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Pileri: “E’ ora di fare l’Italia digitale”

“Agire subito: deve diventare un obiettivo comune di tutti, politica e aziende in primis”. Il programma del presidente di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici

12 Ott 2009

«Non possiamo perdere altro tempo. Bisogna agire»: è il
messaggio, forte, che Stefano Pileri, neo presidente di
Confindustria servizi innovativi e tecnologici, lancia attraverso
il nostro giornale. Agire, spiega, per quello che deve essere
“Italia digitale”, un obiettivo comune a tutti: imprese, forze
politiche di maggioranza e opposizione, governo.

Come?
È necessario fare sistema, mettere in campo un’azione integrata
su più fronti: infrastrutture digitali, offerta di servizi
digitali, sviluppo della domanda digitale, crescita della cultura
digitale. E dobbiamo focalizzarci sui risultati. Purtroppo non vedo
ancora sufficiente consapevolezza che senza un’azione forte
l’Italia rischia di uscire ancora più debole dalla crisi.

Forse deve rivolgere la critica anche alle
imprese.

Limiti di comprensione ci sono anche fra noi: l’azione
associativa di Confindustria è essenziale per superare tali
barriere. Chi ha veramente in mano le leve per mettere in campo
un’azione decisiva non sono le imprese ma è la politica che deve
muovere dove non basta il mercato. Ed è ad essa che si rivolge
innanzitutto il mio appello ad agire subito.

E i fondi per la banda larga?
Vanno messi in campo senza ulteriori ritardi: il piano Romani è
importante e risponde perfettamente alle attuali esigenze della
domanda di Internet. Tra l’altro, gli investimenti, che vanno a
finanziare opere di scavo, che rappresentano un importante volano
antirecessivo. Ma non è l’infrastruttura il problema maggiore:
la copertura broadband è molto meno precaria di quanto non si
dica.

Dov’è il vero problema, allora?
In quel 55% di famiglie italiane che non usano Internet, perché
non lo ritengono utile e in quel terzo di imprese tuttora fuori
rete. E la causa non è certo la mancanza di broadband, come
dimostrano i dati dell’Osservatorio Italia digitale. Il problema
è che in Italia si può ancora vivere, imprese comprese, senza
alfabetizzazione informatica. Ed invece il Paese non può più
permetterselo. Nel dopoguerra si è fatto un grande sforzo per
mettere tutti gli italiani in grado di leggere e scrivere: si era
capito che l’alfabetizzazione di massa era indispensabile per
tutti. Ora ci vuole uno sforzo analogo per la diffusione della
cultura digitale.

Nostalgia del maestro Manzi?
No, ma la Tv può dare anche oggi un contributo valido. Stiamo
passando al digitale terrestre. Ebbene, avremo sempre più
televisori con integrate schede che consentono la navigazione su
Internet. Con servizi adeguati, la Tv può essere un veicolo
significativo di digitalizzazione per chi non ha dimestichezza col
Pc.

Ma ci vorranno anche le reti.
Sì, ma cerchiamo di essere realistici. Intanto, gli operatori
hanno già in campo progetti importanti per le reti fisse e mobili
di nuova generazione. Ma non si può ignorare che senza una massa
critica di domanda, che oggi non c’è, è difficile che telco e
aziende di informatica possano investire ancora di più di quanto
programmato.

E allora?
E allora, oltre che mettere subito in campo il piano Romani,
bisogna agire sul fronte della domanda. Lo Stato può avere un
ruolo decisivo. Va aumentata l’offerta di servizi digitali alle
famiglie e alle imprese. Il piano e.gov 2012 del ministro Brunetta
è un’opportunità importantissima non solo per migliorare i
servizi offerti dalla Pa ma anche per dare un enorme impulso alla
diffusione della cultura di Internet aumentando l’utilità
percepita dei servizi digitali.

Con che priorità?
Tutte quelle previste da Brunetta: digitalizzazione dei servizi
trasversali (Pec, fatturazione elettronica, firma digitale), dei
servizi comunali, della scuola, della sanità, della giustizia. E
poi ci vuole l’innovazione normativa del codice digitale: sia pur
progressivamente, tutte le transazioni con la PA devono
obbligatoriamente passare dalla rete. Non è solo il ministero di
Brunetta ad essere interessato. Si pensi, ad esempio, a cosa
significa in termini di miglioramento ambientale spostare i bit
invece degli atomi. O cosa può significare la telesanità.

Ci vorranno molti fondi.
Vanno trovati, altrimenti quei progetti resteranno sulla carta. Ma
saranno soldi ben spesi: aumenteranno la qualità dei servizi
pubblici, miglioreranno la vita dei cittadini, aumenteranno la
competitività del Paese. E faranno risparmiare soldi: un servizio
basato sul digitale costa meno di uno basato sulla carta. Ma oltre
agli obiettivi dobbiamo darci i tempi di realizzazione: entro il
2012 l’Italia deve diventare digitale. Le famiglie in rete
dovranno essere almeno l’80%, le imprese ed i Comuni il 100%, la
Posta elettronica certificata distribuita alla maggior parte dei
cittadini, il 100% delle scuole on line con i Pc in aula, il 100%
delle ricette e dei certificati deve essere digitale ed infine la
larga banda dovrà coprire il 100% del nostro territorio con la
fibra ottica che avrà raggiunto il 25% delle linee.

Realistico?
Può esserlo se ci muoviamo insime, pubblico e privati. Ad esempio,
le banche non possono chiamarsi fuori. Hanno un duplice ruolo: di
interfaccia con le famiglie, a partire dalla promozione dei conti
online, e di supporto alle imprese. Ebbene, quando si tratta di
finanziare progetti innovativi, passaggi tecnologici Ict, progetti
di digitalizzazione a volte le banche frenano invece di supportare
le imprese. Le metriche con cui si valuta l’Ict non possono
essere le stesse usate per investimenti in macchinari.

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