De Luca: “Troppe incognite sui fondi per l’Agenda digitale”

Il capo dipartimento per lo Sviluppo e Coesione economica presso il Mise: “L’Italia potrà contare su 3,6 miliardi tra risorse europee e nazionali
per andare avanti fino al 2020. Ma su tempi e destinazione poche certezze”

17 Feb 2014

Alessandro Longo

Ci sono ancora molte incognite sui soldi che porteranno avanti l’Agenda digitale da qui al 2020. Tra queste c’è che l’Italia potrà contare su 3,6 miliardi di euro (tra fondi europei e nazionali). Più altre risorse, in voci sparse, sia dai fondi infrastrutturali europei sia da quelli nazionali Coesione e Sviluppo. È questo il quadro descritto da Sabina De Luca, capo dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica presso il ministero dello Sviluppo.
È già possibile quantificare i fondi che andranno all’Agenda digitale nel 2014-2020?
Non esattamente. La prima fonte di risorse è data dalla programmazione dei fondi strutturali Ue. Abbiamo mandato alla Commissione europea una bozza dell’accordo di partenariato, con una proposta di utilizzo dei fondi. Si legge che i temi dell’Agenda valgono 1,8 miliardi. A questa cifra si aggiunge un importo equivalente in cofinanziamento nazionale. In tutto quindi 3,6 miliardi, ripartiti tra infrastrutture banda larga, ultra banda larga, e servizi digitali.
Con quali cifre, nel dettaglio?
Si sa che ci saranno 630 milioni per banda larga (raddoppiati con il cofinanziamento). Per la parte restante, possiamo dire questo: nel Centro Nord la fetta maggiore andrà alla pubblica amministrazione digitale; nel Sud andrà invece all’alfabetizzazione di cittadini e imprese.
Ci sono altre risorse?
Sì, in altre aree tematiche dell’accordo: per incentivare gli investimenti delle aziende in Ict e per la scuola digitale (per i laboratori, per le competenze di studenti e docenti, per l’accesso alla rete). Non è possibile quantificare le risorse, al momento.
Quali sono i tempi?
Aspettiamo la risposta dalla Commissione entro metà febbraio, con le loro osservazioni. Poi finalizzeremo il testo dell’accordo di partenariato e faremo la notifica formale alla Commissione, entro il 22 aprile. L’accordo non è esecutivo di per sé, ma va attuato con i programmi operativi nazionali e regionali, da notificare entro luglio. Questo lavoro è stato già avviato, tuttavia. Dopo, comincia il negoziato formale con la Commissione, ma visto che il dialogo è già partito, con un negoziato informale, ci aspettiamo di avere un’approvazione della maggior parte dei programmi entro l’anno.
Fin qui i fondi europei. Ma in ballo c’è anche la programmazione del Fondo sviluppo e coesione, da 54 miliardi 2014-2020.
Sì, stiamo avviando anche questa partita. È un fondo totalmente nazionale e tuttavia va programmato con modalità analoghe a quelle dette prima. La legge di Stabilità chiede al Cipe di fare entro marzo una prima allocazione programmatica. Il Fondo sarà fortemente specializzato sulle infrastrutture. Quindi si farà carico in misura significativa della parte dell’Agenda digitale, certo per quanto riguarda la banda larga e ultra larga. Non posso entrare nel dettaglio delle cifre perché non c’è ancora un documento formale.
E dopo?
Sulla base dell’allocazione stabilita dal Cipe, le Regioni e i ministeri dovranno stabilire i programmi attuativi.
Con quali tempi?
Lo deciderà il Cipe. Questo aspetto non è ancora definito.
Tutti i fondi fin qui citati sono sbilanciati a favore del Sud. Ma in questo modo c’è il rischio di avere buchi nel finanziamento dell’Agenda al Centro Nord.
Queste risorse sono chiamate “aggiuntive”, non a caso. Cioè vanno a compensare lacune di sviluppo più frequenti al Sud. Andrebbero quindi accompagnate da risorse ulteriori, di provenienza nazionale. Compete all’Agid e al Mise la definizione delle politiche per ottenere dal Governo risorse nazionali da allocare ai temi dell’agenda.
Un altro problema, che si è visto con la scorsa programmazione di fondi Ue: lungaggini e sprechi per via del dialogo Stato-Regioni. Il rapporto Caio propone di allocare le risorse con un piano nazionale, invece che con quelli regionali.
Sì, si è parlato di un piano nazionale, ma l’accordo con le Regioni prevede di procedere con il modello solito, dove sono loro a fare i piani. Avremo però una forte regia nazionale di coordinamento. Quanto alle lungaggini: è tutto il Paese, non solo certe Regioni, a faticare a tenere i tempi dei programmi comunitari. Ma noi impariamo dagli errori. Cercheremo quindi di capire quali problemi sono sorti in precedenza e li affronteremo con la nuova programmazione, in accordo con le Regioni.