L’Open Ran non è più soltanto una promessa “anti lock-in”. Sta diventando un terreno di confronto concreto, dove si misurano scelte architetturali, vincoli di trasporto, disponibilità di spettro e maturità software. A mettere ordine in questo mosaico arriva una review accademica pubblicata su Computer Networks , che incrocia teoria, standard, deployment commerciali e prototipi, con un focus esplicito su ciò che spesso resta ai margini: spectrum e piattaforme di implementazione.
L’impianto è chiaro fin dall’impostazione: la rete radio “tradizionale” nasce come blocco proprietario. E proprio su quel blocco, oggi, si concentra la spinta a disaggregare, virtualizzare e rendere interoperabile. In una frase, gli autori definiscono l’obiettivo industriale con un lessico che suona familiare agli operatori: “L’Open Ran è un concetto rivoluzionario che consente agli Mno di costruire l’infrastruttura in gran parte su hardware Cots e interfacce software standardizzate”.
Indice degli argomenti
Dalla torre al cloud: perché la disaggregazione conta davvero
Per capire l’Open Ran bisogna partire dall’evoluzione della Ran. La review ricostruisce cinque passaggi: dal modello monolitico, alla separazione Ru-Bbu, poi alla centralizzazione in pool (C-Ran), quindi alla virtualizzazione (vRan) e infine all’approccio aperto. La differenza, nel punto di arrivo, non sta solo nel “dove” si eseguono le funzioni, ma nel “come” si collegano.
L’idea chiave è la disaggregazione della stazione base in Ru, Du e Cu, con split funzionali che determinano latenza, banda richiesta sul fronthaul e benefici di coordinamento radio. La 3GPP definisce opzioni di split, ma non risolve fino in fondo l’interoperabilità delle interfacce più delicate. Qui entra in gioco la spinta “O-Ran”, che cerca di trasformare la scomposizione in un ecosistema multi-vendor, con componenti integrabili e controllabili.
Il punto operativo è semplice: più lo split scende verso il livello fisico, più cresce la sensibilità a ritardi e perdite. Di conseguenza, la promessa di flessibilità si paga con requisiti stringenti sulla rete di trasporto e con l’onere di integrazione. È su questo crinale che l’Open Ran passa da slogan a progetto industriale.
Interfacce aperte non significa open source
Un equivoco ricorrente accompagna il dibattito: open interface e open source non sono sinonimi. La review lo esplicita senza ambiguità: “Un’interfaccia aperta può essere implementata da soluzioni closed source o open source”. La prima abilita interoperabilità e riduce il lock-in; la seconda aggiunge trasparenza, estendibilità e, spesso, velocità di sperimentazione.
Questa distinzione pesa nelle scelte degli operatori. I grandi Mno tendono a preferire piattaforme commerciali con interfacce standard e software proprietario, perché cercano garanzie su stabilità, supporto e responsabilità end-to-end. Dall’altra parte, università, system integrator e nuovi player spingono su stack open source e hardware general purpose, soprattutto per reti private e ambienti campus.
In mezzo c’è il mondo delle software community e dei progetti “ibridi”, dove l’interfaccia si standardizza ma la competizione si sposta su prestazioni, automazione e capacità di orchestrazione.
O-Ran e i controller: la rete radio entra nella logica “data-driven”
Il disegno O-Ran introduce un livello di controllo che cambia la grammatica della gestione radio: i Ric (near-RT e non-RT). In questa architettura, la Ran diventa programmabile tramite applicazioni, con logiche di ottimizzazione e closed loop. Gli autori ricordano che i controller possono “applicare politiche di controllo con l’aiuto di algoritmi di AI e Ml”.
Per gli operatori, il tema è doppio. Da un lato, la programmabilità apre a nuovi modelli di automazione, slicing e ottimizzazione, con un potenziale impatto su efficienza e time-to-market. Dall’altro, sposta il baricentro verso piattaforme software complesse, dove la governance del ciclo di vita delle xApps e rApps diventa un elemento strategico, non solo tecnico.
Qui si misura anche la reale “apertura” del mercato: se lo stesso vendor controlla SmO e Ran software, la filiera rischia di riprodurre forme di dipendenza, anche in presenza di interfacce standard.
