Roberto Siagri (Eurotech): "Il futuro è micro"

IL PROTAGONISTA

di Matteo Buffolo
Ricerca, coraggio e volontà di crescere da parte delle aziende; ancora più ricerca e meno pastoie da parte dell’amministrazione. Per uscire dalla crisi è questa la ricetta proposta da Roberto Siagri, presidente e fondatore di Eurotech, un’azienda nata nel 1992 fra le montagne del Friuli, ad Amaro in provincia di Udine, e diventata sempre più globale in 17 anni di acquisizioni ed espansioni dal Giappone agli Stati Uniti. Una “multinazionale tascabile” con circa 600 dipendenti sparsi fra Europa, America ed Asia e la volontà di essere una “fabbrica delle idee” in grado di portare i computer ovunque grazie alla miniaturizzazione e alla microelettronica.

ll sistema industriale italiano è di fatto dominato dalle piccole e medie imprese: un modello che negli anni passati ha dato soddisfazioni all’Italia ma che ora con la crisi sta pagando come tutti. Come uscire più forti?I
Intanto bisogna dire che saranno le piccole medie imprese a generare le ripresa: sono quelle che hanno meno zavorra, una minor inerzia al cambiamento. Perché queste aziende trainino il sistema-Paese verso la ripresa bisogna che venga creato un sistema in cui si dà valore al tessuto tecnologico, poiché dopo una crisi come questa, il sistema di fare le cose e di produrre cambierà e sarà necessario dotarsi di una nuova tecnologia. Il tema è capire se stiamo facendo in modo che questo avvenga.

Cosa bisognerebbe fare per aiutare questa svolta e favorire le imprese in questo momento di cambiamenti? Chi sono gli attori che dovrebbero scendere in campo?
Quanto lavora l’università per le Pmi e quanto per le grandi aziende? Se qualcuno chiede l’agevolazione sulla ricerca, i soldi li diamo dopo due o tre anni o dopo due tre mesi? Ci stiamo costruendo una rete di alleati per le start up che possono essere i venture capital, i business angel, persone che possano investire parte del loro patrimonio, dando magari loro delle agevolazioni fiscali? Bisogna creare un circuito virtuoso: la grande impresa deve cambiare attitudine nei confronti delle “sorelle minori” e smetterla di trattarla come un ammortizzatore, con tempi di pagamento lunghi e chiedendo sforzi enormi su costi e prezzi. Dovrebbe piuttosto andare dalle Pmi che fanno innovazione e usare questa innovazione per acquistare altri mercati, pagandola molto bene, perché l’averla trovata già lì pronta ha ridotto rischi e costi legati al mettere in moto un apparato enormemente più grande.

Gli altri due giocatori della partita, Stato e università, che ruolo dovrebbero avere invece?
Bisogna capire innanzitutto che la ricerca di base la fa soltanto lo Stato. Non può farla l’impresa, o almeno non in percentuali significative del fatturato. E dovrebbe essere lo Stato a darsi degli indirizzi strategici, pensando delle rotte soprattutto per la ricerca di base, per capire dove vuole essere leader, quale può essere il suo futuro. Perché questo tipo di investimento gli genererà un ritorno e gli darà qualcuno che nei prossimi anni gli pagherà le tasse. Da questa ricerca ne discende una applicata di tipo pre competitivo che ricade sempre principalmente sulle spalle dell’amministrazione: perché è facile investire soldi per fare della buona o ottima ricerca, ma è difficile trasformare queste ricerche in denaro. Bisogna però che la ricerca non sia sparpagliata, altrimenti non ci sono ritorni.

Proviamo a passare dall’altro lato: le imprese come si devono relazionare con l’università e la ricerca? Come dovrebbero inserirsi in questo modello “di scenario”?
Noi come Eurotech abbiamo provato a creare questo tipo di modello “in casa”. Oltre a investire attualmente un decimo del nostro fatturato, abbiamo circa il 40% del personale che si occupa del cosidetto R&D: la parte che si occupa solo di ricerca è minoritaria, circa il 5 per cento, ma i suoi effetti sono amplificati dal network che ci siamo creati. Abbiamo cercato di mettere assieme università, professori e di appassionarli a uno scenario, a qualche tema che eravamo convinti fosse ineludibile per il nostro futuro. All’interno di questo tema, poi, li abbiamo lasciati liberi: perché una volta deciso il tema, l’obiettivo, qualcuno poi esplorando troverà la strada più breve. Noi, per esempio, abbiamo chiesto: “quale sarà il futuro dei calcolatori fra 10 anni?” e l’abbiamo chiesto all’Università di Trento, a quella di Udine, a quella di Trieste. Anche alla Sapienza di Roma, per la parte di super calcolo. Per far sì che la ricerca partisse abbiamo messo a disposizione qualche borsa di studio, dei finanziamenti nel nostro piccolo importanti. Senza pretendere risultati che arrivassero solo a noi, ma spingendo la ricerca in quegli ambiti, cercando di dare un indirizzo strategico. Più che i soldi mancano le idee giuste nei momenti giusti.

Qualcuna delle idee che attualmente in Italia mancano o sono perseguite in maniera poco incisiva sono tuttavia molto chiare. L’alfabetismo informatico, la diffusione della banda larga…
Il tema cruciale è pensare al futuro in maniera diversa da come abbiamo pensato al passato. Io non credo che sia un grande motivo di vanto sapere che molti dei nostri parlamentari non sa usare il computer: perché senza il pc semplicemente non si va nel futuro. Allora è prima di tutto a livello politico che bisognerebbe capire dov’è questo futuro, per traghettare il Paese su una visione condivisa e su questa visione è necessario fare degli investimenti. Bisogna capire che esistono dei paradigmi che, anche se non sono appartenuti a una generazione, esistono e che non possiamo escluderli solo per il fatto che noi non siamo abituati ad usarli.

Esistono quindi anche dei limiti di origine culturale?
L’Italia è un Paese che nella tecnologia tradizionalmente non ha una grande fede. Eppure, tecnologia e scienza rappresentano attualmente la più grande speranza per il nostro futuro: ci sono tantissimi ricercatori con capacità incredibili e, rispetto a una volta, c’è anche più attenzione all’innovazione piuttosto che all’invenzione pura. È uno dei meriti della globalizzazione, che porta ad avere un’umanità coesa, che pensa sugli stessi temi: così i ricercatori pensano di più a cambiare il mondo. In Italia, invece, il filosofo, il letterato, tendono ancora a lasciare la tecnologia più lontana, mettendo altro al centro: questo è un peccato perché è anche compito loro diffondere la tecnologia, come per esempio avviene in Giappone. Lì tutti, dal bambino all’anziano, cercano la tecnologia, e questo rende la società più vibrante, più stimolata, più pronta allo scambio.

03 Aprile 2009