Le associazioni dell'e-commerce: "Direttiva Ue disastro per il settore"

LA POLEMICA

Le organizzazioni del commercio elettronico di dieci paesi contro la direttiva sui "Diritti dei consumatori" varata da Bruxelles: se passa così com'è, costi aggiuntivi per 10 miliardi di euro sui clienti e migliaia di aziende in ginocchio

di Paolo Anastasio
Mentre si sta svolgendo il G8 a Parigi e i protagonisti del commercio elettronico sono riuniti a Barcellona per la terza edizione del Global E-commerce Summit, dieci associazioni nazionali, che rappresentano il 50% della totalità dell’e-commerce in Europa - fra cui Netcomm, il Consorzio del commercio elettronico italiano - hanno firmato una dichiarazione comune, indirizzata all’attenzione delle istanze europee, per esprimere la loro profonda preoccupazione per la direttiva "Diritti dei consumatori" e per le conseguenze negative che essa potrebbe portare sullo sviluppo e sull’avvenire dell’e-commerce in Europa.

Le associazioni firmatarie, oltre all'Italia aderiscono anche Spagna, Belgio, Danimarca, Finlandia, Olanda, Regno Unito, chiedono un approccio equilibrato nell’ambito della direttiva. Fanno appello alle istanze europee affinché vengano riesaminate alcune misure che condurrebbero ad oneri eccessivi, in grado di minare la sopravvivenza di molte imprese, e che provocherebbero un considerevole aumento dei prezzi per i consumatori. Senza dimenticare che la conformità di tali misure con i principi di diritto comunitario resta ad oggi ancora molto incerta.

L’industria dell’e-commerce europea si augura che il Parlamento europeo, la Commissione europea e il Consiglio dell’Unione, che si sono riuniti a Bruxelles per discutere la direttiva, ascoltino l’appello delle centinaia di migliaia di imprese e-commerce, distribuite in tutta l’Unione europea, che partecipano allo sviluppo dell’economia digitale.

Nel dettaglio, l'appello è rivolto contro la serie di misure previste nell’ambito di una direttiva sui “Diritti dei Consumatori” approvata lo scorso 24 marzo dal Parlamento Europeo. Provvedimenti che rischiano non solo di minare alla base l’esistenza stessa del settore in Europa ma anche di generare una pericolosa spirale inflazionistica sui prezzi dei prodotti venduti online, sostengono le associazioni firmatarie.

Le organizzazioni firmatarie si oppongono in particolare agli articoli 16, 17 e 22 bis della proposta di direttiva. L'effetto di questi tre articoli porterà ad esempio una società ad affrontare l’obbligo di pagamento per la raccolta delle merci (articolo 17) utilizzate dai consumatori per 28 giorni e a rimborsare la totalità dei costi al consumatore ancor prima che possano essere controllati eventuali danni o effettivo uso dei prodotti (articolo 16). Inoltre, a seguito dell'articolo 22 bis, le aziende potrebbero essere obbligate a un contratto fuori dal proprio paese vedendosi così negata la libertà di contratto.

Le organizzazioni firmatarie ritengono che tali misure siano in contrasto con gli interessi dei consumatori perché hanno un impatto diretto sul prezzo dei prodotti e sulle scelte di consumo. Il costo totale delle misure è stimato in 10 miliardi di euro all'anno.

C'è il rischio considerevole di un danno alla situazione finanziaria di molte aziende dell'Unione, in particolare le piccolissime, le piccole e le medie imprese, molte delle quali non sopravvivranno ai costi generati da tali misure. Le nuove norme moltiplicheranno inutilmente la circolazione dei beni restituiti dai consumatori, poiché tali misure comporteranno un aumento degli oggetti restituiti pari a due o cinque volte, a seconda dei prodotti, come si può osservare nel caso della Germania. Questo avrà sicuramente un impatto negativo sull'ambiente.

Le organizzazioni firmatarie esortano i propri rappresentanti e le Autorità europee ad astenersi dall'adottare gli articoli 16 e 22 bis nella loro attuale versione e si oppongono all'articolo 17 così come proposto nell’ultima variante dal Parlamento.

26 Maggio 2011