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LA SENTENZA

Tassa sugli smartphone, il Consiglio di Stato: “È legittima”

La sentenza ribadisce la legittimità del Decreto Bondi aggiornato dal ministro Franceschini: si alzano i compensi per copia privata da 90 centesimi a 4 euro. Restano fuori dalla partita i prodotti destinati ad uso professionale, su cui è stato richiesto il parere della Corte di Giustizia europea. Soddisfatti Confindustria Cultura, Anica, Anem-Fa, Fem

19 Feb 2015

Luciana Maci

Il Consiglio di Stato conferma: i rincari per il prossimo triennio del compenso per la copia privata di fonogrammi e di videogrammi previsto dalla legge sul diritto d’autore a carico del listino prezzi di tablet e smartphone (da 90 centesimi a 4 euro) sono “pienamente legittimi”.

Il riferimento è al decreto firmato a giugno scorso dal ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini sull’equo compenso per la riproduzione privata ad uso personale delle opere dell’ingegno. Si tratta in pratica di una sorta di royalty applicata sui dispositivi (smartphone, tablet, pc, chiavette) che viene pagata dai produttori ma va inevitabilmente a ricadere sugli utenti finali. L’importo viene raccolto dalla Siae che lo redistribuisce agli autori. È infatti un modo, previsto dalla legge, di compensare i detentori del diritto d’autore della possibilità che gli utenti usino i propri device per fare una “copia privata” di film o musica acquistati.

A giugno 2014 Franceschini aveva appunto aggiornato il DM del 2009, ovvero il decreto dell’allora ministro Bondi, che a sua volta modificava la precedente normativa italiana in materia di copia privata.

Ma subito, dopo l’aggiornamento di Franceschini, che alzava sensibilmente il listino prezzi, insieme ai pareri positivi erano sorte diverse critiche, in particolare da parte del mondo delle associazioni dei consumatori, che avevano annunciato ricorso al Tar. Contrari anche Confindustria Digitale e Movimento 5 Stelle. A presentare ricorso poi sono stati Nokia Italia, Hewlett-Packard Italiana, Telecom Italia, Samsung Electronics Italia, Dell, Fastweb, Sony Moblie Comunications, Wind Telecomunicazioni. Hanno chiesto al Tar l’annullamento del Decreto del Ministro per i Beni e le Attività Culturali del 30 dicembre 2009, che aggiornava i compensi di copia privata per la riproduzione ad uso personale di opere dell’ingegno alla luce dello sviluppo delle nuove tecnologie digitali, riconoscendo piena legittimità alla copia privata.

Ma il Consiglio di Stato ha dato il suo beneplacito al decreto Franceschini, seppure non totale. Resta fuori dalla partita il punto relativo ai prodotti destinati ad utilizzo professionale, su cui è stato richiesto il parere della Corte di Giustizia Europea. “La sentenza parziale del Consiglio di Stato – si legge in un comunicato diffuso oggi da Confindustria Cultura Italia – conferma la piena legittimità del Decreto dell’allora Ministro Bondi rigettando nel merito tutti i motivi di ricorso degli appellanti. Le censure dedotte – prosegue il testo – sono infondate e vanno respinte: le sentenze impugnate del Tar meritano di essere confermate”. Secondo Confindustria Cultura si tratta di “un pronunciamento piuttosto eloquente ed emblematico a favore delle ragioni dei titolari dei diritti e del provvedimento del 2009 con cui si è previsto l’aggiornamento dei compensi per copia privata”.

Prosegue il comunicato: “La remissione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per uno specifico e limitato aspetto, relativo alla compatibilità del nostro impianto normativo (primario e secondario) per l’esenzione ex ante del prelievo per gli usi esclusivamente professionali, tramite protocolli applicativi, non sposta di una virgola il giudizio complessivo sul sistema di prelievo italiano e cioè di conformità, proporzionalità e ragionevolezza del quadro vigente, aggiornato, come noto, nel 2014 dal Ministro Dario Franceschini. La Sesta Sezione della massima giustizia amministrativa ha infatti ribadito, in tutte le sue parti, le decisione assunte dal Tar, confermando l’infondatezza e l’inconsistenza giuridica del ricorso degli appellanti, sottolineando, ancora una volta, che ciò che conta ai fini della soggezione all’obbligo di pagamento dell’equo compenso è che apparecchiature, dispositivi e supporti di riproduzione siano idonei (“la mera capacità, idoneità, potenzialità di realizzazione di copie private da parte di tali apparecchi”) a essere utilizzati per realizzare copie private, potendo causare un pregiudizio potenziale all’autore dell’opera protetta”.

