Pileri (Csit): "Mezza Italia è fuori gioco"

FOCUS: BROADBAND/2

L'allarme del presidente di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici. "C'è un digital divide culturale da affrontare con decisione. Senza perdere tempo"

di Matteo Buffolo
L’Italia conta meno di 30 milioni di abitanti. Un’affermazione paradossale, visto che il numero dei cittadini ha da poco superato quota 60 milioni, ma un’affermazione che diventa  immediatamente vera se quella di cui si parla è l’Italia “virtuale”, quella della Rete. Che, come emerge dallo studio presentato in occasione del convegno “I servizi innovativi per il rilancio dell’economia”, organizzato da Confindustria Servizi innovativi e tecnologici e dal Dipartimento per la digitalizzazione della pubblica amministrazione e l’innovazione tecnologica della Presidenza del Consiglio dei ministri, è popolata da meno del 50% degli italiani. Ma che, al tempo stesso, è fondamentale per il Paese e per la sua crescita, visto che secondo i dati elaborati nello studio potrebbe, nei prossimi 20 anni, portare ad un aumento del Pil del 30%.

Un numero che potrebbe essere accolto con scetticismo, ma che in realtà passa attraverso quattro semplici linee guida: la riduzione della burocrazia attraverso il ricorso ai servizi online (+4%); il potenziamento delle infrastrutture digitali (+2%); l’adeguamento del capitale umano, ovvero una miglior formazione all’uso delle tecnologie Ict (+13%); la liberalizzazione dei servizi (+11%). Ovvero, una revisione di alcuni fattori strutturali relativi all’innovazione e alla produttività, uniti ad interventi indirizzati al mondo del terziario che portassero l’Italia a superare il digital divide culturale che la caratterizza, potrebbero aiutare il Paese ad uscire più forte e più in fretta dalla crisi, garantendo per i prossimi anni una crescita più robusta di quella degli anni pre-crisi.
I numeri, sottolinea l’ “Osservatorio digitale Italia 2.0”, sono sotto molti punti di vista preoccupanti, sia per quanto riguarda le famiglie e le imprese. La diffusione della banda larga, ad esempio è al 39% nel mondo consumer e al 54 % in quello business, contro dati europei generalmente più alti: fra i grandi Paesi dell’Ue, per quanto riguarda le famiglie, stanno meglio dell’Italia sia la Spagna (45%), che Francia e Regno Unito, (sopra il 60%).
Per quanto riguarda le imprese, invece, ci posizioniamo davanti ai cugini d’Oltralpe (50%), ma ben dietro a Madrid e Londra (97 e 87%). Ci sono tuttavia anche segnali positivi, come l’aumento delle connessioni in banda larga fissa e mobile: le prime sono arrivate a 9,7 milioni, con una crescita ancora in doppia cifra, mentre l’impetuosa crescita dell’internet mobile fa sì che ormai un 4% della popolazione abbia a disposizione un modem usb o una connect card. Un aumento di connessioni che corrisponde anche ad un aumento nell’utilizzo dei servizi 2.0, ovvero ad un cambiamento da un approccio comunicativo ad uno partecipativo della rete.

Un volano fondamentale per la crescita, secondo quanto evidenzia lo studio, dovrebbe venire dalla Pubblica amministrazione.
Se infatti fino ad ora, nelle Pmi, che costituiscono il cuore del sistema economico italiano, gli investimenti in Ict non sono ancora associati a obiettivi di business ma percepiti come un costo, un utilizzo più massiccio dei servizi online della PA potrebbe aiutare una diffusione più generale dei servizi online. PA e sistema bancario rappresentano infatti i principali interlocutori sul web per le imprese, ma, soprattutto per i rapporti con l’amministrazione, l’approccio è per ora poco interattivo e riguarda soprattutto il download di moduli.
Sarebbe per questo opportuno che, soprattutto gli enti locali, Comuni in testa, offrissero agli utenti un maggior carniere di servizi online, visto che fin’ora, anche a causa della piccola dimensione che caratterizza la maggioranza dei paesi italiani, solo il 4% mette a disposizione applicazioni veramente interattive, come l’avvio o la chiusura di una pratica e i pagamenti, mentre il 59% dei Comuni si limita a contenuti informativi. Una situazione che similarmente si ripete per i mondi di scuola e sanità, ancora molti incentrati su un’ottica 1.0, di tipo prevalentemente informativo.

In questo senso, un importante stimolo alla digitalizzazione viene dal Piano e-Gov 2012, che prevede di digitalizzare alcuni servizi elementari: ad esempio nel campo sanitario, come ricorda lo studio, “prescrizioni e certificati di malattia digitali, sistemi di prenotazione online” per i servizi o la creazione delle “infrastrutture per un’erogazione di servizi sanitari sempre più vicini alle esigenze dei cittadini (fascicolo sanitario elettronico e innovazione delle strutture delle aziende sanitarie)”.
Circostanze che porteranno anche a rivedere il sistema delle infrastrutture di rete, che, dal 2001 al 2008, sono passate a coprire, con tecnologia Adsl, dal 40 al 95% della popolazione. “Il 5% della popolazione si trova in zone caratterizzate da situazioni di digital divide di lungo periodo, perché prive di Dslam o troppo distanti dalle centrali telefoniche”, sottolinea lo studio. A questo, bisogna aggiungere “il 7% di popolazione che si trova in aree di digital divide di medio periodo, con Dslam connessi in rame o altri apparati in grado di fornire prestazioni limitate”. Insomma, rimane un 12% di italiani per cui una connessione a banda larga è problematica. 

Proprio in questi numeri sta la possibilità, con la realizzazione di un “Progetto Paese” che renda disponibili a tutti servizi innovativi  di avere “non solo un’infrastruttura economica fondamentale per la competitività ma anche una sorta di “ exit strategy” dalla crisi”, perché “un più largo impiego di servizi digitali in tutta l’economia permetterà ad aziende, istituzioni pubbliche e civili di aumentare l’efficienza e l’innovazione, di sviluppare nuovi prodotti e servizi e di incrementare la crescita della produttività fino al 40% per ogni punto di Pil”.

28 Settembre 2009