La smart city non si misura più soltanto dal numero di sensori installati, dalla velocità delle reti o dalla disponibilità di open data. A determinare la maturità digitale di una metropoli è ormai la capacità di trasformare infrastrutture, applicazioni e intelligenza artificiale in servizi realmente utilizzati dai cittadini, risultati economici e maggiore qualità della vita. È la fotografia che emerge dal primo Intelligent Cities Index 2026 di Boston Consulting Group, che confronta 61 grandi città di 39 Paesi attraverso 35 indicatori e assegna a Londra il primo posto, davanti a Dubai, New York, Washington e Amsterdam.
La capitale britannica ottiene 85 punti, mentre le altre quattro città di testa si fermano a quota 80. Il dato più rilevante, tuttavia, non è soltanto la classifica. Nessuna metropoli domina tutte le dimensioni considerate dal report. Anche i leader mostrano aree da rafforzare, a conferma che la trasformazione urbana non segue un modello unico e non può essere affidata a una singola tecnologia.
Bcg valuta cinque ambiti: risultati per residenti e imprese, strategia, adozione, modelli di lavoro e fattori abilitanti. Questi ultimi comprendono infrastrutture, piattaforme dati, diffusione dell’Ai, capitale, startup, competenze e disponibilità di talenti. Il messaggio per amministrazioni e operatori è netto: la tecnologia produce valore solo quando viene integrata con governance, investimenti, ecosistemi industriali e capacità di esecuzione.
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Londra al vertice delle smart city, ma la leadership è distribuita
La top ten riflette un equilibrio geografico che coinvolge Europa, Stati Uniti, Medio Oriente e Asia. Dopo le prime cinque posizioni si collocano Berlino, San Francisco, Shanghai, Pechino e Seul. Singapore è undicesima, seguita da Vienna, Copenaghen e Shenzhen. Parigi è trentunesima, Barcellona trentaduesima.
Londra conquista la vetta soprattutto grazie ai risultati percepiti dai residenti, alla qualità della vita e alle opportunità economiche. Dubai emerge invece per il livello di adozione dei servizi digitali, mentre Amsterdam guida la dimensione degli abilitatori, sostenuta da un ecosistema di startup, capitali e laboratori urbani particolarmente sviluppato. Madrid, pur essendo ventitreesima nella graduatoria generale, ottiene la valutazione più alta per la strategia.
Queste differenze mostrano come una città possa costruire il proprio vantaggio partendo da condizioni molto diverse. Alcune avanzano grazie a una base equilibrata, altre concentrando risorse su pochi domini. Nel report, San Francisco, Seul e Singapore vengono indicate come realtà che puntano soprattutto sulla qualità della strategia e dei modelli operativi. Shanghai, Pechino, Stoccolma, Zurigo, Monaco e Abu Dhabi si distinguono invece per il rafforzamento degli abilitatori.
Il risultato è una mappa meno lineare rispetto alle tradizionali classifiche sulle città digitali. Una metropoli ricca di infrastrutture non è automaticamente una città intelligente. Allo stesso modo, una realtà non ancora al vertice può migliorare rapidamente se riesce a rendere accessibili e utili i servizi.
L’AI entra nelle funzioni centrali delle smart city
Il rapporto individua nell’AI una delle fondamenta della nuova gestione urbana. Le città che la integrano nei servizi pubblici e nelle operazioni quotidiane tendono a sviluppare più casi d’uso e, nei livelli più maturi, migliori risultati per i residenti.
La relazione, precisa Bcg, non è però completamente lineare. Esistono città con una qualità della vita elevata ma un numero ancora contenuto di applicazioni basate sull’Ai. Altre, pur partendo da risultati più deboli, stanno aumentando rapidamente i progetti. Il numero dei casi d’uso è quindi una condizione necessaria per scalare, ma non sufficiente.
L’elemento decisivo è la capacità di passare dalla sperimentazione alla produzione. Nella mobilità, nella sicurezza, nella gestione energetica, nei servizi amministrativi o nella pianificazione urbana, una soluzione pilota produce un impatto limitato se non può accedere a dati affidabili, piattaforme interoperabili e procedure amministrative adeguate. Servono inoltre responsabilità chiare: chi controlla gli algoritmi, chi valuta i risultati, chi interviene quando un sistema genera errori o discriminazioni.
