IL CASO

WeChat, Trump non molla: ricorso contro la sospensione del ban

Il Dipartimento di Giustizia Usa ha chiesto al giudice federale Laurel Beeler di consentire alla Casa Bianca di imporre ad Apple e Google il divieto di download dell’app cinese sugli app store

Pubblicato il 25 Set 2020

giustizia

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha chiesto a un giudice federale di San Francisco di consentire al governo di imporre ad Apple e Google il divieto di download di WeChat sui propri app store statunitensi. Il ricorso al magistrato Laurel Beeler punta a far sospendere l’ingiunzione preliminare emessa sabato: l’ordinanza aveva bloccato l’ordine del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti che doveva entrare in vigore alla fine del 20 settembre, impedendo altre transazioni statunitensi con la piattaforma di Tencent e rendendo potenzialmente inutilizzabile l’app negli Stati Uniti. WeChat ha una media di 19 milioni di utenti attivi al giorno negli Stati Uniti, secondo la società di analisi Apptopia. È popolare tra gli studenti cinesi, gli americani che vivono in Cina e alcuni americani che hanno rapporti personali o di lavoro in Cina.

Le ragioni del Dipartimento di Giustizia

Il ricorso del Dipartimento di Giustizia ha affermato che l’ordinanza di Beeler è errata e “consente l’uso continuato e senza restrizioni di WeChat, un’applicazione mobile che secondo il governo costituirebbe una minaccia per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.

Tencent aveva presentato una “proposta di mitigazione” che cercava di creare una nuova versione statunitense dell’app implementando misure di sicurezza specifiche per proteggere il nuovo codice sorgente delle app, collaborando con un provider di cloud statunitense per l’archiviazione dei dati degli utenti e gestendo la nuova app tramite un’entità con sede negli Stati Uniti. Tuttavia, questa proposta consentiva comunque a Tencent di mantenere la proprietà di WeChat e non affrontava le preoccupazioni degli Stati Uniti sulla società.

A sostegno della sua tesi, il Dipartimento di Giustizia ha reso pubbliche porzioni di un memo del Dipartimento del Commercio del 17 settembre che delineava le transazioni di WeChat da vietare. “L’applicazione mobile WeChat raccoglie e trasmette informazioni personali sensibili sulle persone statunitensi, che sono accessibili a Tencent essendo archiviate nei data center in Cina e Canada”, si legge nel promemoria.

I dubbi del giudice federale

Beeler ha affermato che gli utenti di WeChat che hanno intentato una causa “hanno posto una serie di questioni che entrano nel merito della rivendicazione del Primo Emendamento“. Ma nel ricorso del Dipartimento di Giustizia si legge che “il Primo Emendamento non impedisce la regolamentazione di WeChat semplicemente perché l’applicazione ha raggiunto la popolarità e la dipendenza voluta dalla Cina per poter sorvegliare gli utenti, promuovere la sua propaganda e mettere la sicurezza nazionale degli Stati Uniti a rischio”. Il governo ha chiesto a Beeler una decisione accelerata entro il 1 ottobre sulla sua richiesta di sospendere il suo ordine in attesa di appello.

Beeler ha scritto che “certamente l’interesse generale del governo per la sicurezza nazionale è significativo. Ma su questa evidenza il governo – pur avendo stabilito che le attività della Cina sollevano significative preoccupazioni per la sicurezza nazionale – ha fornito poche prove che il suo effettivo divieto di WeChat per tutti gli utenti statunitensi affronti tali preoccupazioni“.

L’altro caso che tiene banco in questi giorni è quello di TikTok: mercoledì la società di ByteDance aveva chiesto un’ingiunzione preliminare simile a un giudice statunitense a Washington che ha dato al governo tempo fino a oggi, alle 14:30, per rispondere alla richiesta o per ritardare il divieto di download dell’app negli Stati Uniti che dovrebbe entrare in vigore domenica.

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