Il Digital Networks Act entra nella fase politica più delicata. Non è più solo un dossier regolatorio sulle reti. Per gli operatori europei diventa il banco di prova della competitività industriale dell’Unione. Con l’avvio della presidenza irlandese del Consiglio Ue, Connect Europe chiede di trasformare l’agenda della connettività in una leva di crescita, sicurezza e sovranità tecnologica.
Il messaggio dell’associazione, che rappresenta i principali operatori europei di telecomunicazioni, arriva in un passaggio cruciale. Bruxelles vuole accelerare su AI, cloud, servizi pubblici digitali, manifattura avanzata e cybersicurezza. Ma queste ambizioni restano fragili senza reti ad alta capacità, resilienti e finanziariamente sostenibili.
La richiesta a Dublino è netta. Il Digital Networks Act non deve limitarsi a riordinare norme esistenti. Deve diventare uno strumento di politica industriale. In questa lettura, la connettività non è una voce tecnica dell’agenda digitale. È l’infrastruttura sulla quale poggia la capacità europea di competere.
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Il cambio di passo chiesto alla presidenza irlandese
La presidenza irlandese del Consiglio Ue si apre mentre il settore telco cerca una nuova centralità nel dibattito europeo. Connect Europe vede in Dublino un interlocutore capace di dare pragmatismo ai dossier ancora aperti. Il punto non riguarda solo la velocità del negoziato. Riguarda la direzione della riforma.
Gli operatori chiedono un quadro che aumenti la fiducia degli investitori. Servono regole più prevedibili, minori oneri duplicati e un mercato meno frammentato. In assenza di questi elementi, sostengono le telco, l’Europa rischia di chiedere alle reti più capacità senza creare le condizioni economiche per finanziarla.
La posta in gioco è ampia. Le reti devono sostenere il traffico generato dall’AI, l’espansione dell’edge cloud, la sicurezza delle catene industriali e la digitalizzazione della pubblica amministrazione. Ogni ritardo infrastrutturale può trasformarsi in un freno alla produttività.
Il Digital Networks Act diventa quindi il punto d’incontro tra agenda digitale e agenda economica. Se il testo resterà una codificazione tecnica, il settore teme un’occasione persa. Se invece favorirà scala e investimenti, potrà segnare una discontinuità rispetto al passato.
Spettro, fibra e accesso: i nodi industriali
Uno dei capitoli più sensibili riguarda lo spettro. Connect Europe chiede maggiore certezza di lungo periodo, con licenze più prevedibili e condizioni favorevoli agli investimenti. La prospettiva include anche le future bande per il 6G.
Il tema non è marginale. Secondo il rapporto State of Digital Communications 2026, negli ultimi cinque anni gli operatori europei hanno sostenuto un costo annualizzato superiore a 8 miliardi di euro per le licenze. Dal 2020, la spesa per le aste 5G ha superato i 30 miliardi. Il totale per lo spettro si avvicina a 50 miliardi.
Queste cifre pesano sulla capacità di finanziare nuove reti. L’industria chiede quindi che lo spettro sia trattato come una leva di sviluppo infrastrutturale. Non come una fonte ricorrente di entrate pubbliche.
Il secondo nodo riguarda l’accesso. Connect Europe spinge per una modernizzazione del regime regolatorio. L’intervento pubblico dovrebbe restare limitato ai colli di bottiglia locali. I rimedi dovrebbero essere proporzionati, temporanei e coerenti con gli investimenti.
Anche la transizione alla fibra viene letta in chiave di mercato. Gli operatori chiedono di sostenere migrazione e domanda, senza imporre scadenze europee rigide per lo spegnimento del rame. Il rischio, secondo l’associazione, è fissare obblighi non allineati alle condizioni reali dei mercati nazionali.
La frammentazione resta il problema di fondo
Dietro la posizione delle telco c’è una diagnosi ormai consolidata. Il mercato europeo resta molto frammentato. Questo limita scala, capacità finanziaria e ritorni sugli investimenti.