Per le amministrazioni pubbliche si apre quindi una fase più complessa. Dopo gli investimenti in connettività, cloud e digitalizzazione dei procedimenti, l’attenzione si sposta sull’integrazione dell’Ai nei processi decisionali. Questo passaggio richiede competenze tecniche interne, regole per l’utilizzo dei dati, strumenti di valutazione e un rapporto più strutturato con fornitori e partner privati.
Applicazioni urbane, utilizzo e fiducia si alimentano a vicenda
Uno dei risultati più significativi riguarda il legame tra frequenza di utilizzo delle applicazioni urbane e soddisfazione degli utenti. Le città nelle quali i residenti usano più spesso le app dedicate a trasporti, pagamenti, servizi pubblici o comunicazioni con l’amministrazione registrano in genere anche giudizi migliori.
Londra e Dubai rientrano nel gruppo con uso e soddisfazione elevati. Lo studio rileva invece valutazioni più basse dove l’adozione resta inferiore alla media. Non basta quindi rendere disponibile un’applicazione. Occorre migliorarne prestazioni, semplicità e continuità, evitando la proliferazione di strumenti separati che obbligano il cittadino a gestire accessi, identità e interfacce differenti.
Bcg osserva inoltre che le città con popolazioni più giovani mostrano una presenza proporzionalmente maggiore nelle fasce ad alta adozione. Lo stesso fenomeno emerge nell’uso degli strumenti di AI generativa. I residenti che li utilizzano con maggiore frequenza tendono a esprimere più ottimismo sul futuro della tecnologia.
Il rapporto descrive un potenziale circolo virtuoso. Se il servizio funziona, cresce la fiducia; se aumenta la fiducia, sale l’utilizzo; con più utenti e più dati, la città può perfezionare l’offerta e giustificare nuovi investimenti. Ma il meccanismo può anche invertire la direzione. Applicazioni lente, risultati poco trasparenti o timori sulla privacy possono frenare l’adozione e rendere più difficile qualsiasi ulteriore sviluppo.
La sfida, dunque, non è spingere indiscriminatamente l’uso della tecnologia. È costruire servizi che dimostrino un beneficio riconoscibile. Per questo l’esperienza utente, spesso trattata come un elemento secondario nei progetti pubblici, diventa una variabile strategica.
Milano e Roma nella fascia emergente
Il posizionamento delle città italiane evidenzia una distanza ancora ampia dai leader. Roma e Milano occupano rispettivamente il quarantesimo e il quarantunesimo posto, entrambe con 61 punti e classificate nel gruppo delle città emergenti. Roma mostra una strategia relativamente più avanzata rispetto ad altri ambiti, mentre Milano presenta una maturità ancora disomogenea.
Il dato non implica l’assenza di infrastrutture o progetti innovativi. Segnala piuttosto la difficoltà di trasformare iniziative, sperimentazioni e singole eccellenze in una capacità urbana sistemica. Il salto di qualità passa dalla continuità delle politiche, dalla governance dei dati e dalla diffusione dei servizi su scala metropolitana.
Il confronto con Londra, Amsterdam o Berlino indica anche un problema di ecosistema. La presenza di imprese tecnologiche e università non garantisce automaticamente una maggiore maturità. Occorre che startup, ricerca, amministrazione e grandi operatori collaborino su programmi con obiettivi misurabili e tempi compatibili con l’evoluzione tecnologica.
Per le città italiane il tema riguarda anche la frammentazione amministrativa. Mobilità, energia, rifiuti, sanità territoriale e sicurezza fanno spesso capo a enti e aziende differenti. Senza architetture condivise, standard comuni e una regia stabile, ogni progetto rischia di generare una nuova isola digitale.
Infrastrutture e competenze devono crescere insieme
Un altro punto centrale del report è la distinzione tra abilitatori “hard” e “soft”. Nel primo gruppo rientrano infrastrutture, piattaforme, dati e implementazione tecnologica. Nel secondo competenze, finanziamenti, talenti ed ecosistemi imprenditoriali.
Secondo Bcg, 37 città hanno raggiunto un equilibrio tra le due componenti. È possibile costruire reti e piattaforme senza disporre subito di un mercato maturo di competenze e capitali. Ma nessuna città riesce a raggiungere i livelli più alti puntando soltanto sull’infrastruttura.
