Lo switch-off del rame, la tenuta degli investimenti, la distanza tra copertura e adozione, il ruolo dell’Italia nella corsa europea alla fibra: Francesco Nonno, presidente dell’FTTH Council Europe e Direttore Regolamentazione e Affari europei di Open Fiber entra nel cuore delle questioni che oggi orientano il futuro delle telecomunicazioni, evidenziando come la transizione all‘FTTH coincida sempre più con una scelta di politica industriale, capace di incidere sulla competitività dei sistemi economici, sulla resilienza delle infrastrutture e sulla qualità dei servizi destinati a cittadini e imprese.
I numeri europei, spiega in questa intervista a CorCom, mostrano con chiarezza che la crescita della rete, da sola, non basta. È la migrazione effettiva degli utenti a determinare il successo del percorso, a rafforzare la fiducia degli investitori e a creare le condizioni per una nuova fase di sviluppo. Per l’Italia, che ha spinto con decisione sulla copertura, si apre così una stagione in cui regolazione, mercato e strategia devono convergere con maggiore coerenza verso la piena valorizzazione della fibra.
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Presidente Nonno, in Europa si parla sempre più spesso di switch-off del rame. Perché questo tema è diventato così centrale?
Perché oggi il passaggio definitivo dal rame alla fibra non è più soltanto una questione tecnologica, ma una scelta industriale e strategica. La fibra è l’infrastruttura che consente di sostenere competitività, sicurezza e resilienza delle economie europee. In questo senso, lo switch-off è decisivo: senza una migrazione piena, il rischio è continuare a mantenere in vita reti legacy costose, meno performanti e meno coerenti con le esigenze di famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni. Anche per questo la proposta di Digital Networks Act riconosce la centralità della migrazione completa dal rame alla fibra entro il 2035.
Quanto pesa, in questa partita, il tema degli investimenti?
Pesa moltissimo. Gli investimenti in fibra richiedono orizzonti lunghi, stabilità regolatoria e soprattutto prospettive di ritorno economico credibili. Dove la copertura cresce ma il take-up resta debole, gli investitori fanno più fatica a vedere una redditività sufficiente per continuare a impegnare capitale. Per questo il vero salto, oggi, non è solo costruire altra rete, ma accelerarne l’utilizzo. È il take-up che può rafforzare la fiducia del mercato e creare le condizioni per una nuova stagione di investimenti.
Che fotografia emerge oggi del mercato FTTH europeo?
Emerge un’Europa a velocità diverse. Alcuni Paesi hanno completato o quasi completato sia la copertura sia la migrazione dal rame alla fibra; altri sono ancora in una fase intermedia, in cui la rete cresce ma l’adozione non corre con la stessa intensità. Questo dipende molto dalle scelte infrastrutturali del passato. Ci sono mercati che hanno puntato per anni su soluzioni intermedie, come l’FTTC, e altri che invece hanno compiuto un salto diretto dall’ADSL alla fibra FTTH. Sono proprio questi percorsi differenti a spiegare buona parte delle differenze che oggi vediamo in Europa.
Quali sono i Paesi che oggi rappresentano i modelli più avanzati?
Spagna e Norvegia sono i due Paesi che, a livello Europeo, non solo hanno completato le loro copertura, ma hanno anche completato la migrazione dal rame alla fibra, spegnendo definitivamente i servizi in rame. Tra gli altri Paesi Francia e Romania sono i due casi più vicini al completamento del processo. Entrambi hanno raggiunto livelli molto alti sia di copertura sia di take-up: la Francia al 93,5% di copertura e all’89,4% di take-up, la Romania al 97% di copertura ed all’82% di take up. Sono numeri che mostrano cosa accade quando il mercato converge con decisione verso la fibra e quando i piani di switch-off sono già avanzati.
E invece quali Paesi mostrano più chiaramente le difficoltà della transizione?
