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6G, l’AI mette l’uplink al centro: così cambieranno le reti mobili


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Droni, robot, veicoli connessi e dispositivi XR aumenteranno la quantità di dati trasmessa dagli utenti verso le infrastrutture. Entro il 2031 la sola componente legata all’intelligenza artificiale potrebbe triplicare i volumi rispetto al 2025. Dalle antenne ai terminali, ecco le tecnologie allo studio per sostenere il cambio di paradigma

Pubblicato il 7 ott 2026

Federica Meta

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Punti chiave

  • Traffico in crescita: applicazioni AI, droni e XR spingeranno l’uplink, rendendo il 6G orientato anche alla capacità di invio dati oltre al download.
  • Soluzioni combinate: smartphone più potenti, forme d’onda evolute (es. DFT-s-OFDM), amplificatori ottimizzati, FWA con più antenne e long PUSCH per migliorare copertura e capacità dell’uplink.
  • Rete e pianificazione: ricevitori con AI, separazione dinamica delle bande e densificazione dei siti per garantire latenza, affidabilità e capacità dell’uplink nel 6G.
Riassunto generato con AI


Il traffico delle reti cellulari è stato finora costruito attorno a un modello relativamente semplice: molti più dati viaggiano dalla rete verso gli utenti di quanti ne seguano il percorso inverso. Video, streaming, social network e navigazione web hanno consolidato negli anni questa asimmetria. L’avanzata dell’intelligenza artificiale, dei sistemi autonomi e dei dispositivi immersivi potrebbe però cambiare progressivamente il rapporto tra download e upload, trasformando la capacità di trasmettere dati verso la rete in uno dei parametri centrali delle future infrastrutture mobili. È quanto emerge da un’analisi pubblicata da Ericsson sulle tecnologie che potrebbero migliorare le prestazioni uplink con il 6G.Il cambiamento parte dai numeri. Nelle misurazioni effettuate su un campione di reti, il traffico uplink rappresenta oggi mediamente circa l’8% del volume complessivo. L’equilibrio potrebbe però modificarsi rapidamente con la diffusione di applicazioni AI-native, droni, robot, veicoli connessi e dispositivi di realtà aumentata, virtuale ed estesa. Le simulazioni riportate nel Mobility Report di giugno 2026 indicano che il solo traffico aggiuntivo generato dall’AI potrebbe portare nel 2031 i volumi uplink a un livello tre volte superiore rispetto al 2025.

Il risultato è che il 6G dovrà affrontare un problema diverso da quello che ha dominato gran parte dello sviluppo delle generazioni mobili precedenti. La capacità di scaricare grandi quantità di dati continuerà a essere importante, ma crescerà il peso della direzione opposta: terminali e macchine dovranno inviare continuamente immagini, video, informazioni raccolte dai sensori e dati destinati all’elaborazione nel cloud o all’edge. E proprio il collegamento dal dispositivo verso la rete presenta oggi alcuni dei vincoli tecnici più rilevanti.

Perché l’upload rischia di diventare un collo di bottiglia

La differenza principale rispetto al downlink nasce dalla potenza disponibile. Una stazione radio base dispone di capacità di trasmissione e sistemi d’antenna molto superiori rispetto a quelli di uno smartphone, di un visore o di un altro terminale. Il dispositivo rappresenta quindi spesso l’anello più debole della comunicazione, soprattutto quando si trova lontano dal sito radio o all’interno di un edificio.

Il problema cambia a seconda della posizione dell’utente nella cella. Nelle aree più lontane dall’antenna domina soprattutto il limite della copertura: la potenza ridotta del terminale rende più difficile far arrivare il segnale alla stazione radio base. Il fenomeno è ancora più evidente negli ambienti indoor, dove muri, strutture e materiali introducono ulteriori attenuazioni.

Avvicinandosi alla stazione radio base, la copertura migliora e aumenta la velocità disponibile, ma può emergere un secondo vincolo. Se cresce il numero di dispositivi che trasmettono contemporaneamente, le risorse radio destinate all’uplink possono saturarsi, trasformando il problema di copertura in un problema di capacità.