La capacità di attrarre venture capital, sviluppare startup e formare professionalità specializzate diventa quindi parte integrante della politica urbana. Amsterdam rappresenta uno dei casi più avanzati. Pur avendo meno di un milione di abitanti, dispone di una comunità di imprese innovative più ampia di quella presente in molte metropoli maggiori e ottiene la valutazione più alta nella presenza di living lab, luoghi in cui tecnologie e servizi vengono sperimentati in condizioni reali insieme agli utenti.
Il legame tra ecosistema e opportunità economiche risulta più evidente nelle città mature. Quattro dei leader generali ottengono punteggi elevati sia nella disponibilità di capitali e startup sia nella capacità di generare sviluppo. Nelle realtà meno avanzate la correlazione è più debole, perché l’effetto degli investimenti viene spesso limitato da governance, infrastrutture o processi non ancora adeguati.
Il rischio di un’adozione senza capacità di scala
L’adozione è il dominio con i punteggi medi più alti dell’intero indice. Applicazioni, portali pubblici e strumenti basati sull’AI stanno avanzando anche nelle città che non dispongono ancora di infrastrutture e finanziamenti comparabili a quelli dei leader.
È un segnale positivo, ma anche un possibile punto critico. La diffusione iniziale può creare consenso e dimostrare rapidamente il valore dei servizi. Senza abilitatori e modelli di lavoro solidi, tuttavia, molti progetti raggiungono presto un limite. Il numero di utenti aumenta, ma sistemi e organizzazioni non riescono a sostenere la domanda.
Da qui la necessità di combinare innovazione e capacità operativa. La disponibilità di reti veloci, nodi Iot e data platform deve procedere insieme alla definizione delle responsabilità, alla sicurezza informatica e alla formazione del personale. Anche le partnership pubblico-private assumono un ruolo più rilevante, non soltanto come strumento finanziario, ma per trasferire competenze e accelerare l’industrializzazione delle soluzioni.
Resta inoltre il nodo della qualità dei dati. L’AI può migliorare i servizi urbani solo se le informazioni sono aggiornate, accessibili e rappresentative. Dataset incompleti o non interoperabili possono generare decisioni errate e ridurre la fiducia dei cittadini. Per questo la corsa ai casi d’uso deve essere accompagnata da politiche di governo del dato e da verifiche indipendenti sugli impatti.
La smart city diventa una politica industriale
L’Intelligent Cities Index sposta il dibattito da una visione infrastrutturale a una prospettiva economica e istituzionale. La città intelligente non è più soltanto il terreno sul quale installare reti, telecamere o sensori. È un mercato in cui amministrazioni, telco, cloud provider, imprese dell’Ai, utility, università e startup concorrono alla costruzione di nuovi servizi.
Per gli operatori tecnologici, il valore si concentrerà sempre più nell’integrazione. Le città non hanno bisogno di piattaforme isolate, ma di sistemi capaci di dialogare con archivi pubblici, infrastrutture di rete e applicazioni preesistenti. Crescerà quindi la domanda di interoperabilità, cybersecurity, gestione delle identità, edge computing e strumenti per monitorare gli algoritmi.
Alle amministrazioni spetta invece il compito di definire le priorità. Non tutti i servizi devono essere digitalizzati nello stesso momento e non tutti richiedono l’Ai. Il punto di partenza indicato dal report è selezionare le aree nelle quali il bisogno dei residenti è più evidente, misurare l’impatto e ampliare progressivamente le soluzioni che funzionano.
Il vero discrimine non sarà dunque il possesso della tecnologia più avanzata, ma la capacità di farla diventare parte ordinaria della macchina urbana. Londra, Dubai, New York, Washington e Amsterdam mostrano percorsi diversi, accomunati però da una visione di lungo periodo e da un equilibrio tra infrastrutture, competenze e adozione.
Per le città che inseguono, comprese quelle italiane, la lezione è altrettanto chiara. Il divario non si colma moltiplicando i progetti pilota, ma costruendo una regia capace di scegliere, integrare e scalare. È su questo terreno che la smart city si trasforma da vetrina tecnologica a leva di competitività, inclusione e sviluppo economico.







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