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Slc-Cgil: “Allarme call center”. Ecco la mappa della guerra dei “poveri”

Il sindacato chiede un patto tra produttori e governo per il rilancio del settore. Rimodulazione della tasse per le imprese e rispetto del contratto collettivo nazionale gli strumenti per uscire dalla crisi

30 Giu 2010

Nel 2010 il settore dei call center outsourcer rischia di perdere
circa 15-16mila posti di lavoro su circa 80mila addetti a tempo
indeterminato. A lanciare l’allarme la Slc-Cgil secondo cui la
crisi potrebbe essere addirittura maggiore dato che non ci sono, ad
esempio, stime attendibili sulle cessazioni di contratti di
apprendistato, inserimento, a termine, in collaborazione a
progetto.
In questo contesto la Slc-Cgil propone alla Fistel-Cisl. Alla
Uilcom-Uil nonché a governo e Confindustria un “Patto tra i
produttori per il rilancio dei call center”. Un patto che riparta
dalla qualità e dalla valorizzazione delle professionalità e dei
diritti dei lavoratori.
“Non può esserci sviluppo dove prevalgono i ricatti
occupazionali, il ritorno al precariato, la guerra tra poveri, la
guerra tra Nord e Sud, l’imprenditoria pirata (si vedano per
tutti i casi di Omnia e Phonemedia), il non rispetto delle leggi e
del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro – spiega il
sindacato -. L’esperienza finora fatta, dalle stabilizzazioni ai
tanti accordi di secondo livello, dalla sottoscrizione del recente
Ccnl fino alla possibilità (persino) di ricorrere ad
ammortizzatori sociali (proprio perché in presenza di lavoratori
con contratto a tempo indeterminato), ci indica che la strada
intrapresa è l’unica strada giusta in grado di chiamare tutti a
farsi classe dirigente e responsabile. Siamo convinti che non
servano scorciatoie, che il dumping salariale o sui diritti è solo
un gioco a “somma negativa”, e che – invece – quello che
occorre è un vero e proprio patto di sistema.

In particolare, anche prendendo spunto da alcune proposte già
presentate da Assocontact-Confindustria Servizi innovativi, la Slc
chiede al governo nazionale di ricostituire (presso la Presidenza
del Consiglio) l’Osservatorio Nazionale sui call center, nonché
di riconoscere a quelle aziende del settore che, con accordi
specifici con il sindacato, garantiscano la tenuta occupazionale e
lo sviluppo, una proroga della l.407, sugli sgravi contributivi che
permettano alle realtà più sane di mantenere l’occupazione,
rallentando il fenomeno della delocalizzazione.

A sostegno di questa strategie, l’esecutivo dovrebbe impegnarsi a
modificare le attuali normative per Pon e Por, riconoscendo il
sostegno al settore come strumento di tutela occupazionale non
assimilabile agli aiuti di Stato, modificando) le norme introdotte
per la Governance dei Fondi strutturali e del Fas; mettere a
detrazione dalla base imponibile dell’Irap (con trasferimenti
sostitutivi alle Regioni) i costi di formazione realizzati mediante
risorse interne aziendali, nonché forfettizzare solo per i
contratti a tempo indeterminato un maggior abbattimento;
riconoscere ai fini Ires un aumento della detraibilità dell’Irap
versata superiore al 10/12% (tipica solo dei settori più labour
intensive), una maggiore detraibilità degli interessi passivi, la
piena detraibilità delle spese telefoniche. Infine riconoscere
aliquote di ammortamento per gli investimenti superiori a quelle
attuali, con un vincolo di destinazione sulle attrezzature
informatiche o, in alternativa, individuare una finestra per il
riconoscimento delle agevolazioni della c.d. Tremonti Ter per gli
investimenti realizzati dalle imprese di call center, nel 2010, in
software, hardware.

