Cavi sottomarini sempre più centrali, ma anche sempre più vulnerabili. La fotografia del 2026 scattata da Starboard Maritime Intelligence mostra un salto di qualità del rischio nelle aree dove si concentrano nuovi approdi, traffico marittimo e frizioni geopolitiche. Il dato più rilevante è che cinque delle 25 principali aree mondiali di approdo sono ormai classificate a rischio estremo. Non si tratta di un allarme teorico. È il segnale che la crescita degli investimenti nelle infrastrutture sottomarine sta correndo più veloce della capacità di proteggerle.
Il quadro è tanto più delicato perché il mercato continua ad accelerare. Tra il 2025 e il 2027 sono previsti oltre 13 miliardi di dollari di nuovi progetti, quasi il doppio del triennio precedente. Una quota importante di questi investimenti si concentra in Asia-Pacifico, cioè proprio nella macroarea che raccoglie quattro dei cinque snodi con il punteggio di rischio più alto. La geografia della connettività globale, insomma, coincide sempre di più con la geografia della fragilità.
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Il Golfo Persico diventa il simbolo del nuovo scenario
In cima all’indice c’è il Golfo Persico, con un punteggio di 4,6 su 5. È l’unica area a raggiungere il valore massimo in quattro dei sei fattori considerati: tensione geopolitica, densità del traffico, limiti nell’accesso alle riparazioni e comportamento anomalo delle imbarcazioni lungo le rotte dei cavi. La notizia che emerge con forza è che questo primato non descrive solo un’area già difficile. Descrive una zona in cui il rischio previsto si è trasformato rapidamente in condizione operativa.
Secondo l’analisi diffusa da Total Telecom, la situazione è ulteriormente peggiorata dopo che l’Iran ha minacciato esplicitamente di colpire i cavi nello Stretto di Hormuz, mentre la guerra ha di fatto fermato i lavori di costruzione e reso impraticabile l’intervento delle navi di riparazione nelle aree più esposte. In questo corridoio transitano almeno 17 sistemi di cavi tra Mar Rosso e Golfo Persico, decisivi per il traffico dati tra Asia ed Europa. Il punto non è soltanto il pericolo di un’interruzione. È la possibilità che, in un contesto di conflitto, venga meno anche la capacità di intervenire in tempi accettabili.
Questa è la vera svolta del 2026. Fino a ieri il rischio sui cavi sottomarini era letto soprattutto come probabilità di guasto. Oggi diventa anche rischio di inaccessibilità. Se una tratta si interrompe in un’area militarizzata o politicamente instabile, il problema non è solo ripararla. È capire se la riparazione sia possibile, in quali tempi e a quali condizioni di sicurezza.
Asia orientale, il rischio strutturale che accompagna la nuova domanda
Subito dietro il Golfo Persico si collocano il Mar Cinese orientale e lo Stretto di Taiwan, con un punteggio di 4,5. Qui il mix è diverso, ma non meno preoccupante. Pesano le tensioni tra Pechino e Taipei, la forte pressione della pesca, l’intensità del traffico commerciale e un numero crescente di incidenti registrati dal 2023 in poi. In diversi casi, sottolinea il report, si sospetta il taglio deliberato.
Per gli operatori questo scenario è ancora più delicato perché riguarda una delle direttrici più importanti per i nuovi collegamenti. Progetti come Apricot e Candle attraversano proprio questa fascia. Ciò significa che la domanda di capacità continua a spingere verso aree dove il rischio non è episodico ma strutturale. In altri termini, non basta più valutare la solidità tecnologica del progetto o la sostenibilità economica della rotta. Serve incorporare il rischio geopolitico e marittimo fin dalla fase di disegno del cavo.
Anche il Mar Cinese meridionale e lo Stretto di Malacca rientrano nella fascia estrema. Nel primo caso contano la competizione strategica e la densità del traffico. Nel secondo, la combinazione tra pesca e navigazione in un passaggio stretto trasforma ogni anomalia in un potenziale evento critico. È qui che si vede con più chiarezza il cambio di paradigma: le nuove dorsali digitali passano nei corridoi dove la probabilità di interferenze accidentali o intenzionali è ormai parte del contesto.
