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I-Com: Italia, “good bye” alla Digital Agenda?

Secondo il nuovo rapporto stilato dalla società il nostro Paese è agli ultimi posti della classifica europea per sviluppo della banda larga. Basso tasso di penetrazione del broadband fisso e scarsa apertura ai nuovi entranti la “zavorra” che ci allontana dagli obiettivi Ue

15 Dic 2011

Basso tasso di penetrazione della broadband fissa (pari solo al
49% e in calo nell'ultimo trimestre) e scarsa apertura ai
nuovi entranti sulla rete fissa le cause principali del mancato
sviluppo della banda larga in Italia. Una "zavorra" che
ci fa precipitare agli ultimi posti della classifica europea
così come viene fotografata dal nuovo studio dell'Istituto
per la competitività I-Com presentato oggi. L'Italia, nel
nuovo studio, raggiunge un punteggio di 4,5 voti su 10 (I-Com
broadband index sulle reti in fibra e mobili, Ibi), inferiore
alla media europea (5) e lontano da paesi come la Germania (6,5),
il Regno Unito (6,3) e la Francia (5,8).

In testa alla classifica ci sono i Paesi scandinavi a partire
dalla Svezia (8,8). "L'attuale basso tasso di
penetrazione della banda larga in Italia potrebbe rappresentare
un'ipoteca nella marcia di avvicinamento agli obiettivi
fissati dall'agenda digitale europea – spiega presidente
dell'I-Com, Stefano da Empoli – Quello che è mancato in
questi anni è stato un chiaro impegno da parte del Governo. In
questo senso i primi segnali del nuovo esecutivo sono
incoraggianti, ma vanno seguiti rapidamente da azioni
concrete".

Entrando nel dettaglio del report, si rileva che la performance
dell’Italia è inferiore a quella degli altri grandi Paesi Ue:
la Germania, grazie ai buoni tassi di penetrazione della
broadband (75% delle abitazioni connesse), e con prezzi al
disotto della media, ottiene un indice di 6,5 punti, il Regno
Unito, al di sopra delle media nella maggior parte delle voci
considerate dall’indicatore, ottiene un indice di 6,3 punti,
mentre la Francia, grazie soprattutto alla buona copertura della
broadband fissa (67% delle abitazioni), al buon livello di
competitività del mercato e bassi costi di accesso, ottiene un
indice di 5,8 punti. Solo la Spagna, tra gli altri “big” si
attesta alle spalle dell’Italia, con 4,0 punti: a pesare di
più sono gli alti costi di connessione e il basso livello di
concorrenzialità del mercato.

In testa alla classifica si collocano i Paesi scandinavi. Al
primo posto troviamo la Svezia, che deve il suo notevole indice
di sviluppo agli altissimi livelli di copertura della rete
broadband sia fissa che mobile, al secondo posto si colloca la
Danimarca, con un Ibi di 7,1 punti, al di sopra della media
europea quasi per tutte le voci considerate, fatta eccezione per
il livello di apertura del mercato della telefonia fissa ai nuovi
entranti, mentre al terzo segue la Finlandia, con un Ibi pari a
6,7 punti. Fanalino di coda di questa speciale classifica è la
Bulgaria con un indice pari a 2,7 punti, a causa del basso
livello di penetrazione della broadband fissa (solo 16%), dei
livelli medio bassi di sviluppo della fibra, e della scarsa
copertura del 3G nel mercato mobile.

Il gap "tricolore" potrebbe essere recuperato però nei
prossimi anni cinque anni (2011-2015) grazie agli investimenti in
Ngn.  L’Italia infatti, a fronte di investimenti pari a 297
milioni di euro tra il 2006 e il 2010, prevede per il quinquennio
2011-2015 investimenti pari a 924 milioni. Nessuno degli altri
big europei prevede investimenti di questa portata: la Francia
passerà da 319 a 800 milioni, il Regno Unito da 363 a 813 e la
Spagna da 184 a 509. Minori saranno gli incrementi previsti dalla
Germania che partiva già bene con investimenti pari a 682
milioni tra il 2006 e il 2010, per arrivare a 866 milioni tra il
2011 e il 2015.

