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Europa-Usa, si arena l’accordo sui dati: gli effetti sulle strategie “sovrane”



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L’Atlantic Council fotografa il crescente deficit di fiducia transatlantico: lo stallo sull’accesso alle informazioni si intreccia con la corsa europea all’autonomia tecnologica. Sul tavolo cloud, interoperabilità, investimenti e il rischio di una frammentazione digitale non pianificata

Pubblicato il 21 ago 2026

Federica Meta

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Punti chiave

  • Crescente trust deficit tra Ue e Usa trasforma questioni tecniche come cloud, accesso ai dati e e-Evidence in problemi geopolitici.
  • L’Ue accelera con il European Technological Sovereignty Package ma sconta un capability gap industriale, di investimenti e competenze.
  • Raccomandazioni: livelli differenziati di controllo e interoperabilità, mantenere dialogo tecnico sul CLOUD Act e favorire accordi mirati per evitare la fragmentation by accident, not design.
Riassunto generato con AI


La relazione digitale transatlantica sta attraversando una fase di crescente tensione e il problema non riguarda più soltanto le differenti impostazioni normative adottate sulle due sponde dell’Atlantico. Al centro del confronto stanno entrando il controllo delle infrastrutture, l’accesso ai dati, il cloud, l’intelligenza artificiale e la capacità dell’Europa di ridurre la propria dipendenza dai fornitori tecnologici statunitensi.

È il quadro che emerge da un’analisi dell’Atlantic Council, think tank statunitense specializzato in relazioni internazionali e sicurezza, costruita sulla base di due tavole rotonde organizzate dalla Democracy + Tech Initiative. Gli incontri, tenuti nei mesi di maggio e giugno 2026 secondo la Chatham House Rule, hanno riunito accademici, rappresentanti della società civile e dell’industria, funzionari ed ex funzionari provenienti dagli Stati membri dell’Unione europea, dalla Commissione, dal Regno Unito, dal Canada e dagli Stati Uniti.

È quindi importante distinguere le valutazioni contenute nel documento dalle posizioni ufficiali delle istituzioni europee o americane: si tratta delle conclusioni e delle raccomandazioni elaborate dal think tank sulla base del confronto con gli esperti partecipanti ai due workshop.

I due filoni affrontati possono apparire diversi. Il primo riguarda l’attuazione del regolamento europeo sull’e-Evidence e il futuro dell’accesso transfrontaliero alle prove elettroniche da parte delle autorità giudiziarie. Il secondo affronta invece la sovranità digitale e la dipendenza europea dalle infrastrutture tecnologiche esterne. Per l’Atlantic Council, però, alla base di entrambi c’è lo stesso problema: un crescente “trust deficit” tra Unione europea e Stati Uniti che sta trasformando questioni tecniche e giuridiche in problemi sempre più politici.

Il 2026 anno di svolta nei rapporti transatlantici

Secondo l’analisi, il 2026 rappresenta un vero e proprio punto di discontinuità. Le tensioni sulla politica digitale non sono nuove: Bruxelles e Washington discutono da oltre un decennio di privacy, concorrenza, regolamentazione delle piattaforme e trasferimenti internazionali delle informazioni.

Ciò che sarebbe cambiato è il contesto nel quale questi dossier vengono affrontati. Il disaccordo normativo si sta sovrapponendo a una crisi di fiducia più generale tra gli alleati, rendendo più difficile separare le questioni tecnologiche dai rapporti geopolitici.

I partecipanti ai workshop citano una serie di elementi che avrebbero contribuito ad aggravare il clima: dalla percezione europea di una maggiore convergenza tra l’amministrazione americana e le grandi aziende tecnologiche statunitensi fino alle contestazioni provenienti da Washington nei confronti delle regole Ue sulle piattaforme digitali.

L’Atlantic Council richiama inoltre le preoccupazioni europee relative all’indipendenza degli organismi di controllo statunitensi e alle possibili conseguenze sul Data Privacy Framework, il sistema sul quale poggiano oggi numerosi trasferimenti di informazioni personali tra le due economie.

Il risultato, secondo il think tank, è che decisioni in precedenza valutate prevalentemente sulla base di costi, sicurezza e prestazioni vengono sempre più interpretate attraverso il prisma della dipendenza geopolitica.

