Un imprenditore incarica un sistema di intelligenza artificiale di avviare una nuova attività. Il sistema registra l’impresa online, presenta la domanda per ottenere una licenza commerciale, verifica l’accesso a un programma di sostegno alle startup e avvia una pratica di finanziamento. Per l’amministrazione pubblica, la prima questione da risolvere riguarda l’autorizzazione: come verificare che quel sistema stia realmente agendo per conto dell’imprenditore e nei limiti del mandato ricevuto?
È il problema posto da Bilel Jamoussi dell’International Telecommunication Union (ITU) e Goran Vranic della World Bank Group, che indicano nella gestione della fiducia uno dei passaggi necessari per portare l’intelligenza artificiale agentica nei servizi pubblici. Con la crescita di sistemi capaci di svolgere attività per conto di persone e organizzazioni, il modello tradizionale di autenticazione deve infatti estendersi a nuovi soggetti operativi.
Prima che un sistema possa richiedere un beneficio, ottenere un permesso o accedere a informazioni sensibili, l’ente pubblico deve poter stabilire chi lo controlla, per conto di chi opera, quali attività gli sono state delegate e fino a quando è valida l’autorizzazione. A questi elementi si aggiungono i requisiti relativi alla privacy e alla cybersecurity.
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Il focus group TIDA mette al centro fiducia e delega
Su questi temi lavora il nuovo Focus Group on Trust and Identity for Humans and Agentic AI (TIDA) dell’ITU, aperto a esperti provenienti da governi, organismi di standardizzazione, industria, università e organizzazioni internazionali.
Il gruppo rientra nelle attività dell’ITU-T Study Group 17, che si occupa di sicurezza e gestione dell’identità nell’ambito della standardizzazione delle telecomunicazioni. Tra gli obiettivi c’è la costruzione di un quadro tecnico che consenta ai sistemi pubblici di verificare l’autorizzazione attribuita a un agente prima di permettergli di compiere un’operazione.
La World Bank Group partecipa come osservatore mettendo a disposizione l’esperienza maturata con i governi su digital public infrastructure, identità e trasformazione dei servizi pubblici, in particolare nei Paesi in via di sviluppo. Il contributo punta a tenere insieme il lavoro sugli standard con le condizioni concrete di implementazione, dalla capacità delle amministrazioni all’interoperabilità tra piattaforme, considerando livelli di maturità tecnologica molto diversi.
Dalla persona all’organizzazione, fino agli agenti
L’evoluzione delineata dall’ITU parte da un principio già alla base dei sistemi di identificazione elettronica: ogni operazione deve poter essere ricondotta in modo affidabile al soggetto che la compie.
Con l’AI agentica si aggiunge un ulteriore livello. Il sistema che agisce per conto di una persona o di un’impresa deve portare con sé una prova verificabile della delega ricevuta, specificando quali operazioni è autorizzato a svolgere e per quale periodo.
Non si tratta di attribuire al sistema una propria personalità giuridica. Il modello descritto da Jamoussi e Vranic punta piuttosto a collegare in maniera verificabile l’agente alla persona o all’organizzazione che gli ha affidato il compito, associando all’identificazione anche le informazioni relative all’autorizzazione.
Si forma così una catena di fiducia che parte dalle persone, passa attraverso imprese e istituzioni registrate e arriva ai sistemi che possono operare per loro conto. Nei servizi pubblici questo meccanismo potrebbe permettere, ad esempio, di affidare a un unico agente diverse procedure amministrative mantenendo verificabile l’origine di ogni richiesta.
Credenziali verificabili e mandati revocabili
Perché questo modello funzioni, la delega deve essere circoscritta. Le responsabilità attribuite a un agente dovrebbero essere specifiche, limitate nel tempo, tracciabili e revocabili.
Ogni operazione dovrebbe inoltre lasciare una traccia utilizzabile in fase di audit: chi ha richiesto l’attività, quale autorizzazione è stata utilizzata, quali dati sono stati elaborati e quale risultato è stato prodotto.
La credenziale diventa quindi uno strumento che combina più elementi. Deve identificare il sistema, collegarlo al soggetto che gli ha conferito l’incarico e specificare il perimetro nel quale può muoversi. Un’amministrazione potrebbe così controllare automaticamente la validità del mandato prima di consentire, per esempio, la presentazione di una pratica o l’accesso a un determinato servizio.
