La scadenza del 31 dicembre 2029 per una parte rilevante delle frequenze mobili italiane arriva in una fase delicata per il settore delle telecomunicazioni. Gli operatori devono sostenere nuovi investimenti per completare la transizione al 5G Standalone, aumentare la capacità delle reti e rispondere alla crescita del traffico dati. Allo stesso tempo, la pressione sui ricavi rende più complessa la pianificazione finanziaria e riapre il confronto sul costo dello spettro, sulla durata dei diritti d’uso e sugli obblighi da associare alle assegnazioni.
È questo il quadro delineato dallo studio di I-Com “La gestione dello spettro frequenziale tra pianificazione nazionale e traiettoria DNA”, realizzato per Futur#Lab 1/2026, che CorCom ha potuto visionare in anteprima e che analizza le condizioni infrastrutturali e regolatorie del mercato italiano nel contesto della proposta europea di Digital Networks Act.
L’analisi individua una questione di fondo: come garantire agli operatori la stabilità necessaria a finanziare lo sviluppo delle reti, preservando allo stesso tempo la concorrenza e l’utilizzo efficiente di una risorsa pubblica strategica. Una questione che assume particolare rilievo alla luce del divario tra l’estensione della copertura mobile italiana e il grado di evoluzione tecnologica delle infrastrutture.
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Il primato italiano sulla copertura 5G
I dati restituiscono un quadro a due velocità. Nel 2025 la copertura 5G in Italia raggiunge il 99,8% delle famiglie, superando la media europea del 96,8%. Il risultato è particolarmente significativo nelle aree rurali, dove il 99,4% delle famiglie risulta raggiunto, contro l’88,9% dell’Unione europea.
Il primato nazionale emerge soprattutto nella banda 3,4-3,8 GHz, fondamentale per la capacità delle reti mobili di quinta generazione. La copertura arriva al 98,4%, rispetto al 74,8% europeo, e nelle aree rurali raggiunge il 94,1%, contro appena il 33,7% della media comunitaria.
La diffusione dell’infrastruttura presenta tuttavia differenze rispetto all’utilizzo effettivo dei servizi. Le SIM che hanno generato traffico sulle reti 5G rappresentano il 51,1% della popolazione italiana, una quota inferiore al 55,5% europeo.
Anche la densità delle stazioni radio base segnala una distanza dai principali partner comunitari. L’Italia conta 56,8 stazioni 5G ogni 100mila abitanti, rispetto alle 83,3 della media UE, collocandosi al ventiquattresimo posto.
Questi indicatori suggeriscono che l’estensione territoriale del segnale rappresenta soltanto una delle dimensioni attraverso cui valutare lo sviluppo delle reti. Capacità disponibile, prestazioni e caratteristiche tecnologiche dipendono anche dalla densità infrastrutturale e dall’architettura utilizzata.
Il ritardo del 5G Standalone e gli investimenti nel core
Il principale elemento di debolezza riguarda l’evoluzione verso il 5G Standalone, l’architettura che utilizza un core di nuova generazione indipendente dal 4G e consente di sviluppare servizi avanzati come network slicing, reti private e applicazioni industriali a bassa latenza.
Nel 2025, secondo i dati raccolti dal 5G Observatory, l’Italia risultava tra gli otto Paesi europei senza stazioni radio base Standalone contabilizzate. Il confronto con Germania, Spagna e Francia, rispettivamente al 63,2%, 38,3% e 37,5%, evidenzia la distanza accumulata.
Il dato fotografa la situazione precedente ai primi lanci commerciali italiani del 2026. WindTre ha avviato il proprio 5G Standalone a gennaio, orientando l’offerta verso il mercato business, e Iliad ha attivato l’infrastruttura ad aprile, con una strategia focalizzata sulla diffusione territoriale.
La composizione degli investimenti aiuta a comprendere le ragioni del ritardo. In Italia il 52% della spesa complessiva nelle reti mobili è destinato al 5G, una percentuale superiore alla media comunitaria. Ma il 90,1% di queste risorse finanzia la Radio Access Network (RAN), ossia la rete di accesso radio, e soltanto il 9,9% il core.
Nell’Unione europea la distribuzione è rispettivamente dell’81,9% e del 18,1%. La modernizzazione della componente centrale della rete italiana procede quindi con un’intensità inferiore, pur in presenza di investimenti complessivi nel 5G relativamente elevati.
Il potenziamento del core è particolarmente importante per rendere disponibili servizi con livelli garantiti di prestazioni, gestire dinamicamente le risorse e sviluppare nuovi modelli commerciali rivolti alle imprese.