Questo meccanismo sarebbe particolarmente evidente nel cloud. La domanda per Bruxelles non è più soltanto quale piattaforma offra il miglior rapporto tra prezzo, funzionalità e affidabilità, ma quale livello di esposizione possa derivare dall’utilizzo di tecnologie appartenenti a società sottoposte alla giurisdizione di un Paese terzo.

La sovranità Ue corre più veloce delle capacità disponibili?

È su questo punto che l’analisi individua uno dei principali problemi della strategia europea. L’ambizione politica di conseguire una maggiore indipendenza digitale starebbe procedendo più rapidamente della capacità industriale, finanziaria e amministrativa necessaria a realizzarla.

La valutazione dell’Atlantic Council arriva mentre Bruxelles ha effettivamente accelerato sulla materia. Il 3 giugno 2026 la Commissione ha presentato l’European Technological Sovereignty Package, che comprende il Chips Act 2.0, il Cloud and AI Development Act, la strategia europea per l’open source e una roadmap dedicata alla digitalizzazione e all’intelligenza artificiale nell’energia. L’obiettivo dichiarato è ridurre le dipendenze strutturali dai fornitori extra-Ue nei segmenti tecnologici più importanti.

Secondo il policy paper del think tank, tuttavia, il problema consiste nel conciliare almeno tre interpretazioni differenti della sovranità digitale.

La prima è difensiva e considera l’autonomia uno strumento per proteggersi da coercizioni, interruzioni dei servizi o effetti extraterritoriali delle leggi di altri Paesi. La seconda è offensiva, e punta invece a utilizzare le politiche industriali per rafforzare la competitività europea e diminuire le debolezze strutturali. La terza è più propriamente politica: la richiesta di sovranità diventa in questo caso una risposta alla perdita di fiducia negli alleati e un segnale di autonomia, indipendentemente dalla valutazione tecnica del singolo rischio.

Secondo i partecipanti al workshop, proprio quest’ultima dimensione avrebbe guadagnato terreno nel corso del 2026.

Il rischio è che obiettivi differenti finiscano per essere trattati attraverso gli stessi strumenti. Proteggersi da una possibile interferenza straniera, costruire un’industria europea competitiva e mandare un segnale politico a Washington non sono necessariamente la stessa cosa, e possono richiedere politiche differenti.

Sul cloud pesa il timore della dipendenza strategica

Il cloud rappresenta forse il caso più evidente. L’analisi descrive la preoccupazione di alcuni interlocutori europei per quella che viene definita “weaponized interdependence”: una situazione nella quale la dipendenza da infrastrutture appartenenti a società straniere potrebbe trasformarsi, in condizioni geopolitiche estreme, in uno strumento di pressione.

Nel workshop alcuni partecipanti hanno utilizzato anche l’espressione “kill switch risk”, cioè l’ipotesi che l’accesso a tecnologie indispensabili possa essere limitato o interrotto. Il documento precisa però che sulla concretezza di questo rischio non esiste affatto consenso.

Una parte degli esperti considera uno scenario del genere poco probabile e sottolinea che anche infrastrutture globali estremamente sensibili hanno continuato a funzionare nonostante l’esclusione selettiva di singoli Paesi.

Altri ritengono invece che concentrarsi soltanto sulla probabilità di un’interruzione esplicita sottovaluti il problema principale: l’esposizione alla giurisdizione di un Paese terzo può produrre effetti anche senza arrivare alla sospensione di un servizio.

È qui che il tema tecnologico incontra quello legale.

Un’infrastruttura fisicamente localizzata in Europa può infatti essere gestita da un gruppo sottoposto anche alle leggi della propria giurisdizione di origine. Localizzare i dati nell’Unione non equivale quindi necessariamente, secondo questa impostazione, a eliminare la dipendenza giuridica.

La Commissione europea ha cercato di affrontare la questione anche attraverso il Cloud and AI Development Act, che propone un quadro comune europeo di valutazione della sovranità per cloud e AI e punta contemporaneamente ad aumentare la capacità dei data center nell’Unione.

Proprietà europea o interoperabilità, il nodo resta aperto

Uno dei punti più interessanti dell’analisi riguarda proprio la scelta tra controllo proprietario e interoperabilità.

