Non basta più collegare persone e imprese: per Pietro Labriola le telecomunicazioni sono chiamate a fare un salto “quantico”. A margine dell’evento “La sicurezza oggi. Istituzioni, imprese e nuovi scenari”, organizzata a Roma da “Libero Quotidiano”, l’amministratore delegato di Tim ha rimesso al centro il cambio di paradigma di cui è protagonista la rete Tlc, destinata a diventare il vero abilitatore della qualità dei servizi digitali, e che, senza un upgrade delle performance, rischia di incepparsi. Ma c’è di più. Nel vuoto europeo sul fronte delle grandi piattaforme, Labriola indica negli operatori l’unico soggetto con massa critica e competenze per provare a costruire alternative, a patto – però – di tornare a margini sufficienti per investire.
Indice degli argomenti
La qualità come condizione per rendere “fruibili” i nuovi servizi
Il punto di partenza del ragionamento dell’Ad di Tim è la percezione, ancora diffusa, delle telco come semplici fornitori di connettività. “Fino a oggi noi pensiamo alle telco solo per la componente di accesso. Io ti fornisco la fibra, ti fornisco il 5G per connetterti.” È una lettura che, secondo Labriola, non reggerà a lungo. “Man mano che andiamo avanti, tutti questi servizi chiederanno delle performance di maggiore qualita’.” Da qui la conseguenza: se non si investe in un livello superiore di prestazioni, l’evoluzione dei servizi digitali rimarrà limitata. “E quindi se le telco non investono in un livello di performance maggiore questi servizi non saranno fruibili.”
Cloud: il “gap” europeo e la chiamata alle telco
In questo scenario la questione cloud non è un accessorio, ma il punto in cui tecnologia e potere economico si intrecciano. “Vi viene in mente qualche grande player europeo per il cloud? No.” È da questa assenza che nasce l’ambizione: “E quindi, chi in Europa può provare a costruire delle soluzioni cloud intelligentemente, perché non possiamo pensare di colmare il gap con gli hyperscaler non europei? Solo le telco”.
E “certamente Tim è l’azienda che meglio di altre anche in base a quelli che sono i posizionamenti, può occuparsi della sovranità digitale”, ha evidenziato.
Il ragionamento si chiude su una condizione chiave ovvero la sostenibilità economica. “Ma per poter investire su cyber security e su cloud, le telco devono ritornare ad avere marginalità”. In altre parole, senza redditività non può esistere una strategia industriale credibile.
“Ipoteche sul futuro”: il cloud entra nel quotidiano
Labriola lega il tema a un’urgenza culturale e politica. Il cloud “sta diventando una parte del nostro quotidiano. Dimenticarsene vuol dire ipotecare il nostro futuro”, ha detto. E in questa frase c’è l’avvertimento più diretto: il cloud non è più una scelta tecnologica opzionale, ma un’infrastruttura che impatta competitività e autonomia.
Sicurezza, velocità e interconnessione: una responsabilità condivisa
“La sicurezza riguarda tutti. Il mondo oggi viaggia a una velocità molto più alta rispetto al passato e siamo sempre più interconnessi”. Labriola sposta quindi il baricentro dalla tecnologia all’uso quotidiano, e alla domanda che ne deriva: “Proprio per questo – ha aggiunto – dobbiamo farci una domanda fondamentale: gli strumenti che utilizziamo ogni giorno rispettano davvero criteri e parametri di sicurezza adeguati?”
Qui il messaggio è chiaro: più digitale significa anche più superficie d’attacco, e dunque più bisogno di regole, trasparenza e strumenti adeguati.
Il “doppio mondo” e la questione della giurisdizione dei dati
Labriola descrive poi la frattura tra dimensione fisica e digitale, che rende complessa la governance. “Da una parte c’è il mondo reale, fatto di Paesi, confini geografici, giurisdizioni chiare e regole definite. Dall’altra c’è il mondo digitale, dove spesso non è chiaro quali norme si applichino e chi stabilisca le regole.”
È qui che si concentra la parte più “sovrana” del ragionamento: “Dobbiamo chiederci sotto quale giurisdizione finiscono i dati che carichiamo nel cloud, chi ne definisce le regole e come funziona la fiscalita’.” E la conclusione è un invito ad agire subito: “Sono temi che dobbiamo affrontare ora, perché il cloud è ormai parte della nostra vita quotidiana.”
La competitività, in questa prospettiva, diventa inseparabile dalla capacità di proteggere dati e filiere digitali, senza pensare di fermare l’innovazione: “La tecnologia non si può bloccare, tuttavia l’obiettivo è trovare soluzioni per proteggere la nostra competitività e i nostri dati”.
Consolidamento: un dossier continentale che torna al centro
Accanto a cloud e sicurezza, Labriola riporta in primo piano un tema strutturale per il mercato: il consolidamento. Il consolidamento tra le telco “è un tema europeo”. E ricorda come la discussione italiana sia partita già nel 2021-2022: “Quando io sono stato nominato amministratore di Tim era uno dei punti che ho posto sul tavolo. A quel tempo – ha osservato Labriola – sembrava un’eresia.”
Oggi, sostiene, lo scenario è cambiato: “Guardate che sta succedendo in Europa. Dappertutto tutti gli operatori chiedono il consolidamento. In Francia si sta provando ad andare da 4 a 3, in Spagna la stessa cosa, in Germania la stessa cosa.” E la lettura è esplicita: “Vuol dire che probabilmente è un tema europeo, ma anche le ultime indicazioni che arrivano dall’Ue vanno in quella direzione”.
Investimenti e ritorni: il nodo delle regole
Il consolidamento, nel discorso dell’Ad di Tim, non è fine a se stesso ma è legato alla capacità di finanziare innovazione. “Per investire nell’innovazione o si va attraverso i fondi di private equity o attraverso le sovvenzioni governative o attraverso il privato.” Ma il privato, avverte, ha bisogno di prospettive economiche: “Il privato per investire però deve avere un ritorno sull’investimento.”
E qui torna il punto più critico: oggi le telco faticano a ottenere quel ritorno, “per le regole che ci siamo dati”. Un passaggio che rimanda direttamente al dibattito europeo su prezzi, condizioni competitive e sostenibilità dei piani infrastrutturali.
Le domande da porsi “ora”, prima che diventino irreversibili
In chiusura, Labriola riprende la cornice di partenza: l’interconnessione rende la sicurezza un requisito di sistema, non un’opzione. “Oggi siamo tutti interconnessi, dobbiamo farci una domanda, se le cose che utilizziamo oggi hanno i parametri di sicurezza adeguati”.
E torna sul “doppio livello” di regole e confini: “Il mondo si sta dividendo in due: una dimensione reale, quella dei nostri paesi, con i confini geografici, delle norme, e poi c’è il mondo digitale, un’altra dimensione – ha aggiunto -. Quali norme vengono applicate nel digitale? Le informazioni che noi mettiamo nel Cloud sotto quale giurisdizione? Chi definisce le regole, la fiscalità? Questi sono temi che dobbiamo cominciare a porci ora, il cloud sta diventando una parte del nostro futuro”.
Il messaggio complessivo è una chiamata a ripensare la filiera: senza margini, investimenti e un quadro regolatorio coerente, sarà difficile per l’Europa costruire un presidio credibile su cloud e cybersicurezza. E senza performance di rete adeguate, i servizi digitali più avanzati rischiano di restare incompiuti.












