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IL PIANO

Ftth, Metroweb “rilancia”: “Cableremo 600 Comuni”. Ma servono i fondi pubblici

La società presenta al Mise il suo piano da 4,5 miliardi, ma la realizzazione dipenderà dagli incentivi concessi dal governo e dalle partnership che si potranno realizzare con altri operatori

01 Apr 2015

F.Me.

Metroweb ha presentato ieri al Mise il piano non vincolante per cablare il territorio nazionale con la banda ultralarga. E’ quanto ha appreso Mf-Dowjones da una fonte a conoscenza dei fatti che precisa come il piano riguarda circa 600 comuni italiani che verrano cablati attraverso la tecnologia Ftth, il collegamento che permette alla fibra ottica di raggiunge direttamente la singola unità abitativa.

Il valore complessivo del piano, spiega ancora la fonte, è di 4,5 miliardi euro e l’obiettivo di Metroweb è quello di raggiungere con la banda ultralarga il 55% della popolazione. In particolare il progetto punta a collegare le principali città italiane, oltre a quelle già coperte dalla società (Milano, Torino, Genova e Bologna).

Il piano presentato ieri, ha proseguito la fonte, non è vincolante ma è una semplice “manifestazione di interesse” e la sua realizzazione dipenderà prevalentemente da due fattori. Il primo è quello relativo all’entità degli incentivi che il Governo deciderà di stanziare e che non sono ancora noti mentre il secondo fattore riguarda il tipo di partnership che Metroweb realizzerà con uno o più operatori per portare avanti il progetto. Quello di ieri è un piano di massima che verrà dettagliato nelle prossime settimane.

Per quanto riguarda le tempistiche, ricorda la fonte, il 31 maggio scadrà il termine entro il quale i vari operatori dovranno presentare il piano definitivo. Una scadenza che secondo la fonte, potrebbe non essere rispettata e quindi potrebbe slittare. Solo una volta presentati i progetti vincolanti ci si muoverà concretamente.

Ma lo scenario che si va delineando in Italia di fatto renderà improbabile la concessione di fondi pubblici ad operatori alternativi a Telecom Italia – a meno che non verticalmente integrati – per la realizzazione di reti nelle principali città italiane laddove sia previsto il salto di qualità tecnologico (parametro considerato imprescindibile dal governo italiano nel Piano ultrabroadband per mettere in campo risorse a favore degli operatori investitori). A pesare ci sono, infatti, le regole Ue sulle Nga cghe non prevedono la concessione di risorse pubbliche per chi va a competere nelle stesse aree nere.

Nei giorni scorso Telecom Italia ha ufficializzato a Infratel l’impegno – già messo nero su bianco nel nuovo piano industriale – di cablare in fibra ottica (con tecnologie Ftth e Fttb) le principali 40 città italiane di qui al 2017 (nella lista ci sono Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova e Firenze per citarne alcune). Un impegno non da poco anche e soprattutto relativamente alle risorse economiche da mettere in campo: i 500 milioni “accantonati” per l’Ftth non basteranno di certo a portare a termine un piano così ambizioso e dunque la società capitanata da Marco Patuano e Giuseppe Recchi si starebbe preparando a rafforzare il “plafond”.

Ma soprattutto, il piano annunciato da Telecom Italia di fatto potrebbe “azzerare” la concessione di risorse pubbliche ad altri Olo: secondo la Commissione Ue – il quadro è chiarito nella comunicazione di Bruxelles in materia di aiuti di stato sulla banda larga – “la missione Sieg (servizio di interesse economico generale) deve riguardare esclusivamente lo sviluppo di una rete a banda larga in grado di offrire una connessione universale e la fornitura dei relativi servizi di accesso all’ingrosso, senza includere i servizi di comunicazione al dettaglio. Nel caso in cui l’incaricato della missione Sieg sia anche un operatore di rete a banda larga verticalmente integrato, è necessario introdurre adeguate misure di salvaguardia per evitare conflitti di interesse, indebite discriminazioni ed eventuali altri vantaggi indiretti occulti”.

E ancora: “La Commissione ritiene che, nelle zone in cui gli investitori privati hanno già investito in un’infrastruttura di rete a banda larga (o stanno per estendere ulteriormente l’infrastruttura di rete) e forniscono già servizi competitivi a banda larga con un’adeguata copertura, la realizzazione, con fondi pubblici, di una infrastruttura di banda larga concorrenziale non dovrebbe essere considerata un Sieg”. Dunque anche Metroweb Sviluppo (partecipata al 100% da Metroweb) – il veicolo individuato per promuovere la banda ultra larga in Italia potrebbe essere fuori dalla partita dei fondi pubblici. E se non può ottenere finanziamenti pubblici come può andare avanti? E’ a questo interrogativo che bisognerà dare una risposta nel caso in cui entrino in campo altri soggetti (Vodafone, Wind e altri Olo). A meno che non si trovi un accordo con Telecom Italia e si dia vita alla newco “nazionale”.

Peraltro l’Antitrust italiano, nel suo parere al governo italiano, ha puntualizzato che l’assegnazione di risorse pubbliche per la realizzazione delle reti a banda ultralarga non dovrebbero essere concesse agli operatori verticalmente integrati, laddove sulla questione degli incentivi fiscali viene lasciato al governo un maggior margine di azione. Insomma per gli altri operatori interessati a operare nelle cosiddette aree nere si fa difficile la possibilità di andare a realizzare nuove infrastrutture beneficiando di risorse pubbliche e sgravi fiscali. Una bella gatta da pelare anche e soprattutto per la spinta agli investimenti in banda ultralarga da parte del governo che rischia di “bruciare” le risorse annunciate – i 6 miliardi di euro – attraverso il piano ultrabroadband. “È particolarmente importante – evidenzia Bruxelles – che i fondi pubblici in questo settore siano utilizzati in maniera oculata e che la Commissione assicuri che gli aiuti di Stato siano complementari e non sostitutivi degli investimenti provenienti dagli operatori di mercato. Qualsiasi intervento con fondi statali dovrebbe limitare per quanto possibile il rischio che la misura di aiuto soppianti gli investimenti privati, snaturi gli incentivi agli investimenti commerciali e, in ultima analisi, falsi la concorrenza in misura contraria all’interesse comune dell’Unione europea”.