Mantenere un equilibrio tra sviluppo infrastrutturale e tutela della concorrenza, preservando nel confronto sul Digital Networks Act strumenti proconcorrenziali capaci di sostenere gli investimenti nelle reti ad altissima capacità. È una delle priorità indicate dall’Agcom nella Relazione annuale 2026, nella quale si fa riferimento all’analisi dei mercati dell’accesso all’ingrosso alla rete fissa dello scorso marzo.
Una formulazione che, secondo Andrea Rangone, professore di Digital Business innovation & entrepreneurship del Politecnico di Milano, continua però a mettere in primo piano un obiettivo regolatorio tradizionale senza attribuire sufficiente centralità alla sostenibilità industriale del comparto.
“In questo contesto la priorità di Agcom rimane preservare la concorrenza e non far sopravvivere la filiera”, osserva Rangone, sottolineando la necessità di invertire l’ordine delle urgenze.
“Al contrario, la priorità principale di tutti, inclusa l’Agcom, dovrebbe essere quella di permettere agli operatori di raggiungere un livello adeguato di profittabilità e di generazione di cassa, necessario per sostenere investimenti ingenti nella rete fissa e nelle reti mobili, visti anche i primi segnali di debolezza. Parliamo di un sistema nevralgico per il nostro futuro nell’era dell’intelligenza artificiale, che deve essere in grado di remunerare il capitale”.
Per Rangone il punto chiave è consentire al settore di raggiungere una corretta capacità economico-finanziaria per finanziare le infrastrutture, soprattutto in una fase caratterizzata da densificazione del 5G, migrazione alla fibra, crescita del traffico e nuovi fabbisogni legati all’intelligenza artificiale.
La ripresa del 2025 non basta a cancellare il declino
La Relazione Agcom segnala nel 2025 un’inversione rispetto alla lunga contrazione del settore. Il valore complessivo delle comunicazioni elettroniche è salito in un anno da 28,2 a 29,5 miliardi di euro, con una crescita del 4,5%. Il risultato è però fortemente sbilanciato: il fisso cresce del 7,9%, raggiungendo 18,5 miliardi, mentre il mobile arretra ancora dello 0,6%, fermandosi poco sotto gli 11 miliardi.
I dati devono inoltre essere letti tenendo conto delle riclassificazioni contabili e della più puntuale inclusione dei servizi Ict, come cloud, cybersecurity e Internet of Things, che rendono alcuni valori poco confrontabili con le precedenti edizioni della Relazione. La crescita del 2025 rappresenta dunque un segnale positivo, ma non certifica ancora un recupero strutturale del core business della connettività.
Per fotografare la profondità della crisi, Rangone analizza i dati, spiegando che: “In 15 anni i ricavi complessivi del settore sono diminuiti del 30%, passando da 41,9 a 29,5 miliardi di euro. E il settore registra una profittabilità bassissima”.
“Solo il Capex ha tenuto: le telco sono state chiamate a investire per anni, per un totale di oltre 100 miliardi di euro sulle infrastrutture di rete e sulle licenze. Anche se, come avverte anche Agcom, si tratta di investimenti che inziano a rallentare – avverte – E’ chiaro che non si può continuare ad investire senza ritorni: il Roi non consente di recuperare il capitale”.
Il mobile resta il punto più debole
È proprio il confronto con i dati Agcom a rendere meno rassicurante la ripresa complessiva. Nel 2025 gli investimenti infrastrutturali sono aumentati del 4,5%, raggiungendo 7,74 miliardi, ma la crescita è interamente concentrata sulla rete fissa, dove gli investimenti in immobilizzazioni e infrastrutture salgono del 10,3% a 6,24 miliardi. Nel mobile crollano invece del 14,4%, a 1,5 miliardi.
Ma la nuova fase del 5G richiede risorse per aumentare capacità e qualità, collegare in fibra le stazioni radio, densificare la rete e sviluppare architetture standalone. La copertura nominale ha ormai raggiunto il 99,8% della popolazione, ma la sfida industriale si sposta dalle percentuali di territorio coperto alle prestazioni effettivamente disponibili.
Anche l’andamento dei ricavi, secondo i dati Agcom, conferma la pressione sul comparto mobile. La spesa retail diminuisce del 2,2%, il ricavo medio annuo per Sim “human” scende da 129 a circa 126 euro e il valore medio per gigabyte passa da 35 a 26 centesimi, con una contrazione del 26,8%. Il traffico dati, nel frattempo, aumenta del 20%.
L’Arpu continua a soffrire. La crescita dei consumi non si traduce quindi in un incremento proporzionale dei ricavi, mentre agli operatori viene richiesto di adeguare continuamente capacità e prestazioni.
“Nel dettaglio, l’Arpu mobile in Italia si è fermato a circa 9 euro al mese, il valore più basso tra i mercati considerati: 14,9 euro nella media europea, 16,5 euro nel Regno Unito e 42,1 euro negli Stati Uniti – sottolinea il docente – Il divario resta ampio anche rapportando il dato al Pil pro capite – spiega il docente – Per essere coerente con il livello di ricchezza del Paese, l’Arpu italiano dovrebbe attestarsi intorno agli 11 euro. Il valore corretto risulta comunque superiore del 34% nel Regno Unito, del 39% nella media europea e del 143% negli Stati Uniti”.