“Il sistema in vigore – commenta Enzo Mazza, vicepresidente di Confindustria Cultura Italia e ceo di Fimi – resta efficace e pertanto è sicuramente una decisione che favorisce i titolari dei diritti che hanno sempre sostenuto la piena contezza del DM e dell’impianto italiano in materia di copia privata. Il punto posto all’esame della Corte di Giustizia Eu non ha effetti sul consumatore finale, semmai potrebbe averlo, in futuro sul consumatore professionale”.

Soddisfatte le Federazioni degli Autori e degli Editori Musicali (ANEM-FA e FEM) che “accolgono con favore l’ impianto della sentenza n. 823/15 del Consiglio di Stato relativa ai ricorsi contro la copia privata”. “La sentenza di fatto – viene spiegato in una nota – dichiara infondati i motivi dei ricorsi respingendo le censure e confermando la legittimità del sistema di prelievo di copia privata recentemente aggiornato dal ministro Franceschini”.

“La sentenza rimane sospesa – continuano le Federazioni – solo in relazione ad un punto marginale, quello sui prodotti destinati ad utilizzo professionale, su cui è stato richiesto il parere della Corte di Giustizia Europea. Un ulteriore passo avanti nel rispetto della tutela dei diritti di un comparto, quello della produzione culturale, fondamentale per la crescita civile ed economica del nostro Paese”.

Parere positivo anche dall’Anica. “La sentenza del Consiglio di Stato che ha confermato le precedenti pronunce del TAR Lazio sulla piena legittimità dei compensi per copia privata chiude definitivamente una vicenda che ha visto inutilmente contrapposti i rappresentanti dell’ industria culturale, insieme agli autori, e quelli delle industrie tecnologiche”. È quanto si legge in una nota dell’Anica il cui auspicio è che “comparti così importanti per lo sviluppo del Paese possano trarre reciproco vantaggio dalle rispettive sinergie e individuare percorsi di fruttuosa collaborazione, scevri da pregiudizi corporativi. L’ industria cinematografica e audiovisiva italiana è fortemente impegnata nel potenziamento del settore dei contenuti, nel convincimento che la tutela della creatività – ad ogni livello – sia un elemento imprescindibile per il benessere delle giovani generazioni e per la crescita economica e culturale dell’ intero Paese”.

Il Movimento 5 Stelle continua invece nella sua linea contraria al provvedimento adottato da Franceschini. “Il Presidente della Siae, Gino Paoli – si legge in un comunicato dei pentastellati – unitamente ad alcuni esponenti del PD, si sta in queste ore affannando a vedere nella sentenza emessa ieri dal Consiglio di Stato, una forma di legittimazione del proprio operato e dell’aumento esponenziale dei compensi determinato dal decreto Franceschini della scorsa estate, con il quale veniva inserita una tassa sugli smartphone e tablet che permettevano la riproduzione di opere musicali e audiovisive scaricate dal web.

“Si tratta di una mistificazione. Semplicemente le cose non stanno così”, affermano i deputati M5S della Commissione Trasporti Poste e Telecomunicazioni. “La decisione di ieri del Consiglio di Stato non dissolve i dubbi avanzati da più parti, e anche dal M5S, sulla legittimità dell’aumento esponenziale dei compensi stabilito dal Ministro Franceschini” proseguono i deputati. “Sono aumenti illegittimi che colpiscono direttamente le tasche dei cittadini. Pensiamo sia arrivato il momento di una riforma complessiva della normativa, come chiediamo con una proposta di legge depositata oltre un anno fa, e di assicurare maggiore trasparenza nella ripartizione dei compensi operata dalla SIAE” concludono i deputati M5S.

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