Per alcuni degli esperti coinvolti nei workshop, i requisiti di portabilità non sono sufficienti a eliminare il rischio giuridico. Un provider con sede negli Stati Uniti può continuare a essere soggetto a determinate disposizioni americane anche se le informazioni sono conservate fisicamente nell’Ue.

Da questa prospettiva, nei sistemi più sensibili la proprietà europea dell’infrastruttura potrebbe essere considerata parte della garanzia di autonomia, e non semplicemente una misura protezionistica.

L’argomentazione opposta è però altrettanto rilevante. Applicare requisiti di proprietà troppo restrittivi anche agli utilizzi ordinari del cloud potrebbe aumentare i costi, ridurre la capacità disponibile e obbligare aziende e amministrazioni a scegliere alternative europee che non hanno ancora raggiunto le dimensioni e la varietà di servizi dei grandi hyperscaler americani.

Il compromesso potrebbe quindi passare attraverso livelli differenti di garanzia, utilizzando i requisiti più severi soltanto per infrastrutture, funzioni statali e workload realmente critici.

È anche una delle raccomandazioni formulate dall’Atlantic Council, che suggerisce alla Commissione di rendere molto chiari i criteri con i quali determinare i differenti livelli di sicurezza e di riservare gli obblighi di controllo proprietario ai casi nei quali esista una motivazione concreta legata alla sicurezza nazionale.

Quando serve l’interoperabilità

Un altro pilastro della strategia europea è l’interoperabilità. L’idea è evitare che aziende e pubbliche amministrazioni rimangano bloccate su una singola piattaforma, rendendo più semplice trasferire applicazioni e informazioni verso un altro fornitore.

L’Atlantic Council solleva però un’obiezione: poter tecnicamente cambiare provider ha un valore limitato se non esistono fornitori alternativi in grado di offrire capacità, prestazioni e servizi equivalenti.

L’interoperabilità può inoltre assumere significati differenti. Può riferirsi alla possibilità di far comunicare sistemi attraverso standard e protocolli comuni oppure, in un’accezione più ampia, alla capacità di trasferire effettivamente informazioni e workload evitando il lock-in.

Per la sovranità digitale è soprattutto questa seconda dimensione a essere strategica, perché la libertà di spostarsi tra infrastrutture differenti determina quanto una dipendenza sia realmente reversibile.

Neppure l’open source rappresenta, secondo il documento, una soluzione automatica. Il software aperto è per definizione costruito da comunità internazionali e può includere componenti provenienti da numerosi Paesi. Sostituire un prodotto proprietario americano con una tecnologia open source non significa dunque necessariamente ottenere automaticamente autonomia tecnologica.

La questione diventa piuttosto la capacità europea di controllare, verificare, mantenere e adattare il software utilizzato, disponendo delle competenze necessarie per evitare che l’apertura del codice venga confusa con l’indipendenza della filiera.

Il gap europeo sugli investimenti

Accanto alla tecnologia c’è poi una questione finanziaria. L’analisi sottolinea il divario tra Stati Uniti ed Europa sul fronte degli investimenti privati nell’intelligenza artificiale e nelle infrastrutture computazionali.

Secondo i partecipanti ai workshop, alcune delle risorse annunciate a livello europeo o nazionale risultano troppo ridotte per modificare realmente gli equilibri competitivi con gli hyperscaler.

La sovranità tecnologica richiede infatti capitale, capacità computazionale, data center, energia, semiconduttori, competenze e aziende in grado di operare su scala continentale. La semplice introduzione di preferenze negli appalti o di requisiti regolatori non produce automaticamente una filiera alternativa.

L’Atlantic Council descrive così un potenziale “capability gap”: la distanza tra l’ambizione politica e gli strumenti effettivamente disponibili per trasformarla in capacità industriale.

La questione è particolarmente delicata nel mercato dell’AI, dove le economie di scala sono enormi e l’accesso alle infrastrutture di calcolo rappresenta ormai una barriera all’ingresso.

Ridurre la dipendenza senza aumentare parallelamente l’offerta europea potrebbe quindi generare un effetto indesiderato: meno scelta per imprese e amministrazioni senza una corrispondente crescita dell’autonomia industriale.

