Talotta (Telecom Italia): "La logica del free riding è anti-investimenti"

NET NEUTRALITY/2

Non regge il modello di sviluppo sulla base delle fee dei soli utenti finali

di Alessandro Talotta, Chief Regulatory Officer Telecom Italia
Il dibattito sulla Net Neutrality nasce negli Usa nei primi anni 2000 intorno al concetto di Internet come piattaforma di rete aperta per l’accesso a qualsiasi tipologia di contenuti e applicazioni sul Web, mediante qualsiasi apparato e fornitore di rete. Per garantire questo obiettivo, la Fcc ha introdotto specifiche misure di non discriminazione tra i diversi contenuti e applicazioni e trasparenza delle informazioni per gli utenti.
Negli ultimi anni, la Net Neutrality è entrata anche nell’agenda regolamentare europea, ma il nostro caso è nettamente distinto da quello statunitense. Infatti, negli Usa, l’accesso broadband su reti Tlc è deregolamentato per la diffusa presenza di reti alternative su cavo. Nella Ue, invece, gli obblighi di accesso non discriminatorio alle reti degli operatori Spm e la normativa a tutela del consumatore sono radicati da più di un decennio e rendono, quindi, ridondante il richiamo a misure specifiche per l’accesso ad Internet. In materia di regolamentazione, quindi, il modello europeo, con le punte di access equivalence del Regno Unito e dell’Italia, è molto più avanzato di quello statunitense.

C’è poi la dimensione più demagogica della Net Neutrality legata al mito di una “rete totalmente neutrale” rispetto a qualsiasi tipologia di traffico. Si tratta di un “mito”: Internet è stata sempre dotata di meccanismi di traffic management, indispensabili per garantire l’efficienza della rete all’aumentare dei volumi di traffico e delle applicazioni. La Net Neutrality andrebbe, quindi, più realisticamente definita come “trattamento equivalente” delle applicazioni simili piuttosto che di qualsiasi tipologia di applicazioni.
Mentre si comincia a “sdoganare” il traffic management, quello che negli Usa resta ancora un tabù, soprattutto per gli application provider, come Google, YouTube, Skype, E-Bay, è la possibilità di offrire accessi broadband con livelli differenziati di Quality of Service. È evidente che il “mito” della qualità unica è avulso dalla realtà di mercato. Già oggi le famiglie e le imprese possono scegliere tra accessi con velocità differenziate e le opzioni aumenteranno con lo sviluppo degli accessi in fibra.

Mentre negli Usa ancora si dibatte su questo punto, la Ue ha individuato una soluzione con la recente riforma della Direttiva “Servizio Universale” che ha previsto che gli operatori possano praticare tecniche di network management e offrire livelli diversi di QoS a prezzi differenziati. A garanzia degli utenti, le autorità nazionali di regolamentazione possono, ove necessario, imporre un livello minimo di QoS per evitare fenomeni di indebito degradamento o blocco del traffico. In ottica di efficienza sociale, una eventuale QoS minima dovrà corrispondere ad un servizio base per evitare l’imposizione di oneri eccessivi agli operatori e ai clienti non interessati a prestazioni più elevate della rete.

L’obiettivo dei grandi application e content provider è, invece, di ottenere il più ampio numero di clienti potenziali per offrire servizi sul Web  utilizzando le infrastrutture di accesso come grandi “autostrade” senza controllo del traffico e senza pedaggio. Si comprende, così, la loro richiesta di una QoS unica o del livello più elevato possibile di una eventuale QoS minima. All’aumentare delle prestazioni degli accessi broadband aumentano, infatti, le possibilità di veicolare servizi innovativi sempre più sofisticati, senza dover richiedere un upgrade ai clienti. Tuttavia, il perdurare dell’attuale strategia di free riding rischia di determinare una riduzione degli investimenti e dello sviluppo delle reti. Soprattutto in chiave Ngan, è difficile ipotizzare un modello di sviluppo “sostenuto” dalle fee di accesso dei soli utenti finali.
In linea di principio, tutti i player che traggono vantaggi commerciali dall’aumento delle prestazioni della rete di accesso dovrebbero partecipare alla remunerazione degli investimenti sostenuti dagli operatori di Tlc, mediante wholesale access fee differenziate in base alla tipologia di utenti/accessi raggiunti o altri meccanismi contrattuali ad hoc. Un nuovo modello di charging dell’accesso broadband, che consenta una più efficiente distribuzione dei costi e dei benefici dell’innovazione ed un maggiore coordinamento tra domanda e offerta di capacità, comporterebbe un vantaggio per l’ecosistema Internet.

25 Gennaio 2010