l'intervista

Gropelli: “Il Digital Networks Act sia il grande reset delle Tlc europee”


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Il direttore generale di Connect Europe sollecita Bruxelles a cambiare approccio su investimenti e concorrenza: “Il primo passo verso un mercato unico delle tlc è il consolidamento nazionale”. Focus anche su 5G Standalone, cloud sovrano e sicurezza delle infrastrutture

Pubblicato il 13 ott 2026

Federica Meta

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Punti chiave

  • Regole che favoriscano l’investimento: licenze a lungo/indefinite, spostare capitale dalle aste alle reti, fibra guidata dal mercato, accesso incentivante, chiarire compatibilità di network slicing, 5G/6G con net neutrality
  • Favorire consolidamento nazionale per scala e sinergie; rivedere regole di concorrenza per valorizzare investimenti, innovazione, qualità e resilienza; superare frammentazione del mercato unico
  • Promuovere sovranità digitale senza autarchia: sostenere domanda per il cloud europeo, ruolo attivo delle telco, accelerare 5G Standalone, approccio cybersecurity risk-based ed evitare costosi obblighi di replacement
Riassunto generato con AI


All’Europa servono circa 475 miliardi di euro per dotarsi di reti mobili di livello mondiale. Una necessità che impone di rivedere le priorità della politica industriale e della regolamentazione delle telecomunicazioni, a partire dalla destinazione delle risorse: negli ultimi dodici anni, il settore ha speso circa 110 miliardi soltanto per le licenze dello spettro. Per Alessandro Gropelli, direttore generale di Connect Europe, il Digital Networks Act rappresenta un’occasione decisiva per correggere la rotta, a condizione che Bruxelles scelga di mettere gli investimenti al centro del nuovo quadro normativo.

Gropelli, il Digital Networks Act viene indicato come uno dei passaggi decisivi per avvicinare finalmente l’Europa a un vero mercato unico delle telecomunicazioni. Quali sono, dal punto di vista di Connect Europe, le scelte che la Commissione dovrebbe compiere per superare la frammentazione attuale e creare condizioni più favorevoli agli investimenti?

A due anni dal rapporto Draghi, all’Europa non manca più la diagnosi. Manca l’esecuzione. Il DNA dovrebbe essere il grande reset della politica europea delle telecomunicazioni. Nella sua forma attuale, per noi, non lo è ancora. Il test dovrebbe essere semplice: ogni disposizione deve chiedersi se facilita o ostacola gli investimenti. L’Europa ha bisogno di circa 475 miliardi di euro di investimenti per arrivare a reti mobili di livello mondiale, mentre negli ultimi dodici anni il settore ha speso circa 110 miliardi solo in licenze per lo spettro. Dobbiamo spostare capitale dalle aste alle reti, con licenze di lunghissimo periodo o, idealmente, di durata indefinita.

Poi servono una transizione alla fibra guidata dal mercato e dai bisogni dei consumatori, un nuovo paradigma per le regole sull’accesso incentrato sugli incentivi all’investimento e un netto chiarimento legislativo che network slicing e nuovi servizi 5G e 6G sono compatibili con la net neutrality. Infine, semplificazione deve significare davvero meno regole, più armonizzazione e meno interventi nazionali. Se sostituiremo il vecchio rulebook con uno nuovo altrettanto complesso, avremo perso un’occasione storica.

Nel dibattito europeo torna con forza il tema della scala degli operatori e del consolidamento. L’Europa può continuare ad avere mercati delle telecomunicazioni prevalentemente nazionali mentre cloud provider, piattaforme digitali e fornitori tecnologici competono su scala globale? Serve un cambio di approccio anche nelle politiche sulla concorrenza?

Il consolidamento non è un fine in sé: è una condizione per investire, innovare e competere. Nel 2025 avevamo 44 operatori mobili con più di 500.000 clienti in Europa, contro 8 negli Stati Uniti, 4 in Cina e Giappone e 3 in Corea del Sud. Continuiamo a parlare di mercato unico, ma le nostre imprese operano ancora in una realtà profondamente frammentata. Il primo passo verso un mercato unico delle tlc è il consolidamento nazionale, che consente di iniziare a creare sinergie. Sulla base di quelle sinergie, vi sarà poi l’opportunità di costruire una dimensione europea.