Deployments: dal greenfield alla modernizzazione, senza una ricetta unica
La review fotografa un panorama globale in accelerazione. Riporta che, fino a dicembre 2024, risultano 40 reti in fase di deployment, pre-commerciale o lancio commerciale e 41 reti in testing o field trial. È un dato indicativo: non misura il traffico “portato” da Open RAN, ma segnala la densità di sperimentazioni e roll-out.
La lettura industriale più utile è un’altra: l’Open Ran “funziona” più facilmente dove il vincolo legacy è minore. Nei contesti greenfield, la libertà progettuale aumenta, ma cresce anche il costo di integrazione e la responsabilità di far convivere componenti multi-vendor. Nei contesti brownfield, invece, il problema è la compatibilità con l’esistente e la continuità operativa. In entrambi i casi, l’architettura non basta: servono processi, competenze e strumenti di orchestration.
Spettro: l’Open Ran è “agnostica”, ma non neutra
Uno dei passaggi più interessanti della review riguarda lo spettro. L’affermazione di fondo è netta: “non esiste una regolazione specifica dedicata all’allocazione di spettro per deployment Open Ran perché l’Open Ran è, di fatto, agnostica rispetto allo spettro”.
Eppure la questione non è neutra, perché i casi d’uso più dinamici oggi sono spesso le reti private 5G, dove licenze, condivisione e condizioni tecniche cambiano paese per paese.
Gli autori distinguono tra reti pubbliche, soggette alle licenze dell’Mno, e reti private, dove si aprono tre strade: uso di spettro licenziato, spettro dedicato per reti locali, o bande non licenziate con meccanismi di coesistenza. ran
Il punto, per chi costruisce business case, è che la scelta dello spettro influenza architettura, potenza, copertura e persino la catena di fornitura. In uno scenario enterprise, la disponibilità di blocchi locali in mid-band può trasformare l’Open Ran in un acceleratore di progetti verticali, soprattutto se la supply di Ru commerciali e l’integrazione Du/Cu su Cots risultano replicabili.
Prototipi e realtà: cosa dicono i test su reti private
La review non si limita al quadro teorico. Porta esempi di prototipi campus in Romania e Norvegia, costruiti con hardware Cots e stack open source, con risultati che aiutano a ridimensionare aspettative e a identificare colli di bottiglia. Sul fronte prestazioni, gli autori riportano un valore massimo downlink di 145,6 Mbps in un testbed con Ru 2×2 Mimo e srsRan, e risultati analoghi in un’altra rete privata, con downlink/uplink 187/47,8 Mbps.
La distanza rispetto al “potenziale” del 5G non sorprende chi lavora sul campo: contano numerologia supportata, ottimizzazioni, capacità di elaborazione e tuning rf. In altre parole, l’Open Ran non azzera la complessità radio. La sposta, e spesso la rende più visibile.
La review evidenzia anche un tema di stabilità: in alcune prove, la soluzione basata su srsRan risulta più stabile nel tempo, mentre l’alternativa Oai mostra arresti imprevedibili delle trasmissioni radio. È un’indicazione pratica, non un verdetto. Però conferma che, in ambiente open source, la maturità varia molto tra componenti e release, e la scelta dello stack non può prescindere dall’operatività attesa.
Le sfide che restano: orchestrazione, performance, sicurezza
Il capitolo finale della review mette in fila le aree critiche. La prima è l’interoperabilità tra specifiche 3Gpp e O-Ran, con divergenze su alcuni elementi e attriti che possono riflettersi in implementazioni non omogenee. Poi arriva l’orchestrazione: multi-vendor significa più libertà, ma anche più variabilità. Senza processi e strumenti solidi, il rischio è di trasformare l’apertura in complessità operativa.
Il terzo punto riguarda performance ed energia. Disaggregare introduce più “pezzi” e, potenzialmente, più consumo e più punti di ottimizzazione. Infine la sicurezza: superfici d’attacco più ampie e nuove interfacce impongono controlli e standard di protezione coerenti con l’architettura aperta.
In sintesi, l’Open Ran sta diventando un cantiere credibile perché incrocia tre pressioni: riduzione del lock-in, esigenza di automazione e crescita di reti private. Ma la traiettoria non è lineare. La “vera” apertura non si misura dal marketing, bensì dalla qualità delle interfacce, dalla maturità dello stack e dalla capacità di governare l’integrazione. Ed è qui che si giocherà la partita dell’oltre 5G.