Anche la modalità con cui viene utilizzato lo spettro incide sul comportamento della rete. Nelle bande FDD, acronimo di Frequency Division Duplexing, trasmissione e ricezione utilizzano frequenze separate. Le bande disponibili possono essere relativamente strette e, all’aumentare del traffico, le risorse riservate all’upload rischiano quindi di riempirsi rapidamente.

Il TDD, Time Division Duplexing, utilizza invece la stessa banda per entrambe le direzioni e separa download e upload nel tempo. In questo caso le frequenze più elevate soffrono maggiormente l’attenuazione del segnale, mentre configurazioni fortemente orientate al downlink possono lasciare pochi intervalli temporali alla trasmissione dal terminale. Il 6G dovrà quindi migliorare contemporaneamente copertura, capacità e latenza dell’uplink sia nelle reti FDD sia in quelle TDD.

Smartphone più potenti per far viaggiare i dati verso la rete

Una parte della soluzione passa direttamente dai terminali. Il salto generazionale rappresenta infatti l’occasione per modificare caratteristiche hardware e radio che diventerebbero molto più difficili da introdurre su un ecosistema già consolidato.

Un primo fronte riguarda le forme d’onda, cioè il modo in cui il segnale viene costruito e trasmesso attraverso l’interfaccia radio. Fra le tecnologie considerate figura l’evoluzione del DFT-s-OFDM, già utilizzato nel 5G per la trasmissione uplink, verso configurazioni multi-stream.

Il vantaggio consiste nella possibilità di aumentare la potenza media utilizzabile dal dispositivo senza innalzare nella stessa misura i picchi del segnale. Le valutazioni tecniche indicano incrementi fino all’80% del throughput al bordo della cella e fino al 20% sul throughput mediano rispetto alle configurazioni di riferimento. Un beneficio particolarmente rilevante proprio nelle aree dove il collegamento dal terminale verso l’antenna è più debole.

Un altro intervento riguarda il Frequency Domain Spectral Shaping, o FDSS, tecnica che modifica la forma dello spettro del segnale trasmesso per consentire al terminale di utilizzare una maggiore potenza media restando entro i limiti previsti. Il guadagno stimato può superare il 25% in termini di throughput nelle condizioni di copertura più difficili.

Il principio comune è utilizzare meglio l’energia già disponibile nel dispositivo. In una rete in cui milioni di terminali dovranno inviare quantità crescenti di informazioni, anche piccoli miglioramenti nell’efficienza di trasmissione possono produrre effetti rilevanti a livello di sistema.

Più potenza ai dispositivi, soprattutto sulle frequenze più alte

L’altra strada consiste nell’aumentare direttamente la potenza trasmissiva. Nei sistemi 5G il valore di riferimento per molti terminali è pari a 23 dBm. Con il 6G si valuta un ricorso più esteso a dispositivi capaci di operare a 26 o 29 dBm, una soluzione particolarmente utile nelle bande medio-alte e nelle frequenze centimetriche, dove la propagazione del segnale diventa più impegnativa.

Le simulazioni su un incremento da 23 a 26 dBm indicano un miglioramento fino al 145% del throughput al bordo della cella e fino al 45% del valore mediano. Il vantaggio può essere ancora più facilmente sfruttato dagli apparati Fixed Wireless Access, che hanno vincoli di dimensioni e consumi meno stringenti rispetto a uno smartphone.

La maggiore potenza non dipende però soltanto dal valore massimo teoricamente disponibile. Un ruolo importante è svolto dagli amplificatori presenti nei terminali. Per evitare emissioni indesiderate, gli smartphone riducono infatti la potenza quando utilizzano determinate forme d’onda e modulazioni: un meccanismo noto come power backoff.

I modelli utilizzati per stabilire questi margini risalgono in parte a circa quindici anni fa e non riflettono pienamente i progressi compiuti dagli amplificatori. Aggiornare i parametri potrebbe consentire di recuperare parte della potenza oggi inutilizzata, con incrementi stimati fino al 45% delle prestazioni al bordo della cella e fino al 25% sul throughput mediano.

