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RIVOLUZIONE PA

Open government, scatta l’ora del cittadino partner

Se si vuole cambiare la PA, digitalizzare servizi e processi non basta. Bisogna puntare di più sulla partecipazione per avere servizi di qualità. L’analisi di Nello Iacono (SGI)

20 Mag 2016

Nello Iacono, SGI

Quando parliamo di amministrazione aperta e digitale, di “open government”, non parliamo di tecnologia, ma della visione che dell’amministrazione pubblica pensiamo sia necessario affermare. L’inserimento di questo concetto nella riforma della PA è stato certamente importante, ma non è sufficiente. Bisogna tradurlo in cambiamenti concreti, nelle norme attuative e nei fatti, nei comportamenti e nella cultura. Non solo dell’amministrazione, ma di tutti gli attori dell’ecosistema. E come tutti i cambiamenti profondi e radicali, il primo passaggio è l’acquisizione dell’adeguata consapevolezza tra gli attori coinvolti. Non solo perché possano ben interpretare la nuova visione e comprendere l’efficacia dei loro cambiamenti, ma anche perché possano condividerla fino in fondo e farsene artefici. Perché quest’innovazione possano chiederla e pretenderla. Amministrazione aperta (e digitale, cioè che sfrutta le opportunità del digitale) che si declina nei tre principi fondamentali definiti nell’ambito dell’Open Government Partnership (OGP), a cui aderisce anche l’Italia (in maniera ancora tiepida, ma coerente e costante): trasparenza, partecipazione e collaborazione, accountability.

A che punto siamo? Il rapporto indipendente sul secondo Piano di Azione OGP italiano 2014-2016, identifica diverse criticità e mette soprattutto in primo piano la necessità di un adeguato coinvolgimento della società civile: “[..] il Governo dovrebbe fare di più per coinvolgere la Società Civile nel processo, per aumentarne la partecipazione in ogni stadio del Piano d’Azione OGP”. Ed è anche questo il focus delle cinque raccomandazioni finali del rapporto, a cui il governo è chiamato a rispondere:

1. aumentare la partecipazione e il coinvolgimento della Società Civile e del settore privato nel processo OGP e nello sviluppo del nuovo Piano d’Azione;

2. istituzionalizzare un Forum multi-Stakeholder per le consultazioni regolari, allo scopo di coinvolgere gli Stakeholder, di coinvolgere nuovi attori e di creare un processo di feedback.

3. adottare metriche chiare per tenere traccia delle implementazioni delle riforme in materia di trasparenza, responsabilità e anti-corruzione;

4. aumentare la disseminazione delle attività e dei contratti governativi, includendo più open data sui beneficiari di pagamenti e sui conflitti di interesse;

5. definire ruoli e risorse chiare per le differenti istituzioni coinvolte nel processo OGP

I punti chiave sono quindi legati alla necessità di una partecipazione sistematica e non estemporanea (come quella che ha portato all’elaborazione del Piano o del Foia), alla misurazione (in qualche modo l’accountability applicata alle azioni stesse del Piano), alla governance (poco chiara anche perché in assenza di una strategia complessiva di Open Government), al valore maggiore da attribuire agli open data.

Questo passa attraverso la scelta di porre, nei fatti, i dati aperti come base della trasformazione digitale della PA, puntando ad una strategia per il riutilizzo dei dati, andando oltre l’adempimento formale.

Ma qui il tema non è solo quello degli open data: siamo nell’ambito della “openness” in senso lato, di una “cultura aperta” che diventa condizione essenziale per una strategia di sistema.

Ecco che allora il tema diventa “politico”: è quello del modello di società che si vuol realizzare, perché openness vuol dire anche favorire la partecipazione dei cittadini, mettendoli nelle condizioni di reperire informazione adeguate, dando loro gli strumenti e le chiavi di lettura, e, quindi, fornendo loro la possibilità di rilasciare contributi e feedback, partecipando attivamente alla costruzione degli elementi fondanti dell’Open Government.

Svolta così, la tematica dell’openness è dirimente a livello strategico e non è affrontabile in modo episodico e per singola amministrazione. Perché per costruire un sistema di conoscenza aperta abbiamo bisogno di un linguaggio comune, e quindi di ontologie che si raccordino tra loro, in un contesto collaborativo che si evolve in costante confronto. E occorre una regia forte che coordini questi sforzi. Ma anche perché la scelta dell’accountability (del dar conto dei risultati delle proprie decisioni) è una scelta strategica e non può che essere generale, perché deve essere percepita come sostanziale e definitiva.

L’ecosistema da costruire, che raccomanda l’Unione Europea, deve vedere i cittadini del tutto protagonisti, e quindi le amministrazioni attente a che i dati di interesse pubblico non siano solo aperti, ma anche comprensibili a tutti, con iniziative proattive di semplificazione, visualizzazione e anche educazione alla lettura dei dati.

Al contrario di quanto sta avvenendo con il decreto sul Foia (Freedom of Information Act), questo significa puntare sulla partecipazione e vedere il cittadino come prezioso collaboratore delle amministrazioni.

Per questo è importante continuare a sostenere e dare la massima visibilità alle ottime pratiche di apertura e di accountability che si stanno diffondendo, ma allo stesso tempo è necessario pretendere che l’openness diventi strategica, perché identificarla chiaramente come una visione di società che si vuole affermare, è l’unica via per realizzarla.

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