Le politiche di concorrenza devono dare reale considerazione non solo a elementi che rimarranno importanti come i prezzi e le quote di mercato nel breve periodo, ma anche a investimenti, innovazione, qualità delle reti e resilienza nel medio-lungo termine. Cloud, AI e piattaforme sono mercati globali. Immaginatevi un piccolo operatore con qualche milione di clienti che negozia sui chip con un gigante mondiale dei semiconduttori. Un mercato unico delle telecomunicazioni che non consente alle imprese europee di raggiungere dimensioni adeguate resta un mercato unico incompleto.

La possibilità per gli operatori europei di raggiungere dimensioni adeguate incide anche sulla loro capacità di presidiare le infrastrutture strategiche. In questo quadro, quale ruolo possono avere le telco nel rafforzamento della sovranità digitale europea, dal cloud all’intelligenza artificiale, e come si può ridurre la dipendenza tecnologica da attori extra-UE senza compromettere l’apertura dei mercati e l’interoperabilità globale?

Sovranità digitale non significa autarchia. Significa avere la capacità di scegliere, investire e controllare infrastrutture strategiche. Ma soprattutto di avanzare una politica industriale che supporti la domanda per il cloud europeo – come già da tempo fanno americani, cinesi e indiani. Gli operatori hanno una posizione molto forte sul cloud sovrano e sono parte della soluzione al problema delle dipendenze dal cloud non-UE: molti dei nostri membri sono brand riconosciuti, aziende che esistono da un secolo e che hanno forti radici locali. Gli operatori rappresentano già circa il 19% dei data centre europei e dispongono di circa 750 edge node. A mio giudizio, il settore è pronto a rispondere alla domanda di cloud sovrano insieme ad altri attori europei e le leggi in via di definizione – come il Cloud and AI Development Act e le regole sul procurement – possono dare una mano a cementare la domanda di alternative europee.

Altro tema caldo per il settore è il 5G. E la sfida per l’Europa deve ormai passare dalla copertura alla creazione di nuovi servizi, mentre il 5G Standalone procede ancora a velocità diverse nei vari Paesi. Che cosa sta frenando gli investimenti e quali condizioni servono perché il 5G diventi davvero una piattaforma per industria, servizi pubblici e mercato enterprise?

Il punto è semplice: la copertura da sola non crea leadership tecnologica. Nel 2025 la copertura 5G europea era vicina al 95%, ma sul 5G Standalone eravamo al 63% della popolazione, con grandi differenze tra Paese e Paese, contro l’81% negli Stati Uniti e il 93% in Cina. Il 5G Standalone è ciò che permette davvero network slicing, servizi industriali avanzati e applicazioni mission-critical. Per accelerare servono scala, spettro prevedibile, capitale e soprattutto certezza regolatoria sui nuovi servizi.

Serve anche domanda: industria e pubblica amministrazione devono utilizzare molto di più queste capacità. Il salto europeo deve essere dal 5G come obiettivo di copertura al 5G come infrastruttura industriale. È anche con questa trasformazione che rilanciamo la competitività dei settori industriali.

Contestualmente fibra, dismissione delle reti legacy, sicurezza delle infrastrutture e resilienza stanno diventando parti dello stesso dossier industriale. L’Europa dispone oggi di un quadro sufficientemente coerente per accompagnare questa trasformazione oppure il rischio è che nuovi obblighi regolatori e di sicurezza aumentino ulteriormente i costi senza liberare risorse per gli investimenti?

Il problema dell’incoerenza non è teorico: lo stiamo già vedendo. Da una parte chiediamo al settore più investimenti. Dall’altra, alcune proposte rischiano di assorbire proprio quel capitale. Sulla cybersecurity, l’obiettivo è condiviso: reti più sicure e resilienti. Ma l’approccio deve essere risk-based, proporzionato e tecnologicamente realistico. Secondo le stime citate nella nostra recente lettera dei CEO, obblighi generalizzati di sostituzione delle apparecchiature potrebbero comportare fino a 40 miliardi di euro di costi di replacement, oltre a rischi operativi.

Lo stesso vale per la fibra: vogliamo arrivare al full fibre, ma il percorso è graduale e deve essere guidato dal mercato, non da rigidi obblighi e deadline. Una dismissione imposta dall’alto, magari anche accompagnata da un divieto di utilizzare certi vendor, non ha grandi probabilità di generare più investimenti. L’Europa non deve scegliere tra sicurezza, resilienza e investimenti. Deve fare in modo che questi obiettivi lavorino nella stessa direzione. Più obblighi non significano necessariamente infrastrutture migliori.

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