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Talotta (Telecom Italia): “La logica del free riding è anti-investimenti”

Non regge il modello di sviluppo sulla base delle fee dei soli utenti finali

25 Gen 2010

Il dibattito sulla Net Neutrality nasce negli Usa nei primi anni
2000 intorno al concetto di Internet come piattaforma di rete
aperta per l’accesso a qualsiasi tipologia di contenuti e
applicazioni sul Web, mediante qualsiasi apparato e fornitore di
rete. Per garantire questo obiettivo, la Fcc ha introdotto
specifiche misure di non discriminazione tra i diversi contenuti e
applicazioni e trasparenza delle informazioni per gli utenti.
Negli ultimi anni, la Net Neutrality è entrata anche nell’agenda
regolamentare europea, ma il nostro caso è nettamente distinto da
quello statunitense. Infatti, negli Usa, l’accesso broadband su
reti Tlc è deregolamentato per la diffusa presenza di reti
alternative su cavo. Nella Ue, invece, gli obblighi di accesso non
discriminatorio alle reti degli operatori Spm e la normativa a
tutela del consumatore sono radicati da più di un decennio e
rendono, quindi, ridondante il richiamo a misure specifiche per
l’accesso ad Internet. In materia di regolamentazione, quindi, il
modello europeo, con le punte di access equivalence del Regno Unito
e dell’Italia, è molto più avanzato di quello statunitense.

C’è poi la dimensione più demagogica della Net Neutrality
legata al mito di una “rete totalmente neutrale” rispetto a
qualsiasi tipologia di traffico. Si tratta di un “mito”:
Internet è stata sempre dotata di meccanismi di traffic
management, indispensabili per garantire l’efficienza della rete
all’aumentare dei volumi di traffico e delle applicazioni. La Net
Neutrality andrebbe, quindi, più realisticamente definita come
“trattamento equivalente” delle applicazioni simili piuttosto
che di qualsiasi tipologia di applicazioni.
Mentre si comincia a “sdoganare” il traffic management, quello
che negli Usa resta ancora un tabù, soprattutto per gli
application provider, come Google, YouTube, Skype, E-Bay, è la
possibilità di offrire accessi broadband con livelli differenziati
di Quality of Service. È evidente che il “mito” della qualità
unica è avulso dalla realtà di mercato. Già oggi le famiglie e
le imprese possono scegliere tra accessi con velocità
differenziate e le opzioni aumenteranno con lo sviluppo degli
accessi in fibra.

Mentre negli Usa ancora si dibatte su questo punto, la Ue ha
individuato una soluzione con la recente riforma della Direttiva
“Servizio Universale” che ha previsto che gli operatori possano
praticare tecniche di network management e offrire livelli diversi
di QoS a prezzi differenziati. A garanzia degli utenti, le
autorità nazionali di regolamentazione possono, ove necessario,
imporre un livello minimo di QoS per evitare fenomeni di indebito
degradamento o blocco del traffico. In ottica di efficienza
sociale, una eventuale QoS minima dovrà corrispondere ad un
servizio base per evitare l’imposizione di oneri eccessivi agli
operatori e ai clienti non interessati a prestazioni più elevate
della rete.

L’obiettivo dei grandi application e content provider è, invece,
di ottenere il più ampio numero di clienti potenziali per offrire
servizi sul Web  utilizzando le infrastrutture di accesso come
grandi “autostrade” senza controllo del traffico e senza
pedaggio. Si comprende, così, la loro richiesta di una QoS unica o
del livello più elevato possibile di una eventuale QoS minima.
All’aumentare delle prestazioni degli accessi broadband
aumentano, infatti, le possibilità di veicolare servizi innovativi
sempre più sofisticati, senza dover richiedere un upgrade ai
clienti. Tuttavia, il perdurare dell’attuale strategia di free
riding rischia di determinare una riduzione degli investimenti e
dello sviluppo delle reti. Soprattutto in chiave Ngan, è difficile
ipotizzare un modello di sviluppo “sostenuto” dalle fee di
accesso dei soli utenti finali.
In linea di principio, tutti i player che traggono vantaggi
commerciali dall’aumento delle prestazioni della rete di accesso
dovrebbero partecipare alla remunerazione degli investimenti
sostenuti dagli operatori di Tlc, mediante wholesale access fee
differenziate in base alla tipologia di utenti/accessi raggiunti o
altri meccanismi contrattuali ad hoc. Un nuovo modello di charging
dell’accesso broadband, che consenta una più efficiente
distribuzione dei costi e dei benefici dell’innovazione ed un
maggiore coordinamento tra domanda e offerta di capacità,
comporterebbe un vantaggio per l’ecosistema Internet.