La stessa Agcom riconosce che la competizione sui prezzi potrebbe aver raggiunto un limite e che ulteriori compressioni tariffarie rischierebbero di compromettere la sostenibilità economica degli operatori. È un passaggio che avvicina, almeno nell’analisi, la posizione dell’Autorità a quella espressa da Rangone.
Fisso, business e Ict sostengono il mercato
Ancora secondo i dati Agcom, la crescita registrata nel 2025 arriva soprattutto dalla rete fissa, dal wholesale e dal segmento business. I ricavi generati dalle imprese aumentano del 5,6%, mentre quelli della clientela residenziale diminuiscono del 2,1%. Nel solo fisso, il business cresce dell’8,4%, a fronte di una flessione del 2% del consumer.
I servizi Ict ad alto valore aggiunto raggiungono 3,4 miliardi di euro, con un incremento annuo del 15%. Cloud, cybersecurity, IoT, servizi gestiti e soluzioni basate sull’intelligenza artificiale stanno così assumendo un peso crescente nei conti degli operatori. Anche il wholesale mostra una forte espansione, con ricavi in aumento del 19,1%.
Situazione che Rangone riconduce alla fase nella quale diminuisce il peso dei ricavi retail mobili e aumenta quello del fisso, sostenuto dal B2B e dai servizi digitali. Il riposizionamento verso attività a maggiore valore aggiunto offre agli operatori nuove fonti di entrata, ma presenta anche un elemento di fragilità: la ripresa dipende sempre più da servizi contigui, mentre la connettività continua a subire una forte erosione dei prezzi.
La Relazione Agcom descrive infatti gli operatori come futuri hub di servizi digitali, capaci di integrare rete, cloud, intelligenza artificiale, sicurezza, energia, pagamenti e assicurazioni. Una trasformazione necessaria, che però richiede capitale, competenze e una base infrastrutturale finanziariamente sostenibile.
Il nodo delle tariffe
A rendere più complesso il quadro è infine l’andamento delle tariffe. Secondo Rangone, le telecomunicazioni rappresentano l’unico comparto delle utility nel quale i prezzi sono diminuiti, mentre acqua, gas, energia elettrica e rifiuti hanno seguito la dinamica opposta.
Come evidenzia la tabella , tra il 2010 e il 2025, l’inflazione cumulata è stata pari a circa il 29%. “Nello stesso periodo, i prezzi del gas sono aumentati del 53% e quelli dell’energia elettrica del 104%, mentre quelli dei servizi Tlc sono diminuiti del 42%“, precisa il docente.

Gli operatori hanno continuato a investire, ridurre i costi e aumentare la quantità di dati offerta ai clienti, senza ottenere una remunerazione proporzionata.







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