I-Com: Italia, "good bye" alla Digital Agenda?

RAPPORTO BANDA LARGA

Secondo il nuovo rapporto stilato dalla società il nostro Paese è agli ultimi posti della classifica europea per sviluppo della banda larga. Basso tasso di penetrazione del broadband fisso e scarsa apertura ai nuovi entranti la "zavorra" che ci allontana dagli obiettivi Ue

di Federica Meta

Basso tasso di penetrazione della broadband fissa (pari solo al 49% e in calo nell'ultimo trimestre) e scarsa apertura ai nuovi entranti sulla rete fissa le cause principali del mancato sviluppo della banda larga in Italia. Una "zavorra" che ci fa precipitare agli ultimi posti della classifica europea così come viene fotografata dal nuovo studio dell'Istituto per la competitività I-Com presentato oggi. L'Italia, nel nuovo studio, raggiunge un punteggio di 4,5 voti su 10 (I-Com broadband index sulle reti in fibra e mobili, Ibi), inferiore alla media europea (5) e lontano da paesi come la Germania (6,5), il Regno Unito (6,3) e la Francia (5,8).

In testa alla classifica ci sono i Paesi scandinavi a partire dalla Svezia (8,8). "L'attuale basso tasso di penetrazione della banda larga in Italia potrebbe rappresentare un'ipoteca nella marcia di avvicinamento agli obiettivi fissati dall'agenda digitale europea - spiega presidente dell'I-Com, Stefano da Empoli - Quello che è mancato in questi anni è stato un chiaro impegno da parte del Governo. In questo senso i primi segnali del nuovo esecutivo sono incoraggianti, ma vanno seguiti rapidamente da azioni concrete".

Entrando nel dettaglio del report, si rileva che la performance dell’Italia è inferiore a quella degli altri grandi Paesi Ue: la Germania, grazie ai buoni tassi di penetrazione della broadband (75% delle abitazioni connesse), e con prezzi al disotto della media, ottiene un indice di 6,5 punti, il Regno Unito, al di sopra delle media nella maggior parte delle voci considerate dall’indicatore, ottiene un indice di 6,3 punti, mentre la Francia, grazie soprattutto alla buona copertura della broadband fissa (67% delle abitazioni), al buon livello di competitività del mercato e bassi costi di accesso, ottiene un indice di 5,8 punti. Solo la Spagna, tra gli altri “big” si attesta alle spalle dell’Italia, con 4,0 punti: a pesare di più sono gli alti costi di connessione e il basso livello di concorrenzialità del mercato.

In testa alla classifica si collocano i Paesi scandinavi. Al primo posto troviamo la Svezia, che deve il suo notevole indice di sviluppo agli altissimi livelli di copertura della rete broadband sia fissa che mobile, al secondo posto si colloca la Danimarca, con un Ibi di 7,1 punti, al di sopra della media europea quasi per tutte le voci considerate, fatta eccezione per il livello di apertura del mercato della telefonia fissa ai nuovi entranti, mentre al terzo segue la Finlandia, con un Ibi pari a 6,7 punti. Fanalino di coda di questa speciale classifica è la Bulgaria con un indice pari a 2,7 punti, a causa del basso livello di penetrazione della broadband fissa (solo 16%), dei livelli medio bassi di sviluppo della fibra, e della scarsa copertura del 3G nel mercato mobile.

Il gap "tricolore" potrebbe essere recuperato però nei prossimi anni cinque anni (2011-2015) grazie agli investimenti in Ngn.  L’Italia infatti, a fronte di investimenti pari a 297 milioni di euro tra il 2006 e il 2010, prevede per il quinquennio 2011-2015 investimenti pari a 924 milioni. Nessuno degli altri big europei prevede investimenti di questa portata: la Francia passerà da 319 a 800 milioni, il Regno Unito da 363 a 813 e la Spagna da 184 a 509. Minori saranno gli incrementi previsti dalla Germania che partiva già bene con investimenti pari a 682 milioni tra il 2006 e il 2010, per arrivare a 866 milioni tra il 2011 e il 2015.

