IL BILANCIO

Giustizia digitale, la nave va ma la rotta non è tranquilla

A un anno dal primo start la riforma per il Processo civile digitale registra i primi risultati. Riduzione di tempi e costi fra i principali vantaggi, ma la strada da fare è ancora lunga

24 Apr 2015

Alessandro Longo

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Il Processo Civile Telematico si muove in Italia nonostante le tante difficoltà e lacune che ne stanno minando i benefici. È il momento giusto per fare il bilancio perché la riforma della Giustizia è ora a cavallo di due scadenze normative. Una già passata da quasi un anno (30 giugno 2014: primo obbligo di deposito telematico degli atti processuali) e l’altra che incombe a breve (30 giugno 2015: obbligo esteso all’Appello). A quel punto la normativa del Pct sarà tutto sommato completa. Ma con esiti tutt’altro che scontati.

L’idea di fondo, che emerge da questa inchiesta sul Pct, è che le norme stiano correndo avanti temerarie, su un fondo sostanziale di disorganizzazione: senza una vera regia che faccia funzionare le cose. Che guidi questa rivoluzione oltre i problemi tecnico-procedurali emersi nell’ultimo anno, di rodaggio. Il volume degli atti telematici continua a crescere, del resto, mettendo alla prova sempre più la tenuta complessiva del sistema. Sappiamo che ora tutti gli atti delle parti costituite e i decreti ingiuntivi devono essere depositati in telematico e mandati via Pec. In alcuni tribunali (come a Milano) sono digitali però anche buona parte delle sentenze, verbali e atti introduttivi (dove per ora l’addio al cartaceo è facoltativo).

Prima di giugno 2014, il divario medio tra atti scansionati e atti nativi digitali era pari al 55%; da settembre, escludendo i mesi di luglio e agosto, tale divario scende al 22%, secondo stime del Politecnico di Milano. Una buona notizia è che le risorse economiche dovrebbero essere sufficienti per accompagnare la riforma del Pct. La Finanziaria 2015 vi assegna 50 milioni nel 2015, 90 milioni nel 2016 e 120 nel 2017, che si sommano ovviamente al budget ordinario per l’informatica nella Giustizia. Budget però che è stato dimezzato tra il 2010 e il 2014: possiamo dire che nel 2015, grazie alla Finanziaria, torniamo ai livelli pre-tagli e negli anni successivi il Pct avrà risorse ad hoc.

La seconda buona notizia è che in ambiti ristretti già si cominciano a stimare i primi benefici del Pct. Un taglio dei tempi, una riduzione dei costi, una migliore circolazione delle informazioni. Significa affrontare, con l’arma del digitale, i problemi caratteristici del nostro sistema giudiziario. Gli stessi che causano danni alle imprese e allo Stato. E che sono citati tra i principali motivi di freno agli investimenti esteri in Italia.

Le buone notizie finiscono qui e cominciano i dolori. Anche gli addetti ai lavori che tifano per il digitale (vedi interviste al giudice Enrico Consolandi e all’avvocato Ernesto Belisario) denunciano le disfunzioni del Pct. Quelle principali sono di natura tecnica: i (grossi) limiti della Pec, degli applicativi per deposito o accesso agli atti (obsoleti, non aggiornati), della fornitura hardware dei giudici, dei sistemi di firma digitale (che scade e richiede troppo tempo per il rinnovo); l’assenza di piani di business continuity in vista di guasti tecnici ai sistemi, alle reti. Alcuni degli intoppi derivano dalla storia caotica del Pct, che si è sviluppato a strati dal 2001: si è pensato di poter digitalizzare il processo con successive modifiche di un Codice di procedura civile che era stato pensato per atti, documenti, copie, depositi e comunicazioni tutti di carta.

Ci sono poi aspetti a corredo del Pct, ma sostanziali. “Nessuno si sta occupando della conservazione a norma degli atti processuali digitali e dei fascicoli processuali informatici del Pct. Che richiede archivi digitali centralizzati a disposizione di Tribunali e Corti e un responsabile della conservazione, secondo il Codice dell’amministrazione digitale”, dice Andrea Lisi, avvocato e presidente di Anorc (associazione nazionale per operatori e responsabili della conservazione digitale). Il problema è che “ignorare queste disposizioni espone a un grave rischio di nullità gli atti processuali e i fascicoli processuali informatici, ai quali potrebbe non essere riconosciuto il valore probatorio”.

È solo un esempio delle tante “bombe ad orologeria” che rischiano di scoppiare. Gli esperti concordano su quali siano i problemi, ma sono divisi sulla prognosi: tra chi crede che siano necessari alcuni aggiustamenti della macchina e chi invoca un cambio radicale di marcia. “Bisogna far passare un po’ d’acqua sotto i ponti per far percepire al meglio i benefici. Ciò consentirà di aumentare la confidenza degli utenti con gli strumenti del Pct, migliorare le prestazioni delle piattaforme, adeguare le infrastrutture per renderle più performanti”, dice Claudio Rorato, esperto di questi temi presso gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano.

Resta da vedere se tutto questo sarà fatto con un piano centrale oppure affidato alla buona volontà dei singoli uffici. L’idea che traspira, anche dalle proteste mandate dai magistrati e dalla loro associazione (Anm) al ministero nell’ultimo anno, è che gli operatori si sentono abbandonati a se stessi. Soli, a gestire questa rivoluzione, con i suoi vari intoppi tecnici. Trovare la via giusta per il Pct è fondamentale anche perché di qui si parte a riformare tutta la Giustizia. Sarà poi la volta del processo penale, tributario e amministrativo, dove il digitale è in uno stadio ancora larvale (non sono citati in Finanziaria e nel piano governativo Crescita digitale sono citati solo il Pct e il penale). Il Pct è insomma l’inizio di un piano che mira in alto: risolvere alcuni massimi sistemi dell’arretratezza italiana, incardinata nella Giustizia. Ma è un inizio confuso, perché si scontra con le cause degli stessi problemi che mira a risolvere: ossia con la disorganizzazione, la burocrazia resistente, l’assenza di regia decisionale. Ne rischia di venire un corto circuito, che può sterilizzare la portata rivoluzionaria del digitale. È una situazione vissuta anche dagli altri capitoli dell’Agenda digitale per la Pa e ormai la via d’uscita sembra essere una sola: una più forte regia politica che guidi il cambiamento. Passo dopo passo e inesorabilmente.

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