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Labriola scuote Bruxelles: “Così il sistema delle tlc non regge, se volete il digitale bisogna agire ora”



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L’Ad di Tim punta il dito contro l’elefante nella stanza: “Il settore non sta bene, fingere il contrario non aiuta nessuno”. Dal manager  un richiamo alla necessità di intervenire rapidamente su alcuni nodi considerati cruciali per il settore: aggregazioni industriali, semplificazione normativa, certezze sugli asset strategici. “Serve realizzare un contesto capace di sostenere lo sviluppo delle infrastrutture su cui si giocherà la competitività europea”

Pubblicato il 20 mar 2026

Federica Meta

Direttrice



labriola tim

“Sono felicissimo, scusate se sono provocatorio, ma torno a casa e dico a tutti i miei azionisti che possono dormire sonni tranquilli”. Pietro Labriola, ad di TIM, ha esordito così al convegno “Verso la sovranità digitale europea” che si è tenuto a Bruxelles nei giorni scorsi. E nessuno in sala ha riso. Perché negli eventi istituzionali sulle telecomunicazioni europee c’è un copione collaudato: regolatori che rivendicano i risultati della liberalizzazione, nuovi entranti che chiedono più accesso, incumbent che chiedono meno vincoli, tutti d’accordo sul fatto che il digitale sia strategico. Labriola ha rotto quel copione partendo dai numeri e lancindo un messaggio chiaro: senza una svolta su concorrenza, consolidamento, frequenze e regole, le telco europee non torneranno alla redditività. E senza redditività, l’infrastruttura digitale del continente non si costruisce. Soffermandosi sul rapporto tra consolidamento del mercato, investimenti nelle reti di nuova generazione e quadro regolatorio europeo, Labriola ha richiamato l’attenzione sulla necessità di aggiornare l’approccio alla concorrenza, alla luce delle trasformazioni che stanno interessando il settore, con l’obiettivo di coniugare sostenibilità economica, tutela dei consumatori e rafforzamento della sovranità digitale europea.

Secondo l’ad di Tim, il vero problema è che oggi gli operatori europei delle telecomunicazioni faticano a produrre reddito in Europa. “Siamo all’alba o al tramonto di un colonialismo digitale”, afferma, sostenendo che i principali gruppi del continente realizzano i risultati migliori soprattutto fuori dai confini europei: negli Stati Uniti, in America Latina, in Africa. Sul mercato europeo, invece, “i bilanci parlano chiaro” e mostrano risultati “asfittici”.

Il dato – è la lettura dell’Ad di Tim – non è congiunturale. È il prodotto di un ventennio in cui la politica della concorrenza europea ha perseguito la moltiplicazione degli operatori e la compressione dei prezzi al consumo come obiettivi in sé, senza mai verificarne la compatibilità con il ritorno sul capitale investito. Con il risultato che gli incumbent non generano abbastanza reddito per finanziare le reti di prossima generazione mentre i nuovi entranti, nati in un mercato a margini già compressi, non raggiungono la scala necessaria per diventare sostenibili. La distruzione di valore non ha risparmiato nessuno. Da qui la critica a una narrazione che, a suo dire, non tiene conto della sostenibilità industriale degli investimenti. “Tutti vogliono la fibra e il 5G standalone gratis”, osserva. “I consumatori sono tutti contenti, peccato che se io do questi servizi gratis, le aziende chiudono e il digitale non lo costruiamo”. Per Labriola, il punto da attenzionare è chiaro: in un’economia di mercato, le imprese investono solo se possono contare su una prospettiva di redditività. In caso contrario, avverte, “l’Europa non avrà un’infrastruttura digitale”.

Labriola: “Le regole devono essere uguali per tutti”

Uno dei passaggi centrali dell’intervento riguarda il concetto stesso di concorrenza. Per il manager, continuare a leggere il mercato con le vecchie categorie del settore tlc non basta più, perché oggi la competizione si gioca in un ecosistema digitale molto più ampio. “Che differenza c’è tra una chiamata WhatsApp e una chiamata normale?”, chiede provocatoriamente. “Qualcuno mi deve spiegare perché io, per fornire un servizio simile a WhatsApp, devo sviluppare tutti i sistemi di legal interception, e WhatsApp no”.

Il tema, insiste, è quello di un campo di gioco sbilanciato: “Non dobbiamo più parlare di competizione tra gli operatori di telecomunicazione, ma di competizione in un ecosistema molto più ampio”. E ancora: “Le regole devono essere uguali per tutti”.

