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Le associazioni dell’e-commerce: “Direttiva Ue disastro per il settore”

Le organizzazioni del commercio elettronico di dieci paesi contro la direttiva sui “Diritti dei consumatori” varata da Bruxelles: se passa così com’è, costi aggiuntivi per 10 miliardi di euro sui clienti e migliaia di aziende in ginocchio

26 Mag 2011

Mentre si sta svolgendo il G8 a Parigi e i protagonisti del
commercio elettronico sono riuniti a Barcellona per la terza
edizione del Global E-commerce Summit, dieci associazioni
nazionali, che rappresentano il 50% della totalità
dell’e-commerce in Europa – fra cui
Netcomm
, il Consorzio del commercio elettronico italiano –
hanno firmato una
dichiarazione comune, indirizzata all’attenzione delle
istanze europee, per esprimere la loro profonda preoccupazione per
la direttiva "Diritti dei consumatori" e per le
conseguenze negative che essa potrebbe portare sullo sviluppo e
sull’avvenire dell’e-commerce in Europa.

Le associazioni firmatarie, oltre all'Italia aderiscono anche
Spagna, Belgio, Danimarca, Finlandia, Olanda, Regno Unito, chiedono
un approccio equilibrato nell’ambito della direttiva. Fanno
appello alle istanze europee affinché vengano riesaminate alcune
misure che condurrebbero ad oneri eccessivi, in grado di minare la
sopravvivenza di molte imprese, e che provocherebbero un
considerevole aumento dei prezzi per i consumatori. Senza
dimenticare che la conformità di tali misure con i principi di
diritto comunitario resta ad oggi ancora molto incerta.

L’industria dell’e-commerce europea si augura che il Parlamento
europeo, la Commissione europea e il Consiglio dell’Unione, che
si sono riuniti a Bruxelles per discutere la direttiva, ascoltino
l’appello delle centinaia di migliaia di imprese e-commerce,
distribuite in tutta l’Unione europea, che partecipano allo
sviluppo dell’economia digitale.

Nel dettaglio, l'appello è rivolto contro la serie di misure
previste nell’ambito di una direttiva sui “Diritti dei
Consumatori” approvata lo scorso 24 marzo dal Parlamento Europeo.
Provvedimenti che rischiano non solo di minare alla base
l’esistenza stessa del settore in Europa ma anche di generare una
pericolosa spirale inflazionistica sui prezzi dei prodotti venduti
online, sostengono le associazioni firmatarie.

Le organizzazioni firmatarie si oppongono in particolare agli
articoli 16, 17 e 22 bis della proposta di direttiva. L'effetto
di questi tre articoli porterà ad esempio una società ad
affrontare l’obbligo di pagamento per la raccolta delle merci
(articolo 17) utilizzate dai consumatori per 28 giorni e a
rimborsare la totalità dei costi al consumatore ancor prima che
possano essere controllati eventuali danni o effettivo uso dei
prodotti (articolo 16). Inoltre, a seguito dell'articolo 22
bis, le aziende potrebbero essere obbligate a un contratto fuori
dal proprio paese vedendosi così negata la libertà di
contratto.

Le organizzazioni firmatarie ritengono che tali misure siano in
contrasto con gli interessi dei consumatori perché hanno un
impatto diretto sul prezzo dei prodotti e sulle scelte di consumo.
Il costo totale delle misure è stimato in 10 miliardi di euro
all'anno.

C'è il rischio considerevole di un danno alla situazione
finanziaria di molte aziende dell'Unione, in particolare le
piccolissime, le piccole e le medie imprese, molte delle quali non
sopravvivranno ai costi generati da tali misure. Le nuove norme
moltiplicheranno inutilmente la circolazione dei beni restituiti
dai consumatori, poiché tali misure comporteranno un aumento degli
oggetti restituiti pari a due o cinque volte, a seconda dei
prodotti, come si può osservare nel caso della Germania. Questo
avrà sicuramente un impatto negativo sull'ambiente.

Le organizzazioni firmatarie esortano i propri rappresentanti e le
Autorità europee ad astenersi dall'adottare gli articoli 16 e
22 bis nella loro attuale versione e si oppongono all'articolo
17 così come proposto nell’ultima variante dal Parlamento.

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