Il Digital Networks Act non implicherà nuovi vincoli per Google, Meta, Netflix, Microsoft e Amazon. A rivelarlo è Reuters, che cita persone direttamente informate sulla questione. Si tratta quindi di una nuova sconfitta politica dell’Unione europea, già da tempo accusata dagli Stati Uniti di voler mettere i bastoni tra le ruote alla crescita dei giganti tecnologici a stelle e strisce.
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Cosa (non) cambia per le Big Tech
Il regolamento, che avrebbe dovuto essere approvato a metà dicembre, sarà presentato il 20 gennaio da Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione europea e Commissaria per le tecnologie digitali e di frontiera. Il ritardo è dovuto a una serie di ostacoli interni, inclusi i caveat di una commissione di controllo che ha evidenziato carenze nella valutazione dell’impatto della legge, nonché l’acceso dibattito tra fautori e critici. Tra cui proprio le Big Tech che, a questo punto, sembrano aver avuto la meglio.
Secondo le indiscrezioni, Google & company saranno infatti soggette solo a un quadro volontario piuttosto che alle norme stringenti a cui i fornitori di servizi di telecomunicazioni devono invece conformarsi. “Sarà loro chiesto di cooperare e discutere volontariamente, con la moderazione del gruppo dei regolatori delle telecomunicazioni dell’Ue Berec. Non ci saranno nuovi obblighi. Sarà un regime di buone pratiche”, precisa una delle fonti interpellate da Reuters.
Cosa cambia, invece, per le telco
Per le telco invece il quadro è destinato a mutare: in base a quanto si legge nella bozza del documento, la Commissione stabilirà infatti la durata delle licenze per lo spettro radio, le condizioni per la vendita delle frequenze e una metodologia di determinazione dei prezzi per guidare le autorità nazionali di regolamentazione durante le aste dello spettro radio, “che possono fruttare miliardi di euro ai governi”, sottolineano le fonti.
Sebbene l’obiettivo sia quello di armonizzare l’assegnazione dello spettro radio nei 27 Paesi dell’Unione europea e ridurre gli oneri normativi per le società di telecomunicazioni, alcune autorità nazionali di regolamentazione potrebbero considerare il meccanismo come un’appropriazione di potere.
In base alla proposta di riforma, la Commissione fornirà orientamenti alle autorità nazionali di regolamentazione sullo sviluppo delle infrastrutture in fibra ottica, fondamentali per raggiungere i suoi obiettivi digitali e recuperare il ritardo rispetto agli Stati Uniti e alla Cina.
Il Digital Networks Act consentirà inoltre ai governi di prorogare il termine del 2030 per la sostituzione delle reti in rame con infrastrutture in fibra ottica, se potranno dimostrare di non essere pronti, hanno affermato le persone.
Il commento di Intermonte
Secondo gli analisti della banca di investimento Intermonte, nelle intenzioni della Commissione europea “il Digital Networks Act dovrebbe includere anche indicazioni in materia di M&A nel settore delle telecomunicazioni, con l’obiettivo di favorire il consolidamento e la creazione di operatori più solidi a livello europeo. L’impostazione attesa non è quella di nuove regole Antitrust formali, ma di linee guida e criteri comuni per rendere più prevedibile e coerente la valutazione delle operazioni transfrontaliere”.
Intermonte evidenzia che “in Italia il Digital Networks Act potrebbe incidere soprattutto su M&A (possibile merger tra Wind Tre e Iliad) e su spettro (rinnovi agevolati delle licenze in cambio di maggiori investimenti nel 5G standalone), anche alla luce dell’accordo di Ran sharing annunciato questa settimana da Tim e Fastweb nelle città con meno di 35mila abitanti”.
Il dibattito sulle finalità del Digital Networs Act
Il documento in dirittura d’arrivo riflette un lavoro durato un biennio. La Commissione ha aperto il dibattito strategico sulle esigenze infrastrutturali europee già all’inizio del 2024, pubblicando il white paper “How to master Europe’s digital infrastructure needs?”, che ha posto le basi concettuali per un nuovo quadro normativo sulle reti.
La Commissione ha quindi lanciato una Call for evidence specifica sul Digital Networks Act il 6 giugno 2025 per raccogliere contributi da imprese, autorità nazionali, associazioni e società civile.
La Commissione ha affiancato alla consultazione tre studi tematici (interconnessione transfrontaliera, accesso all’infrastruttura, finanziamento) e ha collegato il Dna alla revisione delal Recommendation on relevant markets e ad altri testi (Gigabit Infrastructure act, revisione del Codice europeo delle comunicazioni).
Connect Europe, nella sua risposta alla Call for evidence lanciata dalla Commissione Europea sul Digital Networks Act, ha ben espresso la posizione delle aziende Tlc. Una deregolamentazione ambiziosa, una semplificazione coraggiosa, un’armonizzazione profonda e un campo di gioco competitivo sono gli elementi essenziali per riconquistare la leadership digitale a livello globale nel settore delle Tlc, ha detto l’associazione delle telco europee, esortando le istituzioni europee a cogliere l’opportunità del nuovo pacchetto normativo.
Tra queste opportunità del Digital Networks Act c’è il passaggio da controlli ex-ante a ex-post per l’accesso wholesale, adottando il diritto della concorrenza e il Gigabit Infrastructure act come quadro standard. In linea con il Libro bianco della Commissione e le proposte sostenute da Mario Draghi, questo modello – sostiene Connect Europe – promuoverebbe l’investimento, abbandonando il regime basato sul Significant Market Power (SMP), lasciando le obbligazioni ex-ante solo come rete di sicurezza in caso di colli di bottiglia locali.
Connect Europe ha sottolineato anche l’importanza di politiche sullo spettro che garantiscano certezza per gli investimenti a lungo termine, estendendo la durata delle licenze (idealmente fino a 40 anni o a tempo indeterminato) e prevedendo il rinnovo automatico.
L’appello di sei Paesi, tra cui l’Italia
Durante il confronto, sei Paesi hanno inviato alla Commissione un documento congiunto che chiede di evitare un approccio uniforme e di optare per una direttiva, non per un regolamento.
Il documento, che CorCom ha potuto visionare, è un non-paper elaborato da Austria, Francia, Germania, Ungheria, Italia e Slovenia, che chiede di adottare il Dna come direttiva, per garantire flessibilità e rispetto delle specificità nazionali.
La differenza non è solo tecnica, ma strategica. Una direttiva consente agli Stati membri di recepire le norme adattandole alle proprie specificità, mentre un regolamento è immediatamente vincolante e uniforme. “I mercati delle telecomunicazioni sono caratterizzati da differenze significative”, si legge nel non-paper. Un approccio rigido rischierebbe di ignorare le peculiarità nazionali, soprattutto in ambiti sensibili come le intercettazioni legali, dove il principio del country-of-origin non può essere esteso.
Questa richiesta riflette una tensione di fondo: da un lato, la necessità di armonizzazione per creare un vero mercato unico delle telecomunicazioni; dall’altro, la volontà di preservare margini di autonomia per gestire aspetti che toccano la sovranità nazionale. Il Dna, quindi, non è solo una riforma tecnica, ma un banco di prova politico per l’equilibrio tra Bruxelles e gli Stati membri.