Sui dati il conflitto giuridico Ue-Usa diventa concreto

La seconda parte dell’analisi utilizza il dossier e-Evidence per dimostrare come le tensioni sulla sovranità possano tradursi in problemi giuridici molto concreti.

Il regolamento europeo sull’e-Evidence è diventato applicabile il 18 agosto 2026 e consente alle autorità competenti di emettere European Production Orders e Preservation Orders direttamente nei confronti dei fornitori che operano in altri Stati membri, riducendo la necessità di utilizzare esclusivamente i più lenti meccanismi tradizionali di cooperazione giudiziaria.

L’obiettivo è accelerare l’accesso alle prove digitali, una necessità sempre più rilevante nelle indagini nelle quali messaggi, file, indirizzi Ip, account e altre informazioni possono essere detenuti da un provider situato in una giurisdizione differente.

Proprio questa maggiore rapidità fa però emergere il conflitto con le leggi statunitensi.

Secondo l’Atlantic Council, un provider sottoposto contemporaneamente alle regole europee e a quelle americane potrebbe trovarsi davanti a obblighi incompatibili, con un’autorità che richiede la consegna di informazioni mentre la normativa dell’altra giurisdizione ne limita la divulgazione.

È uno degli esempi più concreti di ciò che nel dibattito sulla sovranità viene definito dipendenza giuridica: non conta soltanto dove si trovi un server, ma quali leggi possano essere applicate all’azienda che lo gestisce.

Il ruolo di un possibile accordo sul Cloud Act

Per il think tank, una soluzione strutturale richiederebbe un accordo Ue-Usa nell’ambito del CLOUD Act americano, capace di creare un percorso riconosciuto per le richieste delle autorità e ridurre il rischio di conflitti normativi.

Il problema è che i negoziati, secondo quanto riferito dai partecipanti al workshop, risultano congelati proprio a causa del deterioramento del clima politico transatlantico.

È qui che l’Atlantic Council vede il collegamento tra i due dossier analizzati.

Il problema dell’e-Evidence potrebbe sembrare una questione tecnica di procedura penale. La sovranità digitale potrebbe invece apparire un tema di politica industriale. In realtà entrambi mostrano cosa accade quando infrastrutture e informazioni attraversano confini giuridici differenti e la fiducia tra i governi diminuisce.

Il documento sostiene infatti che nessuna soluzione puramente tecnica può eliminare un conflitto tra norme appartenenti a due ordinamenti sovrani.

Le procedure previste sia dal regolamento europeo sia dalla legislazione statunitense possono aiutare un giudice a valutare i singoli casi, ma non eliminano alla radice il problema.

Provider e telco, l’e-Evidence porta il confronto sulle reti

Il dossier ha ricadute anche sul settore delle telecomunicazioni. Il perimetro dell’e-Evidence comprende infatti i fornitori di servizi interessati dalle richieste di prove elettroniche e il tema dell’accesso transfrontaliero riguarda direttamente un ecosistema nel quale operano provider di comunicazione, piattaforme digitali e soggetti che gestiscono dati necessari alle indagini.

Per le telco il problema è dunque duplice. Da una parte c’è la necessità di predisporre processi organizzativi e tecnici in grado di ricevere e gestire gli ordini europei. Dall’altra cresce l’importanza di comprendere quali obblighi possano derivare dalla presenza internazionale del gruppo e dalle diverse giurisdizioni alle quali esso è soggetto.

L’analisi dell’Atlantic Council mette in evidenza un principio che va oltre il singolo regolamento: nell’economia digitale la sovranità non riguarda soltanto cloud e data center, ma anche la possibilità di stabilire chi abbia il potere legale di chiedere accesso alle informazioni che transitano sulle infrastrutture.

Per operatori e service provider, quindi, interoperabilità tecnica e interoperabilità giuridica tendono sempre più a diventare due facce dello stesso problema.

Una frammentazione senza decoupling

Una delle conclusioni più significative del documento è che la frammentazione transatlantica non deriverebbe da una decisione esplicita di Europa e Stati Uniti di separare i rispettivi ecosistemi digitali.

Secondo i partecipanti ai workshop, il decoupling sta emergendo progressivamente dall’accumulazione di decisioni più piccole: ritardi nell’attuazione delle norme, preferenze nazionali negli appalti, requisiti divergenti, negoziati sospesi e differenti strategie industriali.