Altro punto saliente riguarda le norme per gli appalti pubblici.
Qui si dovrebbe applicare immediatamente alle imprese partecipate
e/o controllate dal ministero dell’Economia le norme previste per
gli appalti pubblici, responsabilità in solido, capitolati di
appalto e avviare un Piano straordinario di lotta all’evasione
contributiva e assicurativa e di lotta all’elusione delle norme
di legge e di Ccnl nel settore dei call center, emanando specifica
disposizione alla Direzione Generale dei Servizi Ispettivi, Inps,
Inail, Comando dei Carabinieri e della Guardia di Finanza presso
gli ispettorati del lavoro;
“Nello specifico evidenziamo che le misure sopra indicate –
fanno sapere dalla Slc – avrebbero un costo complessivo nel biennio
di circa 40/45 milioni di euro, (mettendo in sicurezza circa 80
mila addetti diretti, più l’indotto, con un ritorno prevedibile
dalla sola lotta all’evasione contributiva e fiscale per oltre il
60% dell’intero pachetto”.
Oltre al governo centrale si delinea un ruolo importante anche per
Regioni ed enti locali che dovrebbero riconoscere le agevolazioni
per la nascita di nuove imprese anche alle aziende che, in presenza
di accordi sindacali e con la destinazione di almeno il 60% delle
agevolazioni in nuovi investimenti, si impegnino a mantenere
inalterati i livelli occupazionali (contratti a tempo
indeterminato, determinato, apprendisti, inserimento), con
l’accredito delle agevolazioni in 3-4 sessioni semestrali previa
verifica del rispetto degli impegni di investimento e del rispetto
degli accordi sindacali (anche in questo caso con interventi
agevolativi, in alternativa, su spese telefoniche, acquisto
software, ecc. vedi proposte sopra indicate); di applicare
immediatamente alle imprese partecipate e/o controllate dalla
Regione e dalle istituzioni locali (municipalizzate, enti
strumentali, ecc.) le norme previste per gli appalti pubblici,
responsabilità in solido, capitolati di appalto.
Alle imprese committenti e alle loro associazioni datoriali,a
partire da Asstel, la Slc chiede di definire un Avviso Comune,
contenente soglie minime di aggiudicazione di appalto, capitolati
tipo di appalto, clausole sociali di salvaguardia occupazionale
(con interventi di tipo ex-post e preferenziali ex ante).

“Come Slc-Cgil siamo pronti a definire casistiche tipo per
commesse che – a fronte di clausole sociali vincolanti sia il
committente che l’outsourcer – non possono scendere sotto un
determinato e specifico costo complessivo (costi contrattuali e
costi per la salute e sicurezza). I committenti non dovranno
assegnare commesse (o cambiare appaltatore) a imprese con
lavoratori cui costi complessivi siano inferiori a quelli dei
concorrenti con cui hanno avuto finora rapporti commerciali –
puntualizza il sindacato -. I committenti possono cioè assegnare
commesse (o cambiare appaltatore) esclusivamente su indicatori di
qualità e non di costo del lavoro. Per esempio: Telecom o Wind
possono anche togliere una commessa all’impresa X ma solo per
assegnarla ad altra impresa che inquadri i lavoratori al 3°
livello del Ccnl. Oppure possono assegnare nuove commesse, ma solo
ad operatori con un costo del lavoro pari o superiore a quello
degli outsourcer con cui già hanno rapporti commerciali. La
qualità deve divenire cioè la “bussola” dei rapporti
commerciali tra committente ed outsourcer, a tutela anche dei
consumatori e degli stessi impegni che le aziende di Tlc prendono
con Agcom”.

Le imprese in out sourcer dovrebbero impegnarsi ad assumere il
principio – coerente con le clausole sociali di cui sopra – che
in caso di difficoltà occupazionali le attività non vadano
collocate dove il costo è minore, ma dove è maggiore il rischio
di riduzione dei livelli di impiego, garantendo a tutti i siti
produttivi un equilibrio di attività, e destinare per i prossimi 3
anni almeno il 75% degli utili post imposte ad investimenti sul
personale (occupazione, formazione) e su innovazioni di processo e
prodotto. Contestualmente a queste azioni l’impegno sarà quello
di sottoscrivere, per avere accesso ai diversi benefici, specifici
accordi sindacali per il mantenimento degli attuali livelli
occupazionali. Accordi da sottoscrivere con i sindacati
maggiormente rappresentativi a livello nazionale. Infine di non
partecipare a tutte le gare in violazione o in assenza delle
clausole sociali o in presenza di modalità di appalto al massimo
ribasso, utilizzando i diversi incentivi pubblici al fine di
consolidare l’azienda e non di abbassare l’offerta
commerciale.

Le proposte del sindacato riguardano un comparto in sofferenza in
ogni regione italiana, come dimostra la mappa seguente.