Il confronto internazionale è netto. In Europa operano 44 operatori mobili con oltre 500mila clienti. Negli Stati Uniti sono 8, in Giappone 4, in Cina 4 e in Corea del Sud 3. Nel fisso, gli operatori fibra con oltre 500mila unità immobiliari raggiunte sono più di 70 in Europa. Negli Stati Uniti sono 28.
Questa frammentazione si accompagna a ricavi sotto pressione. Nel 2024 l’Arpu mobile europeo, corretto per il Pil, era pari a 14,9 euro. Negli Stati Uniti arrivava a 26,1 euro. In Corea del Sud era 21,7 euro, in Giappone 21,3 euro e in Cina 18,3 euro. Il risultato è un divario di investimento. La spesa pro capite nelle telecomunicazioni europee resta a 118 euro. Negli Stati Uniti raggiunge 217 euro. In Giappone è 173 euro, in Corea del Sud 151 euro. Per Connect Europe, questi numeri mostrano un problema strutturale. Gli operatori europei investono molto rispetto ai ricavi. Ma il quadro regolatorio e competitivo non consente di generare scala sufficiente.
Reti più estese, ma ancora sotto pressione
I progressi infrastrutturali non mancano. La copertura 5G europea ha raggiunto il 94,9% della popolazione a fine 2025. La fibra fino a casa è arrivata al 77,2% delle famiglie. Le reti gigabit hanno toccato l’86,2%.
Eppure il ritardo resta visibile. Sul 5G standalone, la copertura europea è al 63%. In Cina arriva al 93%, negli Stati Uniti all’81% e in Giappone al 75%. Anche l’adozione del 5G resta più bassa. In Europa la quota sulle connessioni mobili è al 43%, contro il 73,4% degli Stati Uniti.
Il fisso presenta un quadro misto. Sulla fibra l’Europa supera gli Stati Uniti, ma resta dietro Cina e Giappone. Sulle reti gigabit complessive, invece, l’Europa resta indietro rispetto ai principali concorrenti.
Il dato più critico riguarda il futuro. Senza maggiore capacità di investimento, secondo Connect Europe, 41,8 milioni di europei rischiano di restare senza accesso Ftth nel 2030. È un segnale politico oltre che industriale.
La sfida non è solo coprire le aree mancanti. È costruire reti adatte a servizi più complessi. AI, edge, cloud distribuito e slicing richiedono prestazioni diverse dalla connettività tradizionale.
Neutralità della rete e innovazione avanzata
Un passaggio rilevante riguarda le regole sull’open internet. Connect Europe non chiede di cancellarne i principi. Chiede però chiarimenti per renderli compatibili con le architetture avanzate.
Il tema è delicato. Le reti 5G cloud native, la gestione intelligente del traffico e il network slicing richiedono livelli di qualità differenziata. Senza certezza giuridica, sostengono gli operatori, l’innovazione rischia di restare bloccata.
Qui il Digital Networks Act incrocia direttamente la politica industriale. La manifattura avanzata, la sanità connessa, la logistica e i servizi pubblici digitali hanno bisogno di prestazioni garantite. Non sempre possono basarsi su modelli best effort.
L’obiettivo degli operatori è ampliare lo spazio per nuovi servizi senza indebolire le tutele degli utenti. È un equilibrio complesso. Ma l’industria ritiene che le regole attuali non bastino più.
La questione riguarda anche il rapporto con le piattaforme digitali. Connect Europe chiede un level playing field tra servizi equivalenti. Il principio è semplice. Attività simili dovrebbero essere soggette a obblighi simili, lungo tutto l’ecosistema digitale.
Cybersecurity, il rischio di costi non sostenibili
La presidenza irlandese dovrà affrontare anche la revisione del Cybersecurity Act. Per Connect Europe, la sicurezza delle reti è un obiettivo condiviso. Ma le misure devono restare proporzionate, basate sul rischio e praticabili.
