SMART CITY. Un occhio IT sulla città

SMART CITY

di Simone d’Antonio
La sicurezza urbana passa attraverso nuove forme di interazione tra i sistemi tecnologici e innovative modalità di mappatura del territorio. Ne parliamo con Gian Guido Nobili, responsabile dell’area ricerca e progettazione del servizio Politiche per la sicurezza urbana della Regione Emilia Romagna e professore incaricato di Sociologia giuridica all’Università di Modena-Reggio Emilia.
In che modo le nuove tecnologie hanno contribuito a migliorare la sicurezza urbana?
Certamente da una decina d’anni buona parte delle politiche di prevenzione si stanno concentrando sulla prevenzione situazionale, soprattutto con azioni mirate alla modifica dell’ambiente fisico e tra queste misure certamente le tecnologie sono diventate sempre più importanti, a partire dalla videosorveglianza che a metà degli anni ’90 ha egemonizzato i tre quarti delle misure in Inghilterra per poi giungere anche in Italia, dove rappresenta circa un terzo delle politiche di prevenzione. Esistono diverse soluzioni tecnologiche di sicurezza ma sia per scarsa conoscenza da parte delle amministrazioni locali sia perché la videosorveglianza resta una delle più riconoscibili da parte dei cittadini, questi due elementi hanno contribuito al successo di questo tipo di installazioni.
Quali altre tecnologie sono disponibili sul mercato e che tipo di problemi pongono tecnologie come la videosorveglianza alle amministrazioni locali?
Esistono molte altre soluzioni come l’informatizzazione delle informazioni legate alla sicurezza urbana, in maniera da avere la possibilità di analizzare il disordine su mappe territoriali attraverso software cartografici e predisporre così politiche di intervento più mirate. Rispetto alla videosorveglianza i problemi sono stati diversi. Sul piano normativo la normativa sulla privacy è stata adeguata progressivamente ma fino ai più recenti interventi legislativi, come il Pacchetto sicurezza del 2008 che ha riconosciuto ai sindaci potestà di intervento su sicurezza urbana, legislatore e garante erano molto più restrittivi nel riconoscere spazi di intervento alle amministrazioni comunali sulla sicurezza urbana.
E sul piano tecnologico?
C’è stata una serie di riflessioni su come progettare al meglio lo sviluppo dei sistemi di videosorveglianza. È importante installare tali tecnologie identificando le zone a rischio ma i dati sulla criminalità non sono resi disponibili in maniera disaggregata e questo resta un forte limite per la pianificazione degli interventi e per la valutazione della loro efficacia. Ad oggi esprimere giudizi su tutte le politiche di prevenzione dell’insicurezza in Italia è difficoltoso se non impossibile per l’assenza di dati disaggregati e questo rappresenta un fattore importante soprattutto se si raffronta a quanto avviene nei paesi anglosassoni.
Verso quali strumenti o azioni si sta orientando il futuro delle tecnologie applicate alla sicurezza?
La videosorveglianza continua ad avere un ruolo importante ma rispetto ai vecchi sistemi analogici c’è un investimento verso la cosiddetta Intelligence vision, che consente di stabilire sistemi di videosorveglianza capaci di attivare l’operatore in caso di pericolo attraverso software specifici. Le tecnologie digitali hanno sviluppato una serie di tecniche di motion detection che consentono di segnalare automaticamente all’operatore eventuali immagini anomale. Si sta cercando di abbinare le tecnologie biometriche alla videosorveglianza, consentendo ad esempio l’identificazione di un singolo soggetto, ad esempio, in uno stadio.
Quali sono gli elementi che determinano il successo delle esperienze di applicazione delle nuove tecnologie alla sicurezza?
In Italia sono state realizzate esperienze ritenute positive dagli operatori ma è difficile ottenere un sistema che dia una valutazione formale dei risultati. In termini di progettazione, è necessario individuare al meglio le zone di rischio e il tipo di attività che si intende osservare. Bisogna tener conto anche di elementi tecnici, tra cui la qualità dell’immagine che spesso è molto scarsa e ne ha inficiato l’utilizzo come mezzo di prova. Per questo serve chiarire se la videosorveglianza è finalizzata all’osservazione in tempo reale o solo alla consultazione successiva, per l’utilizzo come prova in giudizio. Decisiva è anche l’attività di formazione per gli operatori: se non si agisce in questa direzione, il sistema è sottoutilizzato o poco gestito perché si registra spesso resistenza ai cambiamenti organizzativi e tecnologici. Inoltre è necessario promuovere la sostenibilità dei sistemi di sorveglianza, fissando sistemi efficaci di gestione e aggiornamento generale.

06 Giugno 2011