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IL REPORT

Italia promossa in Open data, funziona la strategia di Agid

Il nostro al Paese al 4° posto della classifica stilata dalla Ue: convincono le policy dell’Agenzia sulla promozione del patrimonio informativo pubblico, la realizzazione del Paniere dinamico di dataset e il portale. Sul podio Irlanda, Spagna e Francia

26 Nov 2018

F. Me

Convince la strategia italiana sugli open data. Il nostro Paese si conferma infatti ai primi posti nello State of play 2018 relativo al grado di maturità degli open data e guadagna ulteriori posizioni rispetto all’anno precedente.

Secondo l’Open data maturity report 2018, relizzato da Capgemini per la Commissione Europea, l’Italia si posiziona al quarto posto con un punteggio complessivo dell’80% e si classifica per il secondo anno consecutivo tra i Paesi “trendsetter”, cioè quelli che sono stati in grado di mettere in atto una politica di Open Data avanzata e ben coordinata tra tutti gli attori che operano sul territorio nazionale e che dispongono di un portale nazionale dei dati aperti con funzionalità avanzate.

In prima posizione l’Irlanda, seguita da Spagna e Francia. Al quinti posto Cipro. Questi Paesi, insieme all’Italia sono considerati “trendsetter”.

Un risultato raggiunto grazie anche a una serie di azioni promosse da Agid come la definizione di specifiche policy, riconducibili al  Piano triennale e supportate dalle Linee guida per la Valorizzazione del patrimonio informativo pubblico.

Da segnalare gli aggiornamenti del Paniere dinamico di dataset , cui hanno contribuito amministrazioni centrali, regionali e locali e il consolidamento dell’indagine nazionale sull’implementazione della direttiva Psi, relativa al riutilizzo dell’informazione del settore pubblico.

Tra i progetti chiave anche la realizzazione del portale nazionale dati.gov.it.

Un risultato piuttosto lusinghiero per il Paese, che si mette in luce con un punteggio del 96% in termini di “politiche” (contro l’82% della media del campione), oltre che con un “impatto” al 73% (media del 50%), una “maturità” dei portali al 70% (contro il 63% europeo) e una “qualità” all’80% (media Ue del 62%). Non che manchino tuttavia i nodi da sciogliere: a livello italiano le barriere alla pubblicazione e al riuso dei dati individuate dagli esperti vanno dalla mancanza delle risorse necessarie a sviluppare un programma nazionale al mancato riconoscimento degli asset informativi, passando per la mancanza di una figura riconosciuta di data manager e per una insufficiente condivisione delle competenze.

Allargando lo sguardo all’intera Europa, si osserva come il blocco Ue non abbia ancora raggiunto il suo massimo potenziale dal punto di vista degli open data, fermandosi a un tasso di maturità complessivo del 65%. In particolare, il rapporto evidenzia da una parte la discontinuità con cui i paesi europei stanno abbracciando la trasformazione guidata dagli Open Data, dall’altro le diverse scale di priorità che ognuno di loro ha identificato per implementarla.

La valutazione delle quattro variabili scelte per analizzare il quadro mette infatti in luce una certa disparità tra alcune aree in cui sono stati registrati buoni progressi – ad esempio quella relativa alle policy – e altre in cui sono ancora necessarie azioni per far sì che i paesi proseguano verso gli obiettivi fissati a livello comune.

“I paesi dell’Unione Europea devono migliorare la propria strategia per cogliere i benefici attesi dagli open data – sintetizza Domenico Leone, public sector director della Capgemini business unit Italy- Sarà fondamentale concentrarsi su alcuni settori prioritari per catturarne e dimostrarne l’impatto”. Secondo l’esperto, “incentivare la pubblicazione di dati di alta qualità e capire come massimizzare il riutilizzo degli open data sarà inoltre cruciale per cogliere l’impatto su questi domini”.

Il report evidenzia lo stato dell’arte dei 28 Paesi europei in materia, tenendo conto di quattro dimensioni: le policy, i portali nazionali di riferimento, la qualità dei dati esposti e, particolarmente rilevante, la dimensione degli impatti, volta a misurare monitorare l’effettivo riutilizzo dei dati e il loro impatto sul piano politico, sociale, ambientale ed economico.

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