ELEZIONI 2022

Digitale, Assintel: “Serve un ministero con portafoglio”

La presidente Paola Generali: “Necessario lavorare in concerto con il Mise e con tutti gli altri dicasteri. L’innovazione è trasversale per natura ed è un fattore abilitante”

15 Set 2022

Paola Generali

presidente Assintel

paolagenerali sfondo assintel

Lo sfondo è quello di una campagna elettorale che parla alla pancia di imprese e persone: i temi sono legati alle paure, ai rischi, alle contrapposizioni, e sempre meno alle progettualità positive.

Lo scarto è inquietante: se lo storytelling è su ciò che temiamo, è molto probabile che ci predisponiamo a farlo avverare, e che subito dopo annasperemo alla ricerca di pezze per tamponarne le falle.

Come imprenditrice ho un mindset opposto, altrimenti avrei sbagliato mestiere: pensare sempre un passo in avanti, andare oltre gli ostacoli, creare orizzonti per produrre innovazione. Ed è lo stesso mindset che abbiamo sviluppato in Assintel, che in questi anni è diventata qualcosa di più che un’associazione di imprese: è un luogo in cui si creano prospettive e si attivano risorse.

Partiamo da qui, per guardare non tanto alle elezioni, quanto alla classe politica che ci guiderà da questo autunno.

Se leggiamo i programmi dei partiti e le tante indicazioni che arrivano dalla società, ci rendiamo conto che il tema dell’Innovazione resta sempre un “di cui”. L’impressione è che si scriva di Digitale perché si è obbligati a farlo, per essere allineati su come va il mondo e su cosa dice l’Europa, ma in verità non si creda molto nella sua centralità. Mentre la mia idea è radicalmente diversa: solo una politica centrata sull’Innovazione può attivare cambiamenti positivi in tutte le altre aree dell’economia.

Ministero dell’Innovazione: quale ruolo?

L’esistenza di un Ministero dell’Innovazione, della digitalizzazione e dell’AI è importante perché risponde almeno a due esigenze: innanzitutto è la prova che ci si sta credendo davvero. Ma non basta: deve essere un Ministero con il portafoglio, con un ricco portafoglio, che deve lavorare in concerto con il Mise per le imprese e con tutti gli altri Ministeri in quanto il digitale è trasversale per natura ed è un fattore abilitante. In realtà il Digitale non è l’obiettivo ultimo da raggiungere, che invece è quello di avere un tessuto imprenditoriale fortemente competitivo ed innovativo ed una PA che finalmente eroga servizi al cittadino ed alle imprese in modo efficiente, efficace, veloce. Fino ad oggi gli sono state date deleghe troppo ristrette: non può e non deve occuparsi solo della digitalizzazione della PA, ma ampliare il tiro al Sistema Paese, occupandosi anche e soprattutto della digitalizzazione del tessuto imprenditoriale italiano. Anche in questo senso sarebbe un buon segnale il suo insediamento a Milano, in questo momento unica città europea sulla quale stanno puntando gli investitori internazionali e che rappresenta la fucina dell’innovazione italiana.

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Come attivare l’innovazione nelle micro e piccole imprese

Era l’autunno del 2020 quando lanciammo il programma “Oltre”: una serie organica di input alla politica per creare le condizioni di attivazione del cambiamento nelle piccole imprese attraverso il Digitale. L’evoluzione sistemica del nostro Paese passa da qui: il nostro tessuto imprenditoriale – escludendo poche grandi imprese multinazionali o partecipate – è fatto di piccole realtà, che fanno più fatica delle grandi a cambiare, sia finanziariamente sia culturalmente.

Quegli stessi punti sono oggi vitali, in particolare perché dobbiamo trovare un sistema per finanziare la riprogettazione innovativa del business. Dobbiamo riuscire a rivoluzionare l’approccio ai bandi, in cui favorire la compresenza di fornitori, fruitori e associazioni di categoria, con particolare riferimento alle Mpmi. Rendere automatico il finanziamento anticipato degli investimenti da parte delle banche a fronte dell’assegnazione di fondi a seguito della partecipazione ai bandi, perché il vero problema è la mancanza di liquidità. Inserire la cessione del credito anche per le attività di Ricerca e Sviluppo. Fino a spingerci a finanziare anche le spese che la piccola impresa deve sostenere per partecipare al bando di finanziamento.

Naturalmente questo vale anche per le piccole imprese digitali, per le quali sarebbe opportuno introdurre sistemi di decontribuzione totale per 5 anni sulle nuove assunzioni in ambito ricerca e sviluppo, senza plafond, e un abbassamento del cuneo fiscale delle risorse già assunte. Perché l’Innovazione non è solo appannaggio delle multinazionali, c’è anche un’innovazione Made in Italy che dobbiamo riuscire a valorizzare, anche perché la vera innovazione arriva sempre dalle piccole imprese che sono costrette ad innovare per rimanere sul mercato, per cui l’innovazione rappresenta la natura del loro essere ed esistere.

La rete dell’Innovazione: mettere a sistema i territori, le istituzioni e le associazioni

Come attivare concretamente i processi diffusi di innovazione? In un contesto così atomizzato la strada maestra è la creazione di ecosistemi domanda-offerta che valorizzino le filiere del Made in Italy, integrando i lavori con le associazioni di categoria, che fanno da interpreti e catalizzatori delle esigenze delle aziende sul territorio. Lo strumento c’è già ed è quello dei Digital Innovation Hub. Ma essi, per rendere stabile il loro ruolo, hanno bisogno di risorse, dato che sino ad oggi si sono autofinanziati.

Scuola e competenze digitali

Fare innovazione presuppone un fattore imprescindibile: quello delle competenze digitali. Chi lavora nel mercato Ict lo sa da tempo: è forse l’unico settore in cui c’è più Domanda di competenze che Offerta. Questo significa che mancano talenti nelle aree tecnologiche Stem, soprattutto perché il sistema scolastico e universitario viaggia ad una velocità molto più lenta rispetto alle esigenze delle imprese.

I programmi ministeriali oggi sono molto lontani da ciò che serve all’economia italiana e formano soggetti con competenze difformi da quelle che le aziende ricercano. Non solo, il problema sta anche a monte, nella fase di orientamento, in cui esistono ancora categorie obsolete e pregiudizi culturali (e di genere) sui percorsi scientifici che non attraggono i giovani.

Per esempio, con la tipologia di orientamento esistente proposto nel nostro Paese, un ragazzo o una ragazza con dei talenti e background musicali mai verrebbero indirizzati a intraprendere un

percorso educativo come quello del data scientist e magari lavorare in una società che si occupa di AI , invece è un grandissimo errore perché la musica è matematica e sono risorse preziosissime per il settore dell’AI.

Le aziende più strutturate creano delle Accademy per sopperire alla mancanza di education ma le Mpmi non se lo possono permettere. Tutto il sistema va ripensato, ragionando in modo opposto: partiamo da una visione sul futuro, e a ritroso costruiamo approcci e percorsi adatti ad arrivarci preparati.

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