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SCENARI

Le imprese italiane spingono sul digitale: nel 2019 investimenti a +2,6%. Ma non basta

Il 40% delle aziende aumenterà i budget. La dematerializzazione prima voce di spesa, seguita da Big Data Analytics e sistemi Erp. Ma i numeri non sono sufficienti a garantire il futuro: è necessario ripensare completamente i modelli di business, sperimentando nuove forme organizzative. Il report degli Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence Polimi-PoliHub

29 Nov 2018

Mila Fiordalisi

Direttore

Nel 2019 i budget delle imprese italiane destinati all’innovazione digitale aumenteranno del 2,6% e risulteranno in crescita nel 39% delle aziende. E gli investimenti si concentreranno in particolare su dematerializzazione dei documenti, Big Data Analytics e sistemi Erp. È questa la stima messa nero su bianco dall’indagine a firma degli Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano in collaborazione con PoliHub.

In dettaglio gli investimenti saranno trainati dalle grandi imprese, che mostrano un incremento medio del 4,8%, seguite dalle medie (+3,2%) e dalle grandissime imprese (+1,9%). Il 14% delle aziende prevede un aumento del budget superiore al 10%, il 25% un aumento fino al 10%. Solo il 9,5% delle imprese diminuirà il budget Ict. Il 47% ha un budget dedicato all’innovazione digitale anche in altre funzioni aziendali: è inferiore a quello della Direzione Ict nel 36% dei casi, comparabile o superiore nell’11%. E riguardo gli ambiti di investimento la digitalizzazione e dematerializzazione risulta al primo posto (indicata dal 39% del panel), seguita da Big Data Analytics e Business Intelligence (38%) e il consolidamento, sviluppo e rinnovamento dei sistemi Erp (31%). Seguono lo sviluppo e il rinnovamento dei sistemi Crm (26%), le soluzioni di e-commerce e mobile commerce (20%), sistemi di Information Security, Compliance e Risk Management (18%), applicazioni e tecnologie di Industria 4.0 (16%), Mobile Business (16%), sviluppo o rinnovamento dei Data Center e Information Management (15%). Chiudono a distanza Artificial Intelligence e Machine Learning (10%), Smart Working (10%), Internet of Things (9%), Supply Chain Finance e Blockchain (entrambe al 2%).

“La costante crescita della spesa Ict per il terzo anno consecutivo e la presenza di investimenti digitali anche in unità aziendali diverse dall’IT sono ottimi segnali di maturità da parte delle aziende italiane”, commenta Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Digital Transformation Academy. “Ma incrementare le risorse dedicate all’innovazione non è sufficiente: per gestire la velocità e la pervasività con cui il digitale sta rivoluzionando ogni settore e attività professionale, è necessario ripensare completamente i propri modelli di business, sperimentando nuove forme organizzative che coinvolgano tutte le linee di business. Le imprese più lungimiranti si stanno attrezzando: circa un terzo delle imprese ha già adottato concretamente iniziative di Open Innovation, accogliendo e integrando stimoli di innovazione da nuove fonti finora poco utilizzate ma in crescita, come startup, università e centri di ricerca”.

Le imprese sono consapevoli che dall’innovazione passa la capacità di restare competitive sul mercato, ma misurarne l’impatto non è un’operazione semplice. Soltanto il 17% ha un sistema di metriche per misurare l’impatto dell’innovazione digitale, e fra queste il 14% deve ancora strutturarle, anche se il 40% dichiara di avere in programma di adottarne uno. I risultati economici (Roi e fatturato) sono la dimensione più misurata dalle imprese (71%), seguiti dalle risorse spese nei processi di innovazione (53%) e dagli indicatori di branding, come la soddisfazione dei clienti e dei dipendenti, l’immagine aziendale e l’employer branding (50%). Tra le dimensioni considerate più importanti per le aziende, però, figura con il 43% delle preferenze anche l’impatto sulla cultura aziendale e sul modello di leadership.

Ed è proprio la cultura aziendale – secondo quanto emerge dall’indagine – l’ostacolo più difficile da superare. La principale sfida organizzativa è rappresentata, per il 55% del campione, dallo sviluppo di strutture, ruoli e meccanismi di coordinamento che coinvolgono le diverse direzioni. A seguire la necessità di reperire, valutare e sviluppare competenze digitali (44%), la definizione di nuove forme di collaborazione con i fornitori tradizionali e nuovi partner come startup, centri di ricerca e università (41%).