"L’incremento degli investimenti è dovuto principalmente agli operatori incumbent e, in modo più modesto, agli operatori via cavo - spiega I-Com - L’impegno di questi ultimi però potrebbe esaurirsi in pochi anni dal momento che l’up-grade necessario per raggiungere elevati standard tramite tecnologia Docsis non richiede la posa di una nuova infrastruttura di rete. I contributi degli operatori alternativi, che assumono un peso rilevante soprattutto in Francia e Italia, appaiono più condizionati, rispetto agli incumbent, dalle scelte normative e regolatorie. Se gli Olo fossero messi in condizione di effettuare maggiori investimenti, in un quadro di maggiori certezze sulle modalità e sui costi dell’accesso all’infrastruttura di rete, potrebbero garantire un maggiore apporto".

Con un tale livello di investimento medio annuo, di poco inferiore agli 800 milioni di euro, si può stimare un totale di 4 miliardi di euro in 5 anni, vale a dire 8 miliardi in 10 anni. Tali cifre, alla luce della situazione attuale, possono consentire la realizzazione di una rete che permette la copertura di circa il 50% della popolazione, ovvero di portare l’ultrabroadband in tutte le “zone nere” ed in parte di quelle “grigie”.

Secondo quanto emerge dallo studio I-Com è evidente che lo sforzo economico degli operatori, non potrà essere indirizzato alla realizzazione di infrastrutture diverse e distinte, ma dovrà essere concentrato il più possibile verso la realizzazione di partnership e progetti di co-investimento, che senza limitare l’autonomia delle singole imprese, permettono di contenere i costi e di mantenere per l’utente finale un’ampia scelta tra i diversi soggetti.

La realizzazione delle Ngn fisse rappresenta, però, un costo che eccede dalle dimensioni dei singoli operatori e richiede uno sforzo economico e una pianificazione strategica che coinvolge l’intero sistema Paese. In questo senso, la possibilità di un contributo da parte dello Stato in Italia resta tuttora piuttosto critica: in alcuni Paesi, come Francia, Germania ed Regno Unito sono state adottate alcune decisioni per un contributo allo sviluppo delle Ngn nell’ordine di 600-700 milioni di euro complessivi.

Alla luce di queste difficoltà, diventa assolutamente strategico lo sviluppo della banda ultra-larga mobile, specialmente per servire le aree più difficili da raggiungere con la rete in fibra. Attualmente, gli operatori sono impegnati nell’acquisto delle frequenze per il lancio dell’Lte. Germania ed Italia sono i Paesi dove le aste per le frequenze hanno consentito il maggiore realizzo economico per lo Stato, ed anche quelli dove gli operatori hanno effettuato i maggiori investimenti, spendendo oltre 1 miliardo di euro ciascuno, cioè tra 50 e 100 milioni di euro all’anno.

I-Com analizza anche il rapportop tra Telco e Over The Top nel contesto di sviluppo delle nuove reti.  Lo sviluppo dei contenuti e dei servizi Ott sta radicalmente modificando il paradigma. I nuovi player nativi di internet, come Facebook e Skype, interagiscono con i right e content owner, dalla Bbc alla Disney, fino alle leghe sportive, nonché con i manufacturer ed i produttori di device, come Sony o Micorsoft, creando nuovi modelli di business e determinano profondi mutamenti nella catena del valore dei prodotti. E’ necessario cogliere il valore che questi nuovi mercati sono in grado di sviluppare, trovando però il modo di ripartire la nuova ricchezza in modo equo: la prospettiva di una corretta remunerazione degli investimenti nelle nuove reti è una condizione indispensabile per incentivare gli operatori.

In conclusione, I-Com ricorda che l’Agenda Digitale europea ha fissato traguardi ambiziosi chiedendo una copertura totale a velocità minima di 2Mbps per il 2013 e di 30 Mbps per il 2020, prevedendo che per quella data la metà delle abitazioni beneficino di connessioni ultra veloci a 100 Mbps. Nonostante i grandi sforzi degli operatori, questi obiettivi rischiano di non essere centrati se non si creeranno le giuste condizioni per dare maggiore garanzia sui ritorni sugli investimenti effettuati.

15 Dicembre 2011