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Trasparenza, strada in salita per il Foia all’italiana

Il decreto non convince gli addetti ai lavori: si punta il dito contro l’assenza di sanzioni e la troppa discrezionalità lasciata alla PA. Ma il governo non ci sta: “Norme in linea con gli standard internazionali”

19 Feb 2016

Federica Meta

Anche l’Italia avrà il suo Freedom of Information Act (Foia), ovvero un sistema procedurale e normativo, che consentirà l’accesso civico agli atti della pubblica amministrazione. Ma il percorso verso la sua attuazione – il disegno di legge delega è stato varato dal governo e ora aspetta l’ok delle commissioni parlamentari e delle Regioni – sarà tutt’altro che facile. Il provvedimento stabilisce che i cittadini possano chiedere di conoscere dati e documenti alla pubblica amministrazione. Non solo: l’accesso ai dati è gratuito e la richiesta andrà soddisfatta entro trenta giorni. Ma già all’indomani della pubblicazione sul sito del governo del provvedimento si sono sollevate pesanti critiche all’impianto legislativo che, in pratica, vanificherebbe qualsiasi sforzi di trasparenza. Almeno stando all’analisi del testo effettuata dall’associazione Foia4Italy, che da anni si batte per una maggiore trasparenza nella PA e che ha collaborato anche alla stesura dell’emendamento a firma dei deputato Pd, Anna Ascani e Paolo Coppola, inserito poi nella delega.

A non convincere il fatto che le eccezioni all’accesso sono scritte in modo vago, lasciando troppo spazio all’interpretazione e quindi a possibili controversie. “Le molte eccezioni verosimilmente potrebbero provocare molti dinieghi e quindi conseguenti contenziosi – spiega Fernanda Faini, giurista e componente di Foia4Italy – Il bilanciamento tra interessi contrapposti diventa più complesso per le amministrazioni, per questo servono eccezioni chiare e tassative. L’effetto boomerang è l’aggravio per gli enti, che dovranno operare complessi bilanciamenti e gestire due accessi ‘paralleli’, ma anche per i cittadini che vedrebbero limitato il loro diritto di accesso dall’estensione delle esclusioni. In pratica viene inficiato alla base il principio del Freedom of Information Act”.

Dito puntato anche contro il silenzio-diniego, che le PA potranno applicare, senza bisogno di motivazioni, rendendo molto arduo il percorso di richiesta. “Inoltre non sono previste adeguate sanzioni in caso di accesso illegittimamente negato o di mancata risposta – prosegue Faini – così come non è previsto che l’accesso ai documenti informatici sia sempre gratuito”. Niente rimedi stragiudiziali per i cittadini, ma ricorso al Tar, considerato però dagli esperti “troppo lento ed oneroso”.

Infine non è abrogata la norma che vieta il controllo generalizzato dell’operato della pubblica amministrazione, in contrasto con la missione del testo di favorire il controllo diffuso da parte dei cittadini. “La soluzione non è in linea con il quadro internazionale – conclude Faini – e rischia di complicare l’attuazione e può avere l’effetto distorsivo di diminuire il grado di trasparenza del Paese e la possibilità di accesso ai dati”.

Per questo le associazioni Luca Coscioni, Agorà Digitale, Anorc, Iwa e 17 parlamentari hanno scritto une lettera aperta al governo per rivedere le norme. “Il diritto di accesso alle informazioni sull’operato della PA deve esercitabile in modo sostanziale – si legge nella missiva – Serve intervenire sulla regolazione delle sanzioni e delle eccezioni, prima di tutto”.

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Ma il governo non ci sta. Da Palazzo Chigi fanno sapere che il provvedimento si adegua a standard internazionali nell’introdurre misure di accesso civico di contrasto al malfunzionamento delle amministrazioni. La novità che si tende a sottovalutare, dicono a CorCom, è che per la prima volta in Italia si introduce una nuova forma di accesso civico ai dati e ai documenti pubblici, equivalente a quella dei sistemi anglosassoni.

“Questa nuova forma di accesso prevede che chiunque, indipendentemente dalla titolarità di situazioni giuridicamente rilevanti, possa accedere a tutti i dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, nel rispetto di alcuni limiti tassativamente indicati dalla legge”.

Nei fatti, il governo evidenzia che si tratta di un regime di accesso più ampio di quello previsto dalla versione originaria dell’articolo 5 del decreto legislativo n. 33 del 2013 (il cosiddetto decreto Trasaparenza) in quanto consente di accedere non solo ai dati, alle informazioni e ai documenti per i quali esistono specifici obblighi di pubblicazione (per i quali permane, comunque, l’obbligo dell’amministrazione di pubblicare quanto richiesto, nel caso in cui non fosse già presente sul sito istituzionale), ma anche ai dati e ai documenti per i quali non esiste l’obbligo di pubblicazione.

Più precisamente, infatti, la richiesta di accesso non richiede alcuna qualificazione e motivazione, per cui il cittadini non devono dimostrare di essere titolare di un “interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l’accesso”, così come stabilito invece per l’accesso ai sensi della legge sul procedimento amministrativo.

Per il ministro della PA e Semplificazione, Marianna Madia si tratta di un importante passo avanti che, insieme alle misure sulla trasparenza, “consentirà di attuare un controllo sociale diffuso molto più efficace di qualsiasi commissario alla spending review. Per questo con il decreto su Foia e trasparenza abbiamo deciso di rendere permanente il sito soldipubblici.it che ci ha consentito di scalare otto posizioni nel ranking mondiale”.

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