Il tema diventa particolarmente importante se il 6G dovrà operare su porzioni di spettro più elevate rispetto a quelle oggi più diffuse. All’aumentare della frequenza cresce infatti la difficoltà del collegamento dal dispositivo verso la stazione radio e ogni decibel recuperato nella catena di trasmissione acquista maggiore valore.

Anche il Fixed Wireless Access entra nella partita

L’evoluzione dell’uplink coinvolge anche il Fixed Wireless Access, che utilizza le reti mobili per fornire connettività broadband e ultra-broadband a sedi fisse. In questo caso i dispositivi possono integrare più antenne e sistemi radio più complessi rispetto a quelli di uno smartphone.

Una delle opzioni allo studio consiste nel passaggio da quattro a otto antenne trasmittenti capaci di funzionare come un array coerente. La possibilità di coordinare le diverse antenne permette di concentrare meglio l’energia verso la stazione radio base e di utilizzare più flussi di dati contemporaneamente. Nelle valutazioni condotte su reti TDD, il passaggio da quattro antenne non coerenti a otto antenne coerenti produce un incremento medio del throughput del 30%.

A questa evoluzione si affianca l’introduzione della modulazione 1024 QAM anche in uplink per il Fixed Wireless Access. Rispetto alla 256 QAM, la maggiore densità di informazioni trasportate da ogni simbolo può generare un guadagno superiore al 10% a livello di sistema quando le condizioni radio sono sufficientemente favorevoli.

Sono soluzioni che mostrano come la crescita dell’upload non riguardi soltanto la mobilità personale. Telecamere ad alta definizione, applicazioni professionali, sistemi industriali e connessioni domestiche possono trasformare anche gli accessi fissi wireless in generatori di quantità sempre maggiori di traffico verso la rete.

Download e upload potranno usare frequenze diverse

Un cambiamento più profondo riguarda il modo in cui il terminale sceglie la frequenza da utilizzare. Oggi la banda con le condizioni migliori per il downlink tende generalmente a svolgere un ruolo centrale anche nella direzione opposta. Ma la frequenza ideale per ricevere dati non coincide necessariamente con quella migliore per trasmetterli.

Un dispositivo indoor, per esempio, potrebbe ricevere grandi quantità di dati attraverso una banda a 3,5 GHz, dove è disponibile molta capacità, e utilizzare invece una frequenza più bassa, come i 700 MHz, per inviare informazioni alla rete. Le bande basse garantiscono infatti una propagazione migliore e possono superare più facilmente muri e altri ostacoli.

La separazione dinamica fra le bande utilizzate nelle due direzioni potrebbe produrre guadagni particolarmente elevati nelle condizioni di bassa congestione. Le simulazioni citate arrivano a indicare velocità uplink fino a dieci volte superiori quando rete e dispositivo possono selezionare autonomamente la frequenza più adatta alla trasmissione e quella migliore per la ricezione.

Per rendere possibile questo schema servirà un’evoluzione della carrier aggregation, la tecnologia che consente a un terminale di utilizzare contemporaneamente più portanti. Il sistema dovrà attivare rapidamente frequenze aggiuntive, monitorare separatamente la qualità del collegamento nelle due direzioni e assegnare ruoli più flessibili alle celle primarie e secondarie.

Per gli operatori significa poter sfruttare in modo più coordinato portafogli di spettro molto differenti fra loro. Le bande basse potrebbero diventare una risorsa ancora più importante per garantire la copertura uplink, mentre quelle più alte fornirebbero la capacità necessaria al download e, quando le condizioni lo consentono, alla trasmissione di grandi quantità di dati.

L’intelligenza artificiale entra anche nel ricevitore radio

L’AI non sarà soltanto una delle cause dell’aumento del traffico. Potrebbe diventare anche una componente dell’infrastruttura utilizzata per gestirlo.

