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Roberto Siagri (Eurotech): “Il futuro è micro”

03 Apr 2009

Ricerca, coraggio e volontà di crescere da parte delle aziende;
ancora più ricerca e meno pastoie da parte dell’amministrazione.
Per uscire dalla crisi è questa la ricetta proposta da Roberto
Siagri, presidente e fondatore di Eurotech, un’azienda nata nel
1992 fra le montagne del Friuli, ad Amaro in provincia di Udine, e
diventata sempre più globale in 17 anni di acquisizioni ed
espansioni dal Giappone agli Stati Uniti. Una “multinazionale
tascabile” con circa 600 dipendenti sparsi fra Europa, America ed
Asia e la volontà di essere una “fabbrica delle idee” in grado
di portare i computer ovunque grazie alla miniaturizzazione e alla
microelettronica.

ll sistema industriale italiano è di fatto dominato dalle
piccole e medie imprese: un modello che negli anni passati ha dato
soddisfazioni all’Italia ma che ora con la crisi sta pagando come
tutti. Come uscire più forti?
I
Intanto bisogna dire che saranno le piccole medie imprese a
generare le ripresa: sono quelle che hanno meno zavorra, una minor
inerzia al cambiamento. Perché queste aziende trainino il
sistema-Paese verso la ripresa bisogna che venga creato un sistema
in cui si dà valore al tessuto tecnologico, poiché dopo una crisi
come questa, il sistema di fare le cose e di produrre cambierà e
sarà necessario dotarsi di una nuova tecnologia. Il tema è capire
se stiamo facendo in modo che questo avvenga.

Cosa bisognerebbe fare per aiutare questa svolta e favorire
le imprese in questo momento di cambiamenti? Chi sono gli attori
che dovrebbero scendere in campo?

Quanto lavora l’università per le Pmi e quanto per le grandi
aziende? Se qualcuno chiede l’agevolazione sulla ricerca, i soldi
li diamo dopo due o tre anni o dopo due tre mesi? Ci stiamo
costruendo una rete di alleati per le start up che possono essere i
venture capital, i business angel, persone che possano investire
parte del loro patrimonio, dando magari loro delle agevolazioni
fiscali? Bisogna creare un circuito virtuoso: la grande impresa
deve cambiare attitudine nei confronti delle “sorelle minori” e
smetterla di trattarla come un ammortizzatore, con tempi di
pagamento lunghi e chiedendo sforzi enormi su costi e prezzi.
Dovrebbe piuttosto andare dalle Pmi che fanno innovazione e usare
questa innovazione per acquistare altri mercati, pagandola molto
bene, perché l’averla trovata già lì pronta ha ridotto rischi
e costi legati al mettere in moto un apparato enormemente più
grande.

Gli altri due giocatori della partita, Stato e università,
che ruolo dovrebbero avere invece?

Bisogna capire innanzitutto che la ricerca di base la fa soltanto
lo Stato. Non può farla l’impresa, o almeno non in percentuali
significative del fatturato. E dovrebbe essere lo Stato a darsi
degli indirizzi strategici, pensando delle rotte soprattutto per la
ricerca di base, per capire dove vuole essere leader, quale può
essere il suo futuro. Perché questo tipo di investimento gli
genererà un ritorno e gli darà qualcuno che nei prossimi anni gli
pagherà le tasse. Da questa ricerca ne discende una applicata di
tipo pre competitivo che ricade sempre principalmente sulle spalle
dell’amministrazione: perché è facile investire soldi per fare
della buona o ottima ricerca, ma è difficile trasformare queste
ricerche in denaro. Bisogna però che la ricerca non sia
sparpagliata, altrimenti non ci sono ritorni.

Proviamo a passare dall’altro lato: le imprese come si
devono relazionare con l’università e la ricerca? Come
dovrebbero inserirsi in questo modello “di
scenario”?

Noi come Eurotech abbiamo provato a creare questo tipo di modello
“in casa”. Oltre a investire attualmente un decimo del nostro
fatturato, abbiamo circa il 40% del personale che si occupa del
cosidetto R&D: la parte che si occupa solo di ricerca è
minoritaria, circa il 5 per cento, ma i suoi effetti sono
amplificati dal network che ci siamo creati. Abbiamo cercato di
mettere assieme università, professori e di appassionarli a uno
scenario, a qualche tema che eravamo convinti fosse ineludibile per
il nostro futuro. All’interno di questo tema, poi, li abbiamo
lasciati liberi: perché una volta deciso il tema, l’obiettivo,
qualcuno poi esplorando troverà la strada più breve. Noi, per
esempio, abbiamo chiesto: “quale sarà il futuro dei calcolatori
fra 10 anni?” e l’abbiamo chiesto all’Università di Trento,
a quella di Udine, a quella di Trieste. Anche alla Sapienza di
Roma, per la parte di super calcolo. Per far sì che la ricerca
partisse abbiamo messo a disposizione qualche borsa di studio, dei
finanziamenti nel nostro piccolo importanti. Senza pretendere
risultati che arrivassero solo a noi, ma spingendo la ricerca in
quegli ambiti, cercando di dare un indirizzo strategico. Più che i
soldi mancano le idee giuste nei momenti giusti.

Qualcuna delle idee che attualmente in Italia mancano o
sono perseguite in maniera poco incisiva sono tuttavia molto
chiare. L’alfabetismo informatico, la diffusione della banda
larga…

Il tema cruciale è pensare al futuro in maniera diversa da come
abbiamo pensato al passato. Io non credo che sia un grande motivo
di vanto sapere che molti dei nostri parlamentari non sa usare il
computer: perché senza il pc semplicemente non si va nel futuro.
Allora è prima di tutto a livello politico che bisognerebbe capire
dov’è questo futuro, per traghettare il Paese su una visione
condivisa e su questa visione è necessario fare degli
investimenti. Bisogna capire che esistono dei paradigmi che, anche
se non sono appartenuti a una generazione, esistono e che non
possiamo escluderli solo per il fatto che noi non siamo abituati ad
usarli.

Esistono quindi anche dei limiti di origine
culturale?

L’Italia è un Paese che nella tecnologia tradizionalmente non ha
una grande fede. Eppure, tecnologia e scienza rappresentano
attualmente la più grande speranza per il nostro futuro: ci sono
tantissimi ricercatori con capacità incredibili e, rispetto a una
volta, c’è anche più attenzione all’innovazione piuttosto che
all’invenzione pura. È uno dei meriti della globalizzazione, che
porta ad avere un’umanità coesa, che pensa sugli stessi temi:
così i ricercatori pensano di più a cambiare il mondo. In Italia,
invece, il filosofo, il letterato, tendono ancora a lasciare la
tecnologia più lontana, mettendo altro al centro: questo è un
peccato perché è anche compito loro diffondere la tecnologia,
come per esempio avviene in Giappone. Lì tutti, dal bambino
all’anziano, cercano la tecnologia, e questo rende la società
più vibrante, più stimolata, più pronta allo scambio.