Un’impostazione di questo tipo assume rilievo anche quando più enti sono coinvolti nella stessa procedura. La registrazione di un’impresa può richiedere il passaggio attraverso registri, autorità competenti per le licenze, programmi pubblici di sostegno e soggetti finanziari. La possibilità di riconoscere la stessa delega lungo l’intera catena riduce la necessità di ripetere verifiche e autenticazioni, a condizione che i sistemi coinvolti utilizzino regole compatibili.
La fiducia va verificata durante tutto il ciclo di vita
L’identificazione, da sola, non garantisce però che un agente continui a essere affidabile. Il suo profilo di rischio può cambiare quando vengono aggiunti nuovi strumenti, quando aumenta il livello di accesso ai dati oppure quando il sistema comincia a interagire con altri agenti.
Da qui la necessità di valutare la fiducia lungo l’intero ciclo di vita, affiancando alla gestione delle credenziali controlli di sicurezza e meccanismi di accountability.
Un secondo elemento riguarda i dati. Registri frammentati, definizioni incoerenti e metadati incompleti possono produrre risultati errati o distorti anche quando il sistema che li utilizza è correttamente identificato.
L’adozione di modelli comuni, informazioni sulla provenienza, controlli di qualità, regole sul consenso e strumenti per la tutela della privacy diventa quindi parte dell’architettura. L’obiettivo è rendere i dati utilizzabili in modo coerente sia dalle macchine sia dalle persone, mantenendo la possibilità di correggere informazioni inesatte.
Standard internazionali per evitare sistemi chiusi
La partita si sposta così sul terreno dell’interoperabilità. Sviluppatori, provider e amministrazioni hanno bisogno di regole comuni per identificazione, credenziali, delega e responsabilità.
Il rischio, in assenza di riferimenti condivisi, è la nascita di modelli incompatibili tra loro, con maggiori costi di integrazione e difficoltà nella costruzione di servizi che coinvolgono amministrazioni differenti.
Il focus group TIDA sta lavorando su terminologia condivisa, casi d’uso, modelli di identificazione, formati delle credenziali, livelli di assurance e controlli lungo il ciclo di vita. I risultati saranno sviluppati attraverso rapporti tecnici e bozze di specifiche destinate ad alimentare il successivo lavoro di standardizzazione dell’ITU.
La prospettiva riguarda anche il riconoscimento reciproco. Un sistema autorizzato da un’amministrazione locale potrebbe essere riconosciuto da piattaforme fiscali, sanitarie o di protezione sociale, evitando di costruire meccanismi separati per ogni ente.
Lo stesso principio può estendersi oltre i confini nazionali. Il lavoro sulla mutua riconoscibilità punta a fare in modo che un’autorità possa verificare quale soggetto sta operando attraverso un agente e sulla base di quale mandato, anche quando credenziali e servizi appartengono a ecosistemi differenti.
Per la PA si parte dai casi a rischio più contenuto
L’introduzione dell’AI agentica nei servizi pubblici richiede comunque un percorso graduale. Tra i primi campi di applicazione individuati figurano attività circoscritte come la precompilazione delle pratiche e il controllo dello stato di avanzamento delle richieste, dove il livello di autonomia può essere mantenuto entro confini definiti.
Per le amministrazioni diventa inoltre importante censire i sistemi utilizzati, i mandati attribuiti e le relative autorizzazioni, insieme alla sperimentazione in ambienti controllati e alla richiesta di evidenze sulle prestazioni ai fornitori.
Anche il procurement pubblico entra così nel quadro. L’allineamento delle strategie di acquisto agli standard internazionali aperti può condizionare la futura capacità di collegare piattaforme, enti e Paesi diversi senza creare nuove dipendenze tecnologiche.
Sul fondo resta il tema dell’identità delle persone. La campagna per il riconoscimento del 16 settembre come International Identity Day richiama l’obiettivo 16.9 degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, che punta a garantire entro il 2030 un’identità legale per tutti.
È da questa base che si sviluppa il passaggio successivo: permettere a una persona riconosciuta di costituire un’impresa e, in prospettiva, di delegare in modo verificabile attività a un sistema capace di agire per suo conto. Con la diffusione dell’AI agentica, l’architettura della fiducia diventa così una componente dell’infrastruttura dei servizi pubblici digitali.








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