"L’incremento degli investimenti è dovuto principalmente
agli operatori incumbent e, in modo più modesto, agli operatori
via cavo – spiega I-Com – L’impegno di questi ultimi però
potrebbe esaurirsi in pochi anni dal momento che l’up-grade
necessario per raggiungere elevati standard tramite tecnologia
Docsis non richiede la posa di una nuova infrastruttura di rete.
I contributi degli operatori alternativi, che assumono un peso
rilevante soprattutto in Francia e Italia, appaiono più
condizionati, rispetto agli incumbent, dalle scelte normative e
regolatorie. Se gli Olo fossero messi in condizione di effettuare
maggiori investimenti, in un quadro di maggiori certezze sulle
modalità e sui costi dell’accesso all’infrastruttura di
rete, potrebbero garantire un maggiore apporto".

Con un tale livello di investimento medio annuo, di poco
inferiore agli 800 milioni di euro, si può stimare un totale di
4 miliardi di euro in 5 anni, vale a dire 8 miliardi in 10 anni.
Tali cifre, alla luce della situazione attuale, possono
consentire la realizzazione di una rete che permette la copertura
di circa il 50% della popolazione, ovvero di portare
l’ultrabroadband in tutte le “zone nere” ed in parte di
quelle “grigie”.

Secondo quanto emerge dallo studio I-Com è evidente che lo
sforzo economico degli operatori, non potrà essere indirizzato
alla realizzazione di infrastrutture diverse e distinte, ma
dovrà essere concentrato il più possibile verso la
realizzazione di partnership e progetti di co-investimento, che
senza limitare l’autonomia delle singole imprese, permettono di
contenere i costi e di mantenere per l’utente finale un’ampia
scelta tra i diversi soggetti.

La realizzazione delle Ngn fisse rappresenta, però, un costo che
eccede dalle dimensioni dei singoli operatori e richiede uno
sforzo economico e una pianificazione strategica che coinvolge
l’intero sistema Paese. In questo senso, la possibilità di un
contributo da parte dello Stato in Italia resta tuttora piuttosto
critica: in alcuni Paesi, come Francia, Germania ed Regno Unito
sono state adottate alcune decisioni per un contributo allo
sviluppo delle Ngn nell’ordine di 600-700 milioni di euro
complessivi.

Alla luce di queste difficoltà, diventa assolutamente strategico
lo sviluppo della banda ultra-larga mobile, specialmente per
servire le aree più difficili da raggiungere con la rete in
fibra. Attualmente, gli operatori sono impegnati nell’acquisto
delle frequenze per il lancio dell’Lte. Germania ed Italia sono
i Paesi dove le aste per le frequenze hanno consentito il
maggiore realizzo economico per lo Stato, ed anche quelli dove
gli operatori hanno effettuato i maggiori investimenti, spendendo
oltre 1 miliardo di euro ciascuno, cioè tra 50 e 100 milioni di
euro all’anno.

I-Com analizza anche il rapportop tra Telco e Over The Top nel
contesto di sviluppo delle nuove reti.  Lo sviluppo dei
contenuti e dei servizi Ott sta radicalmente modificando il
paradigma. I nuovi player nativi di internet, come Facebook e
Skype, interagiscono con i right e content owner, dalla Bbc alla
Disney, fino alle leghe sportive, nonché con i manufacturer ed i
produttori di device, come Sony o Micorsoft, creando nuovi
modelli di business e determinano profondi mutamenti nella catena
del valore dei prodotti. E’ necessario cogliere il valore che
questi nuovi mercati sono in grado di sviluppare, trovando però
il modo di ripartire la nuova ricchezza in modo equo: la
prospettiva di una corretta remunerazione degli investimenti
nelle nuove reti è una condizione indispensabile per incentivare
gli operatori.

In conclusione, I-Com ricorda che l’Agenda Digitale europea ha
fissato traguardi ambiziosi chiedendo una copertura totale a
velocità minima di 2Mbps per il 2013 e di 30 Mbps per il 2020,
prevedendo che per quella data la metà delle abitazioni
beneficino di connessioni ultra veloci a 100 Mbps. Nonostante i
grandi sforzi degli operatori, questi obiettivi rischiano di non
essere centrati se non si creeranno le giuste condizioni per dare
maggiore garanzia sui ritorni sugli investimenti effettuati.