Africa occidentale, il rischio meno visibile ma non meno grave
Il quinto snodo a rischio estremo è l’area dell’Africa occidentale e del Golfo di Guinea. È un caso diverso dai teatri asiatici o mediorientali, ma ugualmente istruttivo. Qui il peso della competizione militare è inferiore, mentre incidono maggiormente la pesca illegale, la debolezza dei controlli e l’elevata non conformità nella trasmissione dei segnali di tracciamento marittimo. Anche se la pirateria è scesa rispetto al picco del 2020, il contesto resta fragile.
Per il mercato questo elemento è cruciale. Spesso il dibattito sui cavi sottomarini si concentra sulle aree ad alta tensione geopolitica, ma i dati mostrano che il rischio può crescere anche dove il problema principale è l’assenza di enforcement. In questi casi, la minaccia non nasce da un singolo evento eclatante. Nasce da una somma di comportamenti ordinari, ripetuti e poco controllati, che alla lunga espongono gli asset a un livello di vulnerabilità molto elevato.
I punti che non sono ancora estremi ma possono diventarlo presto
Ci sono poi aree che non raggiungono formalmente la soglia massima, ma appaiono oggi persino più volatili di alcune zone già classificate estreme. È il caso del Mar Rosso-Golfo di Aden e del Mar Nero, entrambi a 3,85. Nel primo corridoio, il taglio di diversi cavi nel settembre 2025 ha compromesso una quota rilevante della capacità tra Asia, Europa e Medio Oriente. Nel secondo, il conflitto in Ucraina, la presenza di mine e i limiti alle attività di manutenzione rendono il quadro altamente instabile.
Questi casi aiutano a leggere correttamente il report. Il rischio non è una fotografia immobile, ma una curva che può impennarsi in tempi molto brevi. Un’area oggi classificata “alta” può diventare domani impraticabile se si sommano escalation militare, ritardi negli interventi e vuoti regolatori. Per questo gli operatori non possono limitarsi a una mappatura annuale. Hanno bisogno di una lettura dinamica e continua del contesto.
Nuovi investimenti, vecchie logiche non bastano più
L’altro dato che emerge con forza riguarda l’incrocio tra nuove rotte e aree già compromesse. Su 17 progetti pianificati o annunciati, oltre la metà dei passaggi ricade in zone ad alto o estremo rischio. Solo una quota minoritaria interessa acque considerate a basso rischio. È una tendenza che ha implicazioni industriali molto concrete.
Il primo effetto è economico. Se cresce la probabilità di incidente, crescono anche i costi assicurativi, di sorveglianza e di riparazione. Il secondo è strategico. La resilienza non può più essere affidata solo alla ridondanza delle tratte. Deve diventare un criterio progettuale, insieme alla scelta dei landing point, alla diversificazione dei corridoi e alla capacità di attivare risposte rapide. Il terzo è operativo. In zone come il Golfo Persico, la domanda non è più se si verificherà un evento critico, ma se l’operatore sarà in grado di vederlo arrivare.
Dalla riparazione alla prevenzione, cambia il modello operativo
C’è poi un dato che spiega bene perché la protezione dei cavi sottomarini stia entrando in una nuova fase: l’86% dei guasti è attribuito a pesca e ancore. Non parliamo quindi, nella maggior parte dei casi, di eventi del tutto casuali. Parliamo di comportamenti marittimi osservabili, spesso ripetitivi, in prossimità di tracciati conosciuti. Questo sposta il focus dalla reazione alla prevenzione.
Secondo Starboard, il nodo non è più soltanto localizzare il cavo o registrare il danno quando si verifica. Il punto è monitorare in modo intelligente il comportamento delle navi vicino alle rotte, incrociando segnali, pattern di navigazione e anomalie. Nel caso citato da Total Telecom, l’integrazione tra dati Ais, rilevazioni satellitari, sensoristica in fibra e modelli comportamentali ha permesso di comprimere drasticamente i tempi di risposta. È esattamente questa la direzione verso cui si sta muovendo il settore.
Per gli operatori la conseguenza è chiara. I cavi sottomarini non possono più essere gestiti come infrastrutture passive protette solo dalla distanza e dalla profondità. Sono asset critici inseriti in ambienti marittimi instabili, dove il rischio deve essere letto in tempo reale. Chi investe miliardi nelle nuove dorsali globali dovrà investire anche in intelligence operativa, sorveglianza predittiva e coordinamento con autorità e centri di controllo.


