C'è bisogno dell'Agenda Digitale

NEW RULES

Bisogna individuare e stimolare azioni di sistema: l’approccio più funzionale è quello britannico

di Gianluca Baini, presidente e Ad di Alu Italia
C’è un filo rosso che concettualmente lega il riaccendersi dell’interesse in Europa per i temi dell’Agenda Digitale e il manifestarsi negli Usa di quella che autorevoli osservatori indicano come la prossima, probabile bolla finanziaria legata alle capitalizzazioni record di aziende come Skype e Linkedin. Questo filo rosso è rappresentato dalla crescita del volume dei dati che ogni giorno attraversano il globo, ponendo sfide per le reti che devono aggiornarsi per sostenere questa nuova fase della digital economy e nello stesso tempo devono trovare nuovi modelli di equilibrio economico, per non lasciare gli onori ad alcuni e gli oneri ad altri, come in buona misura sta oggi succedendo.

Sarebbe tuttavia sbagliato liquidare la digital economy come un problema da risolvere: la digital economy è soprattutto opportunità di sviluppo sociale ed economico e lo hanno ben capito i Paesi emergenti, la cui forte crescita è trainata in parte dalle tecnologie della comunicazione, ma anche paesi come la Svezia che deve il 6,3% del Pil a Internet. È dunque quanto mai opportuno aumentare l’attenzione sull’Agenda Digitale, sia da parte delle istituzioni quanto delle associazioni industriali proprio per meglio indirizzare il futuro di un settore in rapida evoluzione, che ha abbattuto i tradizionali confini e che rappresenta una sfida e un’opportunità troppo importanti per l’industria, i servizi, l’occupazione e la ricerca europee per non essere affrontato globalmente e con spirito nuovo. Di un’Agenda Digitale abbiamo bisogno anche per cominciare a considerare il settore nella sua interezza.

Anche la variegata realtà associativa che lo rappresenta deve muoversi in modo nuovo, diventare più compatta e rilevante. Abbiamo bisogno di esprimere in modo nuovo la reale incidenza del settore, anche sul piano della rappresentatività istituzionale e politica in senso alto, per evitare che si guardi ad esso solo per drenare risorse, come dalle aste per le frequenze, senza avere ritorni anche parziali allo sviluppo della stessa filiera. Il settore ha infatti un enorme potenziale dal punto di vista industriale, di produzione e di ricerca.

La presenza contemporanea di grandi gruppi e di realtà più piccole e vivaci fa sì che si possano naturalmente costituire ecosistemi capaci di moltiplicare il valore degli (scarsi) investimenti e di creare opportunità di sviluppo per le nuove generazioni. Un approccio complessivo è necessario anche per mettere nella giusta prospettiva le interdipendenze, oggi forti come non mai. Non c’è cloud per i servizi IT se non ci sono reti di qualità; tra operatori di tlc e broadcaster si stanno sviluppando nuove sinergie, mentre il mondo delle apps e dell’Ott richiede nuovi contenuti e competenze, ma anche diversificazione dei livelli di servizio.

Serve quindi un approccio organico, sul modello per esempio della Digital Agenda britannica, che individui e stimoli “azioni di sistema”: il mercato va già in questa direzione e occorre evitare antagonismi. I vincoli della spesa pubblica, soprattutto in tempi di crisi economica, sono una contingenza reale. È anche vero che più che l’ammontare dei fondi conta la capacità di utilizzarli in modo intelligente, in particolare quelli europei, stimolando sinergie e valorizzando il patrimonio di competenze e di idee, funzionali al raggiungimento di obiettivi chiari. Tuttavia, se solo l’economia dell’informazione, da cui lo stesso settore pubblico si attende risparmi miliardari, ottenesse una frazione dell’attenzione e del supporto che hanno ricevuto altri settori, forse faremmo importanti progressi.
Per questo sono gli investimenti in infrastrutture e la ricerca a dover essere sostenuti, se si vuol continuare a competere come sistema paese anche nel prossimo futuro. Ricordando anche che pochi settori come l’Ict possono concorrere in modo decisivo a ridurre i consumi energetici e nello stesso tempo a rendere possibile l’uso efficiente delle rinnovabili attraverso le smart grid. Inoltre, solo da uno sviluppo delle infrastrutture e dei servizi digitali possiamo ottenere una mobilità intelligente, minori emissioni, più efficienza delle aziende, più servizi per la PA, dalla scuola alla giustizia.

Senza dimenticare che il sostegno alla domanda per generare cambiamenti nei comportamenti di consumo necessita da un lato di campagne di alfabetizzazione e dall’altro di essere per certi versi forzato attraverso scelte senza ritorno anche da parte della PA: finché ricette mediche, pagelle scolastiche, atti processuali non viaggeranno in rete difficilmente la rete avrà lo sviluppo che merita. Fino a poco fa anche l’Europa ha guardato al settore prendendo soprattutto le parti dei consumatori, ma con la Digital Agenda europea sta riorientando le sue politiche. L’Italia non può permettersi di non andare con forza nella stessa direzione comprendendo che l’agenda dev’essere anche e soprattutto di politica industriale.

06 Giugno 2011