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C’è bisogno dell’Agenda Digitale

Bisogna individuare e stimolare azioni di sistema: l’approccio più funzionale è quello britannico

06 Giu 2011

C’è un filo rosso che concettualmente lega il riaccendersi
dell’interesse in Europa per i temi dell’Agenda Digitale e il
manifestarsi negli Usa di quella che autorevoli osservatori
indicano come la prossima, probabile bolla finanziaria legata alle
capitalizzazioni record di aziende come Skype e Linkedin. Questo
filo rosso è rappresentato dalla crescita del volume dei dati che
ogni giorno attraversano il globo, ponendo sfide per le reti che
devono aggiornarsi per sostenere questa nuova fase della digital
economy e nello stesso tempo devono trovare nuovi modelli di
equilibrio economico, per non lasciare gli onori ad alcuni e gli
oneri ad altri, come in buona misura sta oggi succedendo.

Sarebbe tuttavia sbagliato liquidare la digital economy come un
problema da risolvere: la digital economy è soprattutto
opportunità di sviluppo sociale ed economico e lo hanno ben capito
i Paesi emergenti, la cui forte crescita è trainata in parte dalle
tecnologie della comunicazione, ma anche paesi come la Svezia che
deve il 6,3% del Pil a Internet. È dunque quanto mai opportuno
aumentare l’attenzione sull’Agenda Digitale, sia da parte delle
istituzioni quanto delle associazioni industriali proprio per
meglio indirizzare il futuro di un settore in rapida evoluzione,
che ha abbattuto i tradizionali confini e che rappresenta una sfida
e un’opportunità troppo importanti per l’industria, i servizi,
l’occupazione e la ricerca europee per non essere affrontato
globalmente e con spirito nuovo. Di un’Agenda Digitale abbiamo
bisogno anche per cominciare a considerare il settore nella sua
interezza.

Anche la variegata realtà associativa che lo rappresenta deve
muoversi in modo nuovo, diventare più compatta e rilevante.
Abbiamo bisogno di esprimere in modo nuovo la reale incidenza del
settore, anche sul piano della rappresentatività istituzionale e
politica in senso alto, per evitare che si guardi ad esso solo per
drenare risorse, come dalle aste per le frequenze, senza avere
ritorni anche parziali allo sviluppo della stessa filiera. Il
settore ha infatti un enorme potenziale dal punto di vista
industriale, di produzione e di ricerca.

La presenza contemporanea di grandi gruppi e di realtà più
piccole e vivaci fa sì che si possano naturalmente costituire
ecosistemi capaci di moltiplicare il valore degli (scarsi)
investimenti e di creare opportunità di sviluppo per le nuove
generazioni. Un approccio complessivo è necessario anche per
mettere nella giusta prospettiva le interdipendenze, oggi forti
come non mai. Non c’è cloud per i servizi IT se non ci sono reti
di qualità; tra operatori di tlc e broadcaster si stanno
sviluppando nuove sinergie, mentre il mondo delle apps e dell’Ott
richiede nuovi contenuti e competenze, ma anche diversificazione
dei livelli di servizio.

Serve quindi un approccio organico, sul modello per esempio della
Digital Agenda britannica, che individui e stimoli “azioni di
sistema”: il mercato va già in questa direzione e occorre
evitare antagonismi. I vincoli della spesa pubblica, soprattutto in
tempi di crisi economica, sono una contingenza reale. È anche vero
che più che l’ammontare dei fondi conta la capacità di
utilizzarli in modo intelligente, in particolare quelli europei,
stimolando sinergie e valorizzando il patrimonio di competenze e di
idee, funzionali al raggiungimento di obiettivi chiari. Tuttavia,
se solo l’economia dell’informazione, da cui lo stesso settore
pubblico si attende risparmi miliardari, ottenesse una frazione
dell’attenzione e del supporto che hanno ricevuto altri settori,
forse faremmo importanti progressi.
Per questo sono gli investimenti in infrastrutture e la ricerca a
dover essere sostenuti, se si vuol continuare a competere come
sistema paese anche nel prossimo futuro. Ricordando anche che pochi
settori come l’Ict possono concorrere in modo decisivo a ridurre
i consumi energetici e nello stesso tempo a rendere possibile
l’uso efficiente delle rinnovabili attraverso le smart grid.
Inoltre, solo da uno sviluppo delle infrastrutture e dei servizi
digitali possiamo ottenere una mobilità intelligente, minori
emissioni, più efficienza delle aziende, più servizi per la PA,
dalla scuola alla giustizia.

Senza dimenticare che il sostegno alla domanda per generare
cambiamenti nei comportamenti di consumo necessita da un lato di
campagne di alfabetizzazione e dall’altro di essere per certi
versi forzato attraverso scelte senza ritorno anche da parte della
PA: finché ricette mediche, pagelle scolastiche, atti processuali
non viaggeranno in rete difficilmente la rete avrà lo sviluppo che
merita. Fino a poco fa anche l’Europa ha guardato al settore
prendendo soprattutto le parti dei consumatori, ma con la Digital
Agenda europea sta riorientando le sue politiche. L’Italia non
può permettersi di non andare con forza nella stessa direzione
comprendendo che l’agenda dev’essere anche e soprattutto di
politica industriale.