdown hanno accelerato una condizione a cui era inevitabile saremmo prima o poi arrivati, stante l’ineluttabile tendenza alla digitalizzazione della società in cui viviamo. Da qui deriva l’idea condivisa negli ultimi anni dai governi di tutto il mondo di provare a regolamentare adeguatamente questi nuovi spazi e i relativi mercati. A questo proposito, ed ecco anche la seconda certezza, gli occhi di tutto il mondo sono puntati sull’Unione Europea. Già con il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, il Gdpr, l’Europa aveva conquistato la palma di modello di riferimento a livello internazionale nella disciplina sulla circolazione e sulla valorizzazione dei dati personali, tant’è che moltissimi sono i Paesi che hanno plasmato le proprie normative sul solco della regolamentazione europea. L’autorevolezza e la centralità acquisite dall’Ue con il Gdpr si rivedono ora con le nuove regole in cantiere per governare la data economy. Ed è importante sottolineare come l’Unione non stia tradendo le aspettative.

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A che punto è la roadmap?

Sulle tre proposte di regolamento presentate dalla Commissione a fine 2020 (Data Governance Act, Data Services Act e Data Markets Act) l’accordo tra le istituzioni europee è stato raggiunto in tempi record. E anche i lavori sull’Artificial Intelligence Act – che come Studio stiamo seguendo da vicino – proseguono attivamente. Però attenzione, se l’Europa cammina, gli Usa non stanno a guardare. Anzitutto, siamo in attesa del tanto anticipato accordo con gli Stati Uniti per facilitare il trasferimento di dati personali tra le due sponde dell’Atlantico. Quando fu annunciato, poche settimane fa, in occasione della visita a Bruxelles del Presidente Usa Biden, la notizia venne accolta con molto entusiasmo, ma su questo fronte, in assenza di un testo, è ancora presto per esprimere giudizi. In secondo luogo, i tempi sono maturi, oltre oceano, per l’adozione di una legge federale sulla protezione dei dati. Se ne parla con sempre maggiore insistenza e forza, vedremo.

E del nostro Paese che cosa si è detto a Washington?

L’Italia è e continuerà sempre a essere un punto di riferimento per tutto il mondo in questo settore. I grandi maestri della materia, penso a Stefano Rodotà e a Giovanni Buttarelli, sono tuttora le nostre bandiere storiche ed intellettuali. Il Presidente della Iapp, J. Trevor Hughes, nel suo discorso di apertura dei lavori ha ricordato Giovanni Buttarelli per ben due volte, a testimonianza di quanto sia ancora viva la lezione e la memoria di questo nostro campione della privacy. Grazie all’attività di questi uomini e professionisti – e di tutte le donne e gli uomini che li hanno affiancati e poi seguiti – lo stesso Garante è da sempre guardato con rispetto e attenzione tra le autorità europee e di tutto il mondo. Ed è bene ricordare come l’attuale Collegio si stia molto impegnando per tornare a presidiare con ancora più attenzione la scena internazionale. Non sono infatti passate inosservate molte delle attività svolte da quando il nuovo Garante si è insediato. Il caso TikTok, che peraltro ci ha coinvolto come Studio, è sicuramente quello che ha avuto la più alta ed efficace risonanza a livello sovranazionale. Mi auguro che la nostra Autorità mantenga alta questa cura, perché è evidente che fenomeni come la data economy, l’intelligenza artificiale e i rapporti con le big tech richiedono necessariamente di spingere la propria visuale oltre la siepe dei confini nazionali. In questo senso, sarebbe certamente auspicabile l’apertura di nuovi canali di dialogo e confronto con gli Stati Uniti.

Negli Usa come si sta evolvendo la situazione?

Il fatto che due dei più influenti rappresentanti delle big tech americane abbiano scelto questo palco per lanciare i loro messaggi, vuol dire che i tempi sono maturi anche lì per avere, come dicevo poc’anzi, una legge federale sulla protezione dei dati. Non dimentichiamo che solo pochi mesi fa persino la Cina ne ha adottata una, in parte modellata sul Gdpr europeo. Del resto già nell’ottobre del 2018, Tim Cook venne a Bruxelles, invitato da Buttarelli, allora Garante europeo della privacy, per parlare davanti a tantissimi professionisti di come sia errato credere che la privacy ostacoli l’innovazione. Essa, al contrario, la favorisce poichè il miglior modo di convincere milioni di persone ad usare un nuovo prodotto o servizio tecnologico è dimostrando che i loro dati sono in buone mani, al riparo da abusi. Questo non vuol dire solo metterli al sicuro dai malintenzionati, ma anche dalle aziende terze che vogliono venderli a loro insaputa. Senza andare troppo lontano, ci son voluti anni in Italia per estendere il registro delle opposizioni anche ai telefoni cellulari per cercare di fermare il “malcostume” del telemarketing a tutte le ore. Anche le numerose e consistenti sanzioni dei Garanti a poco sono servite per fermare il fenomeno molto redditizio della vendita dei dati realizzata in assenza del consenso degli interessati. A tal riguardo, registro con piacere una forte accelerata del nostro Garante sul fronte dei tavoli per l’adozione di un Codice di condotta del marketing. Avendo la fortuna di occuparmene professionalmente in prima persona, dato che assisto la Data Marketing Association, Le prometto che non mancherò di tenere informati i Suoi lettori, se lo vorrà, sullo stato di avanzamento di questi lavori.

Cosa ne pensa delle dichiarazioni di Tim Cook in merito ai pericoli per la sicurezza derivanti dall’apertura di Apple ad app store diversi?

È comprensibile che il ceo di Apple faccia il suo lavoro, tutelare gli interessi della propria azienda. Apple ha fatto molto in questi anni per mettere la privacy al centro dei suoi prodotti e servizi, addirittura spingendo sul binomio commerciale “Apple vuol dire privacy”. Ultimamente anche alcune di quelle aziende il cui business model dipende dalla pubblicità e dalla profilazione stanno lavorando per garantire più privacy ai propri utenti. Se è vero che il “walled garden” di Apple garantisce un maggior controllo sulle App che circolano sull’App Store, e quindi maggior sicurezza per i nostri dati, è pur vero che le iniziative legislative, sia americane che europee, per garantire l’accesso ad un mercato libero e competitivo nel settore delle App non può vedere nella privacy un ostacolo. Ritengo dunque che come è sbagliato pensare ad una scelta obbligata tra privacy e innovazione, lo stesso vale tra privacy e competizione. Queste due possono convivere e, anzi, saranno un ulteriore “selling point” per quanti vogliano posizionarsi e competere nel mercato delle app, come in qualsiasi altro ambiente del digitale.

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