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L'INTERVISTA

De Fina: “Neutral Hosting o il 5G farà più fatica a decollare. Troppi costi per gli operatori”

L’head of 5G and Fwa di Italtel: “Il modello di business deve cambiare. Bisogna puntare sulla condivisione delle infrastrutture e competere sui servizi”

15 Ott 2018

Mila Fiordalisi

Direttore

“Se non si andrà verso un modello in cui parte delle infrastrutture possano essere condivise, il 5G non decollerà con la velocità che tutti ci auguriamo e non avrà il ritorno sugli investimenti atteso”. È una previsione “shock”, provocatoria da un lato ma niente affatto peregrina dall’altro quella di Silvia De Fina, Head of 5G and Fwa di Italtel – società che, all’interno del gruppo Exprivia-Italtel è coinvolta nella sperimentazione Mise di Milano e impegnata da tempo nello sviluppo di soluzioni per la quinta generazione mobile. La gara 5G che ha generato incassi record per lo Stato –  6,5 miliardi – si farà sentire sulla pelle delle telco non appena bisognerà avviare i cantieri ossia mettere nuovamente le mani al portafoglio.

“Il 5G è una delle opere più capital intensive di sempre. Gli operatori ne erano consapevoli ma di certo non si aspettavano un tal esborso per le frequenze. Si passa dalle macrocelle alle microcelle dunque aumenterà enormemente il numero delle antenne. E c’è di più: per connettere le centinaia di migliaia di piccole celle necessarie a garantire la copertura del territorio servirà una rete in fibra estremamente capillare. È una questione poco affrontata a livello mediatico eppure il 5G richiede km di fibra oltre che layers di frequenza”.

De Fina, lo scenario dunque è allarmante. Come uscirne?

Bisogna ripensare il modello di business. È inevitabile. Bisogna coinvolgere tutti i soggetti della filiera: dalle telco a coloro che gestiscono le location passando per le municipalizzate e più in generale per tutti coloro che possono contribuire a realizzare “pezzi” di infrastruttura, includendo anche illuminazione pubblica e arredo urbano. Anche nel 5G, come per la fibra, ci sono dei “monopoli naturali”, dove replicare cablaggi ed antenne per tutti gli operatori è impresa non sostenibile. E’ chiaro quindi che gli sforzi dei singoli player vanno in qualche modo armonizzati, contribuendo a spostare sempre più il piano della concorrenza dalle infrastrutture ai servizi.

Sta suggerendo di replicare il modello Open Fiber?

No, ma direi che si può prendere ispirazione dal modello Open Fiber per dare vita a forme di collaborazione che riguardano in generale l’accesso e la gestione delle infrastrutture passive e che possano rispondere alle esigenze degli attori del 5G.

Ma scusi non andava pensata prima della gara una soluzione del genere?

La condivisione delle frequenze, laddove non ci sono obblighi di copertura, è una possibilità che viene data ai vari soggetti licenziatari. Nella gara sul 5G, in realtà, viene fatto un passo in più su questa direzione, dato che il disciplinare di gara prevede per le frequenze alte, quelle a 26 GHz, che si possa procedere in cooperazione. Il bando prevede infatti che ogni licenziatario che investe in una determinata area a frequentazione pubblica sia tenuto a mettere le risorse a beneficio degli altri in ottica di network sharing.

Poi ci sarà da sciogliere in nodo elettrosmog.

L’anomalia italiana, in termini di limiti particolarmente severi sulle emissioni elettromagnetiche, è la madre di tutti i problemi nel settore della telefonia mobile nel nostro Paese. Già si fa fatica a mettere in campo tutte le frequenze acquisite con la gara LTE del 2011, perché nella maggior parte dei casi si è già molto vicini a questi limiti, in particolare nelle aree ad alta concentrazione urbana, e pertanto diventa sempre più critico inserire capacità extra. La strada obbligata in alcuni casi non potrà essere che quella di procedere con l’installazione di antenne molto più piccole, ad impatto zero, ma con un deployment molto più estensivo e granulare. Di fatto sarà una necessità. Questo ovviamente abbatte il problema dei limiti elettromagnetici perché le antenne saranno più diffuse e meno concentrate. Ma attenzione perché ciò avrà un impatto sulle tasche delle telco.

Cioè?

Se aggiungere un layer di frequenze utilizzando una torre già esistente è normale amministrazione per una telco, ben altra cosa è sopperire alla stessa esigenza installando non una, ma 10-15 piccole antenne addizionali perché quella torre risulta “satura” dal punto di vista elettromagnetico. L’operazione è ben più onerosa, con impatti non trascurabili, e qui mi riallaccio al tema dei “monopoli naturali” di cui parlavo prima e che diventano un collo di bottiglia operativo, oltre che economico. E’ vero che le “small cell” sono la strada obbligata del 5G, ma inserirle laddove ce la potrei ancora fare con una macrocella, disottimizza gli investimenti.

Ma allora le small cell possono essere anche un problema?

Ci sono casi dove le small cell rappresentano l’unica soluzione e dove diventa opportuno delocalizzare non solo le antenne, ma anche il cloud. Questa tendenza a spostare il “peso” della rete dal centro verso la periferia è a tutti gli effetti parte dello standard del 5G con il MEC, il Mobile Edge Computing, una delle direttrici in cui Italtel sta maggiormente investendo, insieme alla virtualizzazione delle funzioni di rete, l’NFV.  Tutto ciò che è stato detto prima a proposito della necessità di condividere, infatti, è lettera morta se il 5G non andrà verso un livello molto spinto di virtualizzazione a tutti i livelli della rete.

Ovvero?

La virtualizzazione è l’unica strada per abilitare veramente il modello multiservizio, le slice, di cui tanto si parla, e che consente con un’unica rete di indirizzare mercati ed applicazioni anche molto verticali e soddisfare quindi anche esigenze di nicchia.  Ma anche l’idea della rete multitenant, da cui eravamo partiti, e che abilita il modello dell’infrastruttura unica, è figlia della possibilità di spingere molto in avanti il livello di virtualizzazione sulle reti 5G.

Dunque il 5G sarà una grande opportunità per un’azienda come Italtel.

Il 5G apre opportunità enormi a tutta l’industria del digitale, non solo alle telco. Il mix di competenze telco e IT che abbiamo consolidato attraverso la partnership con Exprivia, tra l’altro, ci consente di affrontare a pieno titolo questa sfida dove il mondo delle reti e quello dei servizi saranno sempre più integrati.

Siete coinvolti nella sperimentazione Mise di Milano. Di cosa vi state occupando nello specifico?

A Milano, come gruppo Exprivia-Italtel stiamo lavorando su applicazioni di Telemedicina e Sicurezza, ma stiamo sviluppando in altri contesti delle soluzioni per la gestione dei contenuti video in condizioni di elevato stress per le reti, condizioni che caratterizzano uno dei tre scenari di riferimento del 5G che è l’eMBB, ovvero l’enhanced Mobile BroadBand.  Su gli altri due scenari che prevedono applicazioni di IoT e contesti “mission critical”, rispettivamente, stiamo lavorando insieme alle imprese per affiancarle in tutti i loro processi di digital transformation con soluzioni che integrano la raccolta di informazioni dai sensori alle piattaforme di collaboration. E lo scenario è così in evoluzione che siamo ancora ben lontani dal poter prevedere quali saranno le applicazioni davvero vincenti.

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