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Pileri (Csit): “Mezza Italia è fuori gioco”

L’allarme del presidente di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici. “C’è un digital divide culturale da affrontare con decisione. Senza perdere tempo”

28 Set 2009

L’Italia conta meno di 30 milioni di abitanti. Un’affermazione
paradossale, visto che il numero dei cittadini ha da poco superato
quota 60 milioni, ma un’affermazione che diventa  immediatamente
vera se quella di cui si parla è l’Italia “virtuale”, quella
della Rete. Che, come emerge dallo studio presentato in occasione
del convegno “I servizi innovativi per il rilancio
dell’economia”, organizzato da Confindustria Servizi innovativi
e tecnologici e dal Dipartimento per la digitalizzazione della
pubblica amministrazione e l’innovazione tecnologica della
Presidenza del Consiglio dei ministri, è popolata da meno del 50%
degli italiani. Ma che, al tempo stesso, è fondamentale per il
Paese e per la sua crescita, visto che secondo i dati elaborati
nello studio potrebbe, nei prossimi 20 anni, portare ad un aumento
del Pil del 30%.

Un numero che potrebbe essere accolto con scetticismo, ma che in
realtà passa attraverso quattro semplici linee guida: la riduzione
della burocrazia attraverso il ricorso ai servizi online (+4%); il
potenziamento delle infrastrutture digitali (+2%); l’adeguamento
del capitale umano, ovvero una miglior formazione all’uso delle
tecnologie Ict (+13%); la liberalizzazione dei servizi (+11%).
Ovvero, una revisione di alcuni fattori strutturali relativi
all’innovazione e alla produttività, uniti ad interventi
indirizzati al mondo del terziario che portassero l’Italia a
superare il digital divide culturale che la caratterizza,
potrebbero aiutare il Paese ad uscire più forte e più in fretta
dalla crisi, garantendo per i prossimi anni una crescita più
robusta di quella degli anni pre-crisi.
I numeri, sottolinea l’ “Osservatorio digitale Italia 2.0”,
sono sotto molti punti di vista preoccupanti, sia per quanto
riguarda le famiglie e le imprese. La diffusione della banda larga,
ad esempio è al 39% nel mondo consumer e al 54 % in quello
business, contro dati europei generalmente più alti: fra i grandi
Paesi dell’Ue, per quanto riguarda le famiglie, stanno meglio
dell’Italia sia la Spagna (45%), che Francia e Regno Unito,
(sopra il 60%).
Per quanto riguarda le imprese, invece, ci posizioniamo davanti ai
cugini d’Oltralpe (50%), ma ben dietro a Madrid e Londra (97 e
87%). Ci sono tuttavia anche segnali positivi, come l’aumento
delle connessioni in banda larga fissa e mobile: le prime sono
arrivate a 9,7 milioni, con una crescita ancora in doppia cifra,
mentre l’impetuosa crescita dell’internet mobile fa sì che
ormai un 4% della popolazione abbia a disposizione un modem usb o
una connect card. Un aumento di connessioni che corrisponde anche
ad un aumento nell’utilizzo dei servizi 2.0, ovvero ad un
cambiamento da un approccio comunicativo ad uno partecipativo della
rete.

Un volano fondamentale per la crescita, secondo quanto evidenzia lo
studio, dovrebbe venire dalla Pubblica amministrazione.
Se infatti fino ad ora, nelle Pmi, che costituiscono il cuore del
sistema economico italiano, gli investimenti in Ict non sono ancora
associati a obiettivi di business ma percepiti come un costo, un
utilizzo più massiccio dei servizi online della PA potrebbe
aiutare una diffusione più generale dei servizi online. PA e
sistema bancario rappresentano infatti i principali interlocutori
sul web per le imprese, ma, soprattutto per i rapporti con
l’amministrazione, l’approccio è per ora poco interattivo e
riguarda soprattutto il download di moduli.
Sarebbe per questo opportuno che, soprattutto gli enti locali,
Comuni in testa, offrissero agli utenti un maggior carniere di
servizi online, visto che fin’ora, anche a causa della piccola
dimensione che caratterizza la maggioranza dei paesi italiani, solo
il 4% mette a disposizione applicazioni veramente interattive, come
l’avvio o la chiusura di una pratica e i pagamenti, mentre il 59%
dei Comuni si limita a contenuti informativi. Una situazione che
similarmente si ripete per i mondi di scuola e sanità, ancora
molti incentrati su un’ottica 1.0, di tipo prevalentemente
informativo.

In questo senso, un importante stimolo alla digitalizzazione viene
dal Piano e-Gov 2012, che prevede di digitalizzare alcuni servizi
elementari: ad esempio nel campo sanitario, come ricorda lo studio,
“prescrizioni e certificati di malattia digitali, sistemi di
prenotazione online” per i servizi o la creazione delle
“infrastrutture per un’erogazione di servizi sanitari sempre
più vicini alle esigenze dei cittadini (fascicolo sanitario
elettronico e innovazione delle strutture delle aziende
sanitarie)”.
Circostanze che porteranno anche a rivedere il sistema delle
infrastrutture di rete, che, dal 2001 al 2008, sono passate a
coprire, con tecnologia Adsl, dal 40 al 95% della popolazione.
“Il 5% della popolazione si trova in zone caratterizzate da
situazioni di digital divide di lungo periodo, perché prive di
Dslam o troppo distanti dalle centrali telefoniche”, sottolinea
lo studio. A questo, bisogna aggiungere “il 7% di popolazione che
si trova in aree di digital divide di medio periodo, con Dslam
connessi in rame o altri apparati in grado di fornire prestazioni
limitate”. Insomma, rimane un 12% di italiani per cui una
connessione a banda larga è problematica. 

Proprio in questi numeri sta la possibilità, con la realizzazione
di un “Progetto Paese” che renda disponibili a tutti servizi
innovativi  di avere “non solo un’infrastruttura economica
fondamentale per la competitività ma anche una sorta di “ exit
strategy” dalla crisi”, perché “un più largo impiego di
servizi digitali in tutta l’economia permetterà ad aziende,
istituzioni pubbliche e civili di aumentare l’efficienza e
l’innovazione, di sviluppare nuovi prodotti e servizi e di
incrementare la crescita della produttività fino al 40% per ogni
punto di Pil”.