Il 60% delle imprese ha avviato iniziative per favorire l’attitudine imprenditoriale dell’organizzazione, come sensibilizzare i manager a stili di leadership indirizzati all’accettazione del rischio e dell’errore (39%), formazione su temi di frontiera come il design thinking (35%) e percorsi di formazione per stimolare l’innovazione fra i dipendenti (30%). Seguono collaborazioni con le startup (29%), l’organizzazione di contest o hackathon per coinvolgere i dipendenti (24%). Il 26% non ha lanciato nessuna iniziativa, ma le sta pianificando, mentre solo il 14% non è interessato.

Le imprese cercano di dotarsi di modelli organizzativi con ruoli e processi definiti e strutturati. Tra quelle con oltre 250 dipendenti, il 35% affida ogni progetto di innovazione a un team dedicato, il 26% gestisce i progetti di innovazione in modo occasionale e con attività non strutturate, nel 4% dei casi è presente un comitato innovazione interfunzionale, nel 36% è presente una Direzione innovazione o una figura dedicata.

Le principali fonti di innovazione negli ultimi tre anni sono piuttosto “tradizionali”: in testa i venditori e fornitori di soluzioni Ict (42%), seguiti dal top management (38%), dai clienti esterni (36%) e società di consulenza (32%), mentre appare ancora limitato l’impatto di università e centri di ricerca (15%), startup (10%) e aziende non concorrenti (7%). Se si osservano le indicazioni delle imprese per i prossimi tre anni, tuttavia, il divario si riduce nettamente, con tutte le fonti tradizionali in calo, come venditori e fornitori di tecnologie (31%, -27% sul triennio precedente), società di consulenza (22%, -33%) e il top management (36%, -6%), mentre registrano un forte incremento le fonti di innovazione finora poco utilizzate, come le startup (indicate dal 23% del campione, +138% sul triennio precedente), i centri di ricerca e le università (23%, +59%), le unità aziendali di ricerca e sviluppo (24%, +21%) e le aziende non concorrenti (8%, +20%).

L’innovazione digitale introduce nuovi modelli di business partecipativi, aperti a startup, centri di ricerca e aziende non concorrenti: il 33% delle imprese ha già in atto iniziative di Open Innovation e il 24% ha in programma di realizzarle a breve. Solo il 17% ha un sistema di metriche per misurare l’impatto dell’innovazione digitale. Oltre metà delle aziende guarda alle startup come fonte di innovazione: il 33% ha già attivato una forma di collaborazione e il 21% ha in programma di farlo.

“Un terzo delle aziende analizzate è già oggi impegnato in iniziative di Open Innovation ed un ulteriore quarto si appresta ad avviare a breve iniziative in proposito – dice Stefano Mainetti, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Startup Intelligence e ceo di PoliHub -. Questi dati confermano una tendenza positiva. Sono per ora iniziative prevalentemente affrontate con pragmatismo e grande prudenza e, nella maggior parte dei casi, si registra un approccio estemporaneo dal quale stenta ancora ad emergere una reale azione sistematica. Le aziende stanno oggi sperimentando l’utilizzo di un ampio spettro di azioni di Inbound Open Innovation, con una predilezione per le attività più tradizionali e consolidate, che implicano minori investimenti e rischi, ma anche risultati di minore impatto. Nel caso dell’Outbound, invece, le imprese tendono a utilizzare quelle azioni che consentono di mantenere internamente la proprietà intellettuale o che favoriscono la riduzione del rischio imprenditoriale”.

Last but not least più della metà delle aziende intervistate guarda all’ecosistema delle startup come fonte alternativa per lo sviluppo di innovazione digitale. In particolare, il 33% delle imprese oggi ha collaborazioni già attive con startup e il 21% ha intenzione di avviarne a breve. La percentuale di collaborazioni attive aumenta notevolmente fra le grandissime imprese (57%), mentre scende fra le medie (14%), anche se il 18% ha manifestato l’interesse a farlo in futuro.

“La strada per avviare in modo efficace collaborazioni con startup è disseminata di ostacoli e non tutte le imprese decidono di percorrerla – dice Alessandra Luksch, Direttore degli Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence -. Ma l’interesse per queste realtà rimane alto per la possibilità di spunti di innovazione, l’apporto di una nuova cultura imprenditoriale e di modalità di lavoro più agili. Per cogliere queste opportunità, però, è necessario che entrambi gli attori siano disposti a mettere in discussione le proprie metodologie e le proprie abitudini, agendo con maggiore flessibilità e riuscendo così a trovare un punto di incontro per la nascita di una relazione che porti vantaggio e valore aggiunto ad entrambi gli attori in gioco”.

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