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IL CASO

Bitcoin scivola sotto 10mila dollari ma poi recupera. Bruciati 32 miliardi in 24 ore

La criptomoneta ai minimi dal 1° dicembre. A provocare l’ondata di vendite l’annuncio della stretta da parte della Corea del Sud e possibilità che anche la Cina studi misure simili. Abche la Francia verso una regolamentazione. Crollano anche Ethereum e Ripple. In Italia è impennata di virus per produrre moneta clandestina

17 Gen 2018

F. Me.

Continuano i ribassi di bitcoin che, per la prima volta dal 30 novembre, è scivolata sotto la soglia dei 10.000 dollari, salvo poi recuperare terreno. Al momento perde il 10,9% a 10.280 dollari. Stando ai dati di CoinBase, la maggiore valuta digitale per capitalizzazione di mercato era scivolata fino a un minimo di 9.958,31 dollari, cedendo il 12% in ventiquattro ore e il 48% rispetto al massimo di 19.343 dollari toccato a dicembre.

Solo nelle ultime 24 ore bitcoin ha bruciato market cap per 36 miliardi di dollari. A provocare l’ondata di vendite, iniziata la settimana scorsa quando il ministro delle Finanze sudcoreano, Kim Dong-yeon, aveva anticipato una stretta sugli scambi di bitcoin a causa dei possibili rischi per il sistema, è la possibilità che anche la Cina studi misure restrittive.

I cali riguardano anche le altre maggiori valute digitali: Ethereum, anche nota come Ether, perde al momento il 17% a 875,01 dollari e Ripple arretra del 16,1% a 1,04 dollari. I recenti cali hanno provocato una perdita di capitalizzazione di mercato per l’intero settore delle valute digitali per oltre 200 miliardi di dollari.

La Cina ha adottato da mesi una linea dura nella vigilanza del fenomeno Bitcoin, nel timore dello scoppio di una bolla finanziaria che avrebbe un impatto senza precedenti: molti piccoli risparmiatori cinesi hanno investito in Bitcoin e altre monete online. L’anno scorso le autorità cinesi hanno vietato il trading dalle piattaforme di scambio e limitato l’attività delle miniere di criptovalute, anche se lo scambio e le operazioni in Bitcoin proseguono attraverso canali alternativi. Ora, come chiesto dal vice governatore della Banca centrale cinese Pan Gongsheng, Pechino potrebbe arrivare a bloccare tutti i siti web e le app che consentono scambi centralizzati di monete virtuali.

L’effetto “down” è provocato anche dalle mosse di alcuni Stati europei. In  Francia il ministro delle Finanze Bruno Le Marie ha incaricato l’ex vice-governatore della Banca centrale di Francia Jean-Pierre Landau di redigere delle regole per vigilare sullo sviluppo delle valute virtuali, indicando che Bitcoin e le criptovalute comportano “alti rischi di speculazione e possibile manipolazione finanziaria”.

La Francia è il primo paese europeo a proporre la stesura di norme specifiche per le valute virtuali anche se altri potrebbero seguirne presto l’esempio. Al G20 dello scorso dicembre il ministro delle Finanze tedesco Peter Altmaier e il ministro delle Finanze italiano Pier Carlo Padoan vevano apprezzato la proposta già da allora avanzata dal francese Le Maire di chiedere al gruppo dei 20 di valutare l’introduzione di norme comuni sulle criptovalute e si erano detti disposti a sedersi a un tavolo comune.

Intanto si registra anche in Italia un’impennata di virus malevoli collegati ai Bitcoin: tra questi ci sono Coinhive e Cryptoloot, entrambi si comportano come dei parassiti, si attaccano ai Pc e sfruttano la loro potenza di calcolo per produrre (minare) le criptovalute all’insaputa degli utenti. Secondo Check Point Software Technologies, la produzione di criptomoneta clandestina ha colpito il 55% delle organizzazioni a livello globale nel mese di dicembre.

Check Point ha inoltre scoperto che i miner di criptovalute sono stati intenzionalmente immessi all’interno alcuni principali siti, per lo più legati a servizi di streaming multimediale e di condivisione di file, senza avvisare gli utenti. “Sebbene alcuni di questi siti siano legali e legittimi – spiega la società di sicurezza – possono essere hackerati per richiedere più potenza e generare maggiori entrate ai malintenzionati, utilizzando fino al 65% della potenza del processore degli utenti finali”.

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