Italia, Germania e Regno Unito hanno condiviso per anni un’impostazione diversa, basata sul prolungamento della vita del rame attraverso il modello FTTC. Questo ha inevitabilmente rallentato, almeno in una prima fase, la corsa verso la fibra piena. Oggi però i tre Paesi stanno evolvendo in modi differenti. Il Regno Unito, per esempio, sta recuperando rapidamente grazie a piani di switch-off più strutturati; la Germania sta accelerando sulla copertura, ma con un take-up che ha risentito di questa dinamica; l’Italia è in una fase interessante, in cui la crescita della copertura è stata molto forte e ora la sfida si sposta sempre più sull’adozione.
Restando sui numeri, cosa ci dicono i dati più recenti su copertura e take-up?
I dati a settembre 2025 mostrano dinamiche molto significative. In Italia la copertura è passata in tre anni dal 54,5% al 72%, mentre il take-up è salito dal 25,7% al 29,9%. In Germania la copertura è cresciuta dal 34% al 56%, ma il take-up è sceso dal 27,5% al 24,6%, segno che una forte espansione della rete non produce automaticamente una crescita immediata dell’adozione. Nel Regno Unito, invece, alla crescita della copertura dal 58% all’80% si è accompagnato un forte aumento del take-up, dal 31,8% al 48%. Sono andamenti che dimostrano quanto il disegno regolatorio e il percorso di spegnimento del rame incidano sul comportamento del mercato.
Qual è, allora, il vero nodo italiano?
L’Italia ha fatto passi avanti molto importanti sulla copertura, ma deve ancora trasformare questa espansione infrastrutturale in una migrazione di massa verso la fibra. È il punto chiave: quando la copertura cresce molto rapidamente, il take-up tende fisiologicamente a inseguire con più lentezza. Tuttavia, il confronto europeo ci dice che l’Italia mantiene comunque una crescita del take-up, in termini percentuali e assoluti, superiore a quella tedesca. Questo significa che il percorso è avviato, ma che serve un contesto più favorevole per accelerarlo: maggiore chiarezza regolatoria, semplificazione commerciale e una più netta convergenza del sistema verso lo switch-off del rame.
Nel dibattito italiano si parla spesso anche di incentivi e assetti di mercato. Quanto conta questo aspetto?
Conta molto, perché la velocità della transizione dipende anche dagli incentivi dei diversi attori. Dove il sistema è pienamente orientato a valorizzare la fibra, il passaggio è più rapido; dove invece sopravvivono interessi legati alla rete legacy, il processo può risultare più graduale. Nei materiali di analisi emerge chiaramente che il vero nodo italiano resta proprio la capacità di allineare mercato, regolazione e strategia industriale attorno all’obiettivo della piena migrazione. È una questione che riguarda non solo gli operatori, ma la competitività complessiva del Paese.
Guardando avanti, il tema non è solo avere più fibra, ma capire cosa la fibra abilita. Quali sono i prossimi fronti?
Esattamente. Oggi la fibra non è più soltanto sinonimo di maggiore velocità. È la piattaforma che abilita servizi avanzati per l’industria, i data center, l’intelligenza artificiale, le reti energetiche intelligenti, la sicurezza e anche nuovi servizi domestici. L’evoluzione tecnologica va verso connessioni da 10 a 50 Gigabit, verso il miglioramento della connettività interna agli edifici, e verso applicazioni innovative come il Wi-Fi sensing. Il punto è che la fibra diventa sempre più la spina dorsale di un’economia digitale europea più competitiva, più sicura e più resiliente.
In conclusione, quale dovrebbe essere oggi la priorità per l’Europa e per l’Italia?
La priorità è molto chiara: completare la copertura dove manca, ma soprattutto accelerare la migrazione effettiva degli utenti dal rame alla fibra. L’Europa ha ormai compreso che questa non è una scelta accessoria, ma una necessità industriale, economica e di sicurezza. Per l’Italia, in particolare, si apre una fase decisiva: dopo la grande spinta sulla costruzione della rete, occorre lavorare sul take-up, sulla semplificazione e su una traiettoria credibile di switch-off. È lì che si misurerà il successo reale della transizione.