Per spiegare questa asimmetria, Labriola richiama anche altri esempi concreti. Cita gli obblighi che in passato gravavano sugli operatori, come la copia cartacea dei contratti nei negozi o l’assistenza con operatore umano disponibile 24 ore su 24. “Quanti di voi hanno sottoscritto un contratto cartaceo di Netflix?”, domanda alla platea. E aggiunge: “Io nel 2026 non posso avere un obbligo per cui devo rispondere con un operatore umano 24 ore su 24. L’intelligenza artificiale oggi funziona meglio di un operatore umano”.

L’attenzione si focalizza poi sull’uso dei dati. “Se io domani voglio fare un servizio di telecomunicazione gratis, voglio darvi 5G gratis, perché in base al Gdpr io non posso fare la profilazione che fanno Meta e Facebook? Voglio le stesse regole”, scandisce.

Presa singolarmente, ciascuna di queste asimmetrie sembra un dettaglio tecnico-regolatorio. Sommate, però, in vent’anni di stratificazione normativa, hanno prodotto un differenziale di costo strutturale che spiega, insieme alla pressione competitiva sui prezzi, perché il settore fatica a generare reddito sufficiente a remunerare gli investimenti.

Sul piano economico-finanziario, il confronto con gli Over The Top è altrettanto netto. Labriola sottolinea che il livello di investimenti in rapporto ai ricavi può anche apparire simile tra telco e grandi piattaforme, ma ciò che cambia radicalmente è la redditività. “Loro hanno un Roic da imprese di software, noi no”, osserva. E ricorda anche il diverso livello di indebitamento: “Gli Ott hanno leverage zero, gli operatori di telecomunicazioni viaggiano tra il 2 e il 4”.

Secondo il manager, il settore è arrivato a “un punto di non ritorno”: negli anni le telco hanno continuato a investire in reti e infrastrutture, mentre aumentavano debiti, costi energetici e pressione regolatoria, senza riuscire a trasferire l’inflazione sui prezzi finali.

Per questo, a suo avviso, il dibattito deve lasciare il posto alle decisioni. “Il dibattito è utile ma ora dobbiamo chiudere”, dice. Anche perché il tempo corre molto più velocemente della regolazione. Labriola ricorda che ci sono voluti 75 anni per raggiungere 100 milioni di linee fisse, sette anni per 100 milioni di account Facebook, due anni per TikTok e appena sei mesi per ChatGPT. “Se noi aspettiamo il 2030, nel frattempo ci avranno sorpassato a destra e a sinistra altre 34 tecnologie”, avverte.

La tesi finale è che senza reti, cloud e capacità di investimento non esiste neppure la possibilità di sviluppare l’intelligenza artificiale. “Volete l’AI? Tutti parlano di AI, ma senza il cloud non avete l’AI. Senza reti 5G e senza fibra non c’è il cloud e quindi non c’è neanche l’AI”.

Consolidamento chiave di volta

Tra le soluzioni indicate, Labriola mette al primo posto il consolidamento. “Ritengo che il consolidamento sia necessario”, afferma, ricordando che nei principali Paesi europei gli operatori sono ancora almeno quattro, se non cinque. A suo giudizio, mantenere tre reti mobili separate rappresenta “uno spreco di investimenti” e ostacola il ritorno alla redditività, che non servirebbe “per pagare dividendi, ma per investire nel cloud”.

Il nodo frequenze

Secondo punto: le frequenze. Su questo dossier, l’ad di TIM chiede chiarezza immediata. “Se devo aspettare il 2030 per il rinnovo delle frequenze, io cosa dico agli azionisti?”, domanda. Senza visibilità sugli asset fondamentali, dunque, raccogliere capitali sul mercato diventa sempre più difficile.

Regole più snelle

Terzo capitolo: la semplificazione normativa. Per Labriola è necessario chiudere rapidamente il “ping pong” tra regolatori locali ed europei e aggiornare un impianto costruito per un’altra fase storica del mercato. Lo stesso vale per il tema dell’energia. Pur essendo grandi consumatori, gli operatori tlc non vengono trattati come imprese energivore secondo definizioni che, denuncia, risalgono a un’impostazione “post prima rivoluzione industriale”. “Mi spiegate che cosa c’è di così complesso nel cambiare e dire che gli operatori di telecomunicazioni sono energivori?”, chiede.

L’intervento si chiude con un monito che è insieme politico e industriale: “Se non siamo in grado di fare questo, noi non governeremo il nostro futuro. La catena è lineare e non aggirabile: fibra e 5G abilitano il cloud, il cloud abilita l’AI, e nulla di tutto questo si costruisce con operatori che non coprono il costo del capitale. Il tempo che la regolamentazione europea impiega a riformarsi è tempo in cui il valore migra altrove. E non torna”.

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