Ricevitori più avanzati nelle stazioni radio base possono distinguere meglio il segnale utile dal rumore e dalle interferenze, migliorando la possibilità di decodificare trasmissioni provenienti da terminali che operano con segnali deboli. Le valutazioni disponibili indicano guadagni fino all’80% nelle condizioni più difficili, soprattutto quando il segnale è ridotto e l’allocazione di frequenza è limitata.

Gli algoritmi AI e machine learning possono spingere ulteriormente questa evoluzione. Una delle ipotesi studiate per il 6G prevede ricevitori capaci di funzionare utilizzando soltanto un sesto dei simboli di riferimento impiegati dal 5G. Poiché questi segnali servono alla rete per comprendere le caratteristiche del canale radio ma occupano comunque risorse, ridurne il numero permette di liberare capacità da destinare ai dati.

In parallelo viene studiata la digital post-distortion, o DPoD. Invece di chiedere al terminale di correggere completamente le distorsioni prodotte dall’amplificatore prima della trasmissione, una parte dell’elaborazione potrebbe essere affidata alla stazione radio base al momento della ricezione. Se tecnicamente applicabile, questo approccio consentirebbe al dispositivo di utilizzare maggiore potenza o modulazioni più efficienti senza superare i limiti di qualità del collegamento.

I margini dipenderanno però dalle caratteristiche degli amplificatori montati sui diversi terminali e dai requisiti sulle emissioni radio. Il 6G dovrà quindi trovare un equilibrio fra maggiore capacità trasmissiva, efficienza energetica e compatibilità con un ecosistema di dispositivi estremamente eterogeneo.

Trasmissioni più lunghe per aumentare copertura e ridurre la latenza

Un altro intervento riguarda la durata delle trasmissioni. Nel 5G esistono già meccanismi che consentono di distribuire l’invio dei dati su più intervalli temporali, ma la loro implementazione può risultare complessa.

Per il 6G viene valutato il cosiddetto long PUSCH, dal nome del Physical Uplink Shared Channel, il canale fisico utilizzato per trasferire i dati dal terminale alla rete. L’idea è permettere a una singola trasmissione di attraversare i confini tra più slot temporali, superando uno dei vincoli dell’attuale architettura.

Una trasmissione più lunga può adottare schemi di modulazione e codifica più robusti e raggiungere quindi la stazione radio anche in condizioni di copertura meno favorevoli. Le simulazioni indicano miglioramenti fino all’80% rispetto alle soluzioni 5G prese come riferimento. Il meccanismo permetterebbe inoltre di utilizzare con maggiore flessibilità gli intervalli temporali nelle configurazioni TDD, con effetti positivi anche sulla latenza e sull’impiego delle risorse radio.

Più antenne nelle stazioni radio per potenziare l’uplink

L’evoluzione non riguarda soltanto smartphone e protocolli. Una parte significativa dei guadagni può essere ottenuta intervenendo direttamente sull’infrastruttura.

Nelle reti FDD, l’aumento del numero di elementi riceventi sulle stazioni radio base consente di raccogliere meglio i segnali provenienti dai terminali. Passare nelle bande medie da configurazioni 4T4R a sistemi 32T32R massive Mimo può aumentare di circa il 50% il traffico sostenibile nelle condizioni tipiche del bordo cella, mentre il throughput mediano può crescere di circa il 25%.

I guadagni diventano ancora più rilevanti sulle frequenze basse, dove gli utenti con le condizioni radio peggiori trovano spesso la copertura necessaria per mantenere la connessione. Il passaggio da sistemi 2T2R a configurazioni 4T8R può arrivare a raddoppiare la capacità disponibile a determinate soglie di throughput al bordo della cella, accompagnandosi a miglioramenti nell’ordine del 10-20% per le prestazioni mediane.

Si tratta di interventi che, a differenza delle modifiche al terminale o alla nuova interfaccia radio, possono essere introdotti anche indipendentemente dal cambio di generazione tecnologica. La loro importanza cresce però in uno scenario in cui la progettazione dei siti dovrà tenere maggiormente conto della qualità del collegamento in upload.