Piemonte
: 1200 persone in cassa integrazione in deroga a 0
ore (600 nella sola Novara, 200 a Torino, 150 a Trino Vercellese,
100 a Biella). Altri 800 posti di lavoro sono a rischio nell’area
di Torino e Ivrea.

Lombardia
: 1150 Cig in deroga a zero ora fra Milano e
Monza. Circa 350 contratti a tempo determinato non sono stati
rinnovati a causa della crisi di Voicity Holding e del calo di
volumi registrato da Almaviva. Ulteriori 1950 posti sono a forte
rischio in provincia di Milano (Telecontacto, Media Call, ecc.),
nel bresciano e nel bergamasco.

Liguria: ci sono circa 1000 posti di lavoro a
rischio (Call&Call, Argos, ecc.) fra Genova e La Spezia dovuti a
rinnovi di commessa a rischio, a cui occorre aggiungere la
contrazione già registrata a La Spezia in Comdata (circa 200
unità), azienda che permane in forti difficoltà finanziarie.

Toscana: la crisi della Answers di Pistoia è
stata solo in parte risolta. Allo stato attuale ci sono ancora 360
persone in cassa integrazione per le quali non è certo il
reintegro totale in tempi brevi. Lavoratori in Cigs sono presenti a
Pisa, Arezzo e nella provincia fiorentina (per un totale di posti a
rischio di circa 450 unità).

Lazio: 265 procedure di licenziamento in corso (65
a Kronos a Pomezia, il resto dichiarate da Teleperformance a Roma,
oggi in contratto di solidarietà). Altri 250 posti di lavoro di
Omnia Network sono a forte rischio se non si chiarisce la vicenda
della commessa InpsInail, ad oggi di fatto ancora non assegnata. A
rischio anche i volumi di E-Care a Roma (per circa 300 adetti).

Abruzzo: procedura di licenziamento per circa 300
lavoratori da parte della Transcom Spa. Crisi in parte superata
grazie ad accordo con la E-Care SpA, ad oggi vi sono ancora 75
lavoratori della Transcom in cassa integrazione che rischiano di
non rientrare nel circuito produttivo se non si sblocca
l’assegnazione della commessa InpsInail. In crisi occupazionale
l’’azienda 3G di Sulmona (400 operatori) e altre aziende minori
in provincia di Pescara (180 addetti).

Campania: 300 posti persi per la crisi della
Voicity ex Omnia Network. Difficoltà si registrano anche nei call
center del casertano (680 posti a rischio) e nella provincia di
Salerno (285 unità).

Calabria: 2500 posti persi a seguito della crisi
Phonemedia fra Catanzaro e Vibo Valentia. Altri 700 posti sono a
forte rischio a seguito di crisi di aziende “minori” (Jonitel
di Cosenza, Giary Group di Siderno, Blu Call a Rende e Catanzaro).
Possibili difficoltà (commessa H3G) si annunciano anche per Datel
Telic (gruppo Abramo) per circa un centinaio di lavoratori a
rischio Cigs.

Puglia: 500 lavoratori in Cig in deroga a zero ore
a causa delle crisi Phonemedia e Voicity. 650 licenziamenti
dichiarati a Taranto da Teleperformance (ora in Contratto di
Solidarietà). Difficoltà si registrano anche in provincia di
Lecce (Casarano) e in provincia di Foggia, per una stima di circa
550 addetti.

Sardegna: 450 lavoratori di Video
On Line2 a Cagliari (Gruppo Omega) sono senza stipendio da diversi
mesi. Sempre a Cagliari ulteriori due aziende hanno dichiarato uno
stato di crisi che coinvolge ulteriori 190 lavoratori.

Sicilia: a questi numeri dobbiamo aggiungere le
650 unità di Trapani coinvolte dal tracollo di Phonemedia, i 100
lavoratori di Omnia Network licenziati a Palermo, 130 lavoratori in
mobilità fra Catania e Agrigento. Sempre su Palermo, nel secondo
semestre del 2010, bisognerà verificare la situazione della Alicos
(gruppo Almaviva) e di 4you. Qui il calo dei volumi delle commesse
Alitalia, Wind e Enel dovuto anche ad una politica di
delocalizzazione delle attività all’estero, mette a rischio
circa 5500 posti di lavoro. A Catania oltre alla già nota crisi di
Ratio Consulta (150 lavoratori in Cigs) si registrano possibili
difficoltà per i call center operanti presso Mister Bianco (circa
900 addetti).

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