La fibra diventa decisiva per la capacità delle antenne
Lo sviluppo del 5G avanzato richiede una maggiore integrazione tra infrastrutture fisse e mobili. Il traffico generato dalle antenne deve essere trasportato attraverso collegamenti ad alta capacità e, nelle configurazioni più evolute, la fibra ottica rappresenta la soluzione tecnologica più adatta.
Le installazioni che utilizzano frequenze elevate, come quelle a 26 GHz, possono richiedere collegamenti di backhaul da 10 a 25 Gbps. La densificazione delle small cell nelle aree urbane comporta inoltre un aumento dei siti da collegare alla rete di trasporto.
In Italia, tuttavia, la copertura delle infrastrutture fisse presenta ancora alcune criticità. Le reti Very High Capacity Network (VHCN) raggiungono il 77,6% delle famiglie, contro l’85,5% europeo. Nelle aree rurali la distanza aumenta: 44,5% rispetto al 66,7% della media UE.
Il collegamento in fibra delle stazioni radio diventa quindi una componente essenziale degli investimenti mobili. Il Piano Italia 5G interviene su questo fronte, finanziando sia la connessione dei siti esistenti sia la realizzazione di nuove infrastrutture nelle aree a fallimento di mercato.
La crescente interdipendenza tra rete fissa e mobile rafforza anche l’interesse verso modelli di condivisione infrastrutturale, soprattutto nei territori in cui la duplicazione degli investimenti risulterebbe economicamente poco sostenibile.
Limiti elettromagnetici, il confronto con l’Europa
Un altro fattore che condiziona la capacità delle reti riguarda la normativa sui campi elettromagnetici.
L’innalzamento da 6 a 15 volt per metro del valore di attenzione e dell’obiettivo di qualità, entrato in vigore nell’aprile 2024, ha ampliato lo spazio disponibile per lo sviluppo delle infrastrutture radiomobili. L’Italia mantiene tuttavia un’impostazione più cautelativa rispetto a numerosi altri Stati europei.
Per le bande 3,6-3,8 GHz, ad esempio, il riferimento europeo per l’esposizione è pari a 61 V/m, contro il limite italiano di esposizione di 40 V/m. Nei luoghi a permanenza prolungata si applica inoltre il valore di attenzione nazionale di 15 V/m, calcolato su un diverso intervallo temporale.
Secondo l’analisi, queste differenze possono incidere sulle possibilità di potenziamento dei siti, sui costi delle installazioni e sulla condivisione delle infrastrutture tra operatori.
Un ulteriore adeguamento dei valori nazionali, fondato sulle evidenze scientifiche internazionali e accompagnato da sistemi di monitoraggio e controllo, viene indicato tra le opzioni da valutare per utilizzare più efficacemente le frequenze disponibili.
Digital Networks Act, diritti d’uso più lunghi e maggiore coordinamento
La proposta di Digital Networks Act, presentata dalla Commissione europea il 21 gennaio 2026, introduce una prospettiva di maggiore stabilità per l’assegnazione dello spettro.
Il testo prevede diritti d’uso in linea di principio illimitati, sottoposti a verifiche periodiche non prima di vent’anni. Nei casi in cui venga stabilita una durata definita, l’orizzonte ordinario proposto è di almeno quarant’anni.
L’obiettivo è rendere più prevedibili le condizioni regolatorie e favorire investimenti infrastrutturali con tempi di recupero lunghi. Il provvedimento punta inoltre ad armonizzare le regole europee, semplificare le autorizzazioni e rafforzare il coordinamento tra Commissione, autorità nazionali e organismi di regolazione.
La prospettiva dei diritti prolungati richiede però meccanismi di verifica dell’utilizzo delle risorse. Una maggiore stabilità per gli operatori deve accompagnarsi a controlli su copertura, qualità, investimenti e condizioni concorrenziali.
Su questo equilibrio si concentrano anche le osservazioni del Parlamento italiano. Camera e Senato condividono gli obiettivi generali del regolamento, ma chiedono di preservare le competenze nazionali sulle frequenze e di evitare un’eccessiva centralizzazione delle decisioni.
La Camera ha espresso rilievi anche sugli equilibri economici tra operatori di rete e piattaforme digitali. Il Senato ha richiamato soprattutto l’esigenza di garantire che la durata prolungata dei diritti non renda permanenti eventuali squilibri nella distribuzione dello spettro.