Il punto più controverso riguarda il Titolo IV e i fornitori ad alto rischio. L’associazione, insieme a Gsma Europe, ha chiesto la rimozione di queste disposizioni dal testo. La critica riguarda i costi operativi ed economici di eventuali obblighi estesi di sostituzione tecnologica.
Secondo le telco, un approccio troppo rigido potrebbe produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Risorse finanziarie e competenze specialistiche verrebbero spostate dalla modernizzazione delle reti alla gestione di adempimenti complessi. Questo potrebbe ridurre la resilienza, invece di rafforzarla.
La sicurezza resta una priorità. Ma deve convivere con continuità del servizio, investimenti e competenze nazionali in materia di sicurezza. Connect Europe insiste su un approccio flessibile, coerente con le realtà dei singoli Stati membri.
Il dossier è destinato a pesare molto nei prossimi mesi. Le reti sono al centro della difesa cyber europea. Sono anche infrastrutture economiche essenziali. Ogni scelta regolatoria produrrà effetti diretti su costi, investimenti e tempi di aggiornamento tecnologico.
Cloud e AI spingono la domanda di capacità
Il terzo asse riguarda il Cloud and AI Development Act. Connect Europe ha accolto positivamente l’impostazione della Commissione, ma chiede coerenza tra ambizioni digitali e politiche per le reti.
Il cloud è ormai una componente essenziale dell’innovazione. L’AI richiede capacità di calcolo, bassa latenza, sicurezza dei dati e infrastrutture distribuite. Senza connettività adeguata, anche le politiche per gigafactory, cloud sovrano ed edge rischiano di restare incomplete.
Nel 2025 gli operatori telco possedevano circa il 19% dei data center europei, pari a circa 600 strutture su 3.177. A fine 2024 avevano inoltre dispiegato circa 750 nodi edge cloud. Sono numeri rilevanti, ma distanti dall’obiettivo Ue dei 10mila nodi edge sicuri e climaticamente neutri entro il 2030.
Il traffico dati conferma la pressione in arrivo. Nel 2025 le reti fisse europee hanno gestito 1.104 exabyte, contro 989 nel 2024. Il traffico mobile è salito a 169 exabyte, rispetto ai 149 dell’anno precedente.
La crescita legata all’AI potrebbe accelerare ancora. Connect Europe stima che il traffico di interconnessione tra data center possa aumentare fino al 50% l’anno tra il 2025 e il 2030. Questo rende la connettività un fattore abilitante, non un semplice servizio di trasporto.
La posta politica per Bruxelles
La richiesta degli operatori alla presidenza irlandese va letta dentro una tensione più ampia. L’Europa vuole rafforzare sovranità tecnologica e sicurezza economica. Ma deve farlo con un settore telco che registra investimenti in calo e ricavi stagnanti.
Nel 2024 gli investimenti complessivi nelle telecomunicazioni europee sono scesi a 64,6 miliardi di euro, dai 65,8 miliardi del 2023. Il calo è legato soprattutto al rallentamento della fibra. Per un continente che vuole accelerare su AI e cloud, è un segnale difficile da ignorare.
Il Digital Networks Act può quindi diventare uno spartiacque. Da un lato c’è la continuità con un modello regolatorio costruito per mercati meno integrati e tecnologie meno complesse. Dall’altro c’è la possibilità di allineare regole, investimenti e obiettivi industriali.
La presidenza irlandese non deciderà da sola l’esito del percorso. Potrà però orientare il negoziato e definire il tono politico. Per le telco, il successo dipenderà dalla capacità di collegare connettività, cloud, AI, cybersicurezza e competitività in una sola agenda.
La domanda di fondo resta aperta. L’Europa può chiedere reti più potenti, sicure e capillari senza rivedere le condizioni economiche che le rendono possibili? La risposta del settore è negativa. Per questo il negoziato sul Digital Networks Act sarà molto più di una revisione normativa. Sarà un test sulla capacità europea di finanziare la propria autonomia digitale.







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