Il rischio è quindi una “fragmentation by accident, not design”: una separazione costruita passo dopo passo senza che nessuno dei due blocchi abbia deciso formalmente di perseguirla.

Questo aspetto rende ancora più difficile intervenire, perché non esiste un singolo accordo da modificare o una sola norma da correggere.

L’Atlantic Council ritiene che nei prossimi anni diventeranno quindi sempre più importanti accordi circoscritti, coalizioni tra Paesi con interessi comuni e forme di cooperazione tecnica capaci di continuare anche quando il dialogo politico generale rimane bloccato.

In attesa di un’intesa complessiva: che fare?

Le raccomandazioni finali del think tank seguono proprio questa logica.

Invece di aspettare una normalizzazione completa delle relazioni tra Washington e Bruxelles, il documento invita a distinguere le questioni che possono essere risolte anche in assenza di fiducia politica da quelle che necessitano inevitabilmente di un accordo tra i governi.

Sul fronte europeo viene suggerito di accompagnare meglio gli Stati membri nell’attuazione dell’e-Evidence e di definire con precisione i diversi livelli di garanzia previsti per il cloud, evitando di applicare i requisiti più restrittivi indistintamente a tutti i sistemi.

Sul fronte transatlantico, il think tank propone di mantenere aperto almeno il dialogo tecnico sul CLOUD Act anche se un accordo politico appare difficile nel breve periodo. Allo stesso tempo invita Washington a rendere più chiari i meccanismi di supervisione utilizzati per garantire il funzionamento dei sistemi di trasferimento dei dati.

Un’altra strada potrebbe essere la cooperazione tra gruppi più piccoli di Paesi. Stati con esigenze e capacità finanziarie simili potrebbero mettere in comune investimenti in cloud sovrano e capacità computazionale anziché attendere un modello perfettamente uniforme a livello continentale.

È una strategia pragmatica, coerente con la conclusione generale dell’analisi: nel contesto politico attuale, ottenere progressi limitati ma concreti può essere preferibile all’attesa di grandi accordi che difficilmente arriveranno in tempi rapidi.

La sovranità non è solo una dichiarazione politica

Il messaggio di fondo del policy paper è dunque rivolto soprattutto all’Europa. Aumentare il controllo sulle tecnologie strategiche può essere un obiettivo legittimo, ma sovranità politica e capacità tecnologica devono procedere insieme.

Se l’Unione vuole diminuire la dipendenza dagli hyperscaler americani deve creare alternative capaci di competere per prestazioni, scala, innovazione e costi. Se vuole ridurre l’esposizione alle giurisdizioni straniere deve contemporaneamente costruire regole che non rendano inutilmente più difficile l’accesso alle tecnologie necessarie all’economia.

E se punta sull’interoperabilità, deve assicurarsi che la portabilità non rimanga teorica.

Nello stesso tempo, l’analisi mette in guardia Washington dal considerare la leadership tecnologica americana come una leva utilizzabile senza conseguenze. Più gli interlocutori europei percepiscono l’interdipendenza come una possibile vulnerabilità, maggiore diventa la pressione politica per sviluppare alternative.

È questo il paradosso che l’Atlantic Council individua nella nuova fase dei rapporti transatlantici: gli Stati Uniti rimangono troppo importanti per essere sostituiti rapidamente nelle infrastrutture digitali europee, ma la crescente diffidenza nei loro confronti sta accelerando proprio le politiche progettate per diminuirne il peso.

Cloud, intelligenza artificiale, software, dati e comunicazioni si trovano così al centro di un confronto che non è più semplicemente industriale.

La questione decisiva diventa stabilire quanta interdipendenza sia compatibile con la sovranità e quanto controllo sia possibile ottenere senza sacrificare competitività, innovazione e apertura dei mercati.

Secondo l’Atlantic Council, almeno nel breve periodo, una completa separazione tra le due sponde dell’Atlantico non sarebbe né realistica né desiderabile. Ma il ritorno al precedente livello di fiducia non può più essere considerato scontato. È all’interno di questo spazio, molto più incerto, che Europa, Stati Uniti e industria tecnologica dovranno costruire il prossimo equilibrio digitale.

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