Scadenza 2029, rinnovi e obblighi di investimento
Il confronto europeo si intreccia con la consultazione avviata dall’Agcom il 3 agosto 2026 attraverso la delibera 199/26/CONS, relativa ai diritti d’uso delle frequenze in scadenza alla fine del 2029.
La consultazione prende in esame l’ipotesi del rinnovo, accompagnata da un sistema di obblighi di copertura, qualità dei servizi e accesso alle infrastrutture, oltre a strumenti di pianificazione, verifica e monitoraggio degli impegni assunti.
Il tema centrale riguarda la destinazione delle risorse economiche. Il rinnovo può consentire agli operatori di programmare gli investimenti con maggiore certezza rispetto a nuove aste particolarmente onerose, lasciando più capacità finanziaria per l’ammodernamento delle reti.
La valutazione deve però considerare anche la distribuzione delle frequenze tra i diversi soggetti. Lo spettro è una componente determinante della qualità del servizio e della possibilità di competere sul mercato. Un prolungamento dei diritti esistenti, senza adeguati correttivi, potrebbe consolidare gli attuali vantaggi degli operatori che dispongono delle maggiori risorse frequenziali.
La definizione dei nuovi titoli dovrà quindi tenere insieme durata, eventuali contributi economici e impegni verificabili. Particolare attenzione è riservata alla possibilità di collegare i rinnovi alla realizzazione di infrastrutture e all’accelerazione dello sviluppo del 5G Standalone.
Parallelamente procede l’assegnazione della porzione bassa della banda a 26 GHz, compresa tra 24,25 e 26,5 GHz, che apre ulteriori opportunità per servizi mobili ad alta capacità.
Ricavi in calo e piani pubblici per completare le reti
La sostenibilità delle scelte regolatorie deve confrontarsi con l’andamento economico del settore.
Secondo i dati Agcom richiamati nello studio, tra il 2024 e il 2025 i ricavi unitari dei servizi dati mobili sono diminuiti da 0,35 a 0,26 euro per gigabyte. Nello stesso periodo gli investimenti nelle immobilizzazioni della rete mobile sono scesi da 1,75 a 1,50 miliardi di euro.
I due fenomeni, pur senza dimostrare un rapporto diretto di causa ed effetto, evidenziano le difficoltà di finanziamento della modernizzazione infrastrutturale.
L’intervento pubblico continua ad avere un ruolo importante nei territori meno attrattivi per gli investimenti privati. Accanto ai programmi finanziati attraverso il Pnrr, il Fondo Nazionale per la Connettività prolunga al 2030 le attività per ridurre i divari residui.
Il programma, aggiudicato a FiberCop per un contributo massimo di 712,5 milioni di euro, prevede la copertura di oltre 477mila civici entro il 2030.
La questione riguarda anche la capacità di trasformare le risorse stanziate in collegamenti effettivamente disponibili e utilizzati. Per le reti mobili, in particolare, il collegamento delle antenne alla fibra, l’attivazione dei siti e la possibilità di sfruttare lo spettro rappresentano indicatori essenziali per valutare i risultati degli interventi.
Dalle frequenze al 6G, gli effetti sulle strategie industriali
Le decisioni assunte nei prossimi anni influenzeranno anche l’evoluzione tecnologica successiva al 5G.
L’integrazione tra reti, intelligenza artificiale, edge computing ed energia sta modificando le caratteristiche delle infrastrutture e le opportunità commerciali degli operatori. La virtualizzazione e l’automazione permettono di gestire dinamicamente traffico, capacità e consumi, con possibili benefici economici ed energetici.
La prospettiva del 6G introduce ulteriori funzionalità, tra cui il sensing integrato, che consentirà alle reti di acquisire informazioni sull’ambiente circostante, e una maggiore integrazione con le infrastrutture satellitari.
In questo scenario anche le tower company potrebbero ampliare il proprio ruolo, affiancando alla gestione delle infrastrutture passive servizi radio condivisi, capacità computazionale e soluzioni energetiche.
Per il mercato italiano, la questione più immediata resta comunque il completamento della transizione verso architetture mobili pienamente evolute. Le scelte sulle frequenze del 2029 influenzeranno la capacità degli operatori di finanziare il 5G Standalone, sviluppare nuovi servizi e sostenere la crescita della domanda digitale.
L’efficacia delle misure potrà essere valutata attraverso risultati concreti: investimenti mobilitati, infrastrutture attivate, qualità delle connessioni e utilizzo effettivo delle risorse radio.








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