La densificazione delle reti cambia criterio

Anche la scelta di dove realizzare nuovi siti potrebbe risentire del nuovo equilibrio del traffico. Storicamente la pianificazione cellulare considera un insieme di indicatori di copertura e capacità, con una forte attenzione alle prestazioni percepite dagli utenti nella direzione di download.

Se il limite si sposta verso l’uplink, la densificazione potrà essere guidata direttamente dalle aree in cui i terminali incontrano maggiori difficoltà a raggiungere la rete. Un sito aggiuntivo riduce infatti la distanza media fra dispositivo e antenna, diminuendo la potenza necessaria e migliorando contemporaneamente capacità e copertura.

Questo aspetto può assumere particolare rilevanza negli scenari industriali, nelle reti utilizzate da robot e veicoli autonomi e negli ambienti urbani con un’elevata concentrazione di dispositivi dotati di telecamere e sensori. In questi casi il parametro da ottimizzare non sarà soltanto quanta informazione può essere distribuita agli utenti, ma quanta può essere raccolta in modo affidabile dal territorio.

Dal video agli agenti AI, cambia il profilo del traffico

La questione dell’uplink riflette una trasformazione più ampia dell’ecosistema digitale. Le generazioni mobili precedenti hanno accompagnato soprattutto la crescita del consumo di contenuti. Il traffico video, in particolare, ha rappresentato per anni il principale motore dell’aumento dei volumi sulle reti cellulari.

Le applicazioni emergenti introducono invece un numero crescente di dispositivi che producono dati. Un paio di occhiali XR può trasmettere immagini dell’ambiente circostante per ricevere informazioni contestuali. Un robot può inviare dati provenienti da telecamere e sensori a piattaforme di elaborazione esterne. Un drone può generare flussi video continui ad alta definizione. Un veicolo connesso può scambiare informazioni con infrastrutture, piattaforme cloud e altri sistemi.

Anche le applicazioni AI sugli smartphone possono aumentare il traffico nella direzione della rete quando parte dell’elaborazione viene eseguita nel cloud o su infrastrutture edge. Più cresce la capacità dei dispositivi di comprendere l’ambiente, produrre contenuti e interagire con modelli intelligenti, più la rete deve essere in grado di ricevere dati con prestazioni paragonabili a quelle richieste per distribuirli.

Da qui deriva una delle differenze più significative della futura generazione mobile. Il miglioramento dell’uplink non dipenderà da una singola innovazione capace di moltiplicarne le prestazioni. Sarà il risultato della combinazione di interventi sul terminale, sulle forme d’onda, sugli amplificatori, sulle frequenze utilizzate, sui ricevitori delle stazioni radio, sulle antenne e sulla pianificazione della rete.

I vantaggi delle diverse tecnologie possono inoltre sommarsi. Maggiore potenza del terminale, forme d’onda più efficienti, amplificatori evoluti e ricevitori più sofisticati agiscono su punti differenti della catena radio. Il salto prestazionale del 6G potrebbe quindi derivare dall’accumulo di miglioramenti distribuiti lungo l’intero collegamento, piuttosto che da una sola soluzione dominante.

Per gli operatori la conseguenza è rilevante: la preparazione alle reti di nuova generazione riguarderà anche la capacità di misurare e dimensionare in modo diverso le infrastrutture. Se il traffico generato dagli utenti e dalle macchine crescerà come previsto, la qualità della rete sarà sempre più legata alla possibilità di garantire collegamenti affidabili in entrambe le direzioni.

Il 6G si prepara così a ereditare dal 5G un’architettura radio già molto sofisticata, ma con una priorità diversa. La rete del prossimo decennio dovrà essere progettata anche per ascoltare ciò che miliardi di dispositivi hanno da trasmettere, oltre che per distribuire loro quantità sempre maggiori di dati.

Yoast Seo

Frase chiave: uplink 6G

Titolo SEO: 6G, come aumenteranno copertura e capacità dell’uplink

Meta description: AI, robot e dispositivi XR spingono il traffico uplink: le tecnologie 6G per aumentare copertura, capacità e prestazioni

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