D'Angelo (Agcom): "Ngn, concorrenza sui servizi"

REGOLE & RETI

Per il Commissario dell'Authority "le nuove regole devono tener conto della situazione di mercato. Il caso Collina Fleming è emblematico: c'è la fibra, ma gli utenti non la usano"

di Mila Fiordalisi
Garantire la connotazione di rete aperta all’infrastruttura di nuova generazione di Telecom Italia. Svincolare gli operatori alternativi dalle scelte architetturali dell’incumbent, lasciando libera scelta fra Gpon e P2P. Assicurare che il servizio wholesale di accesso end to end si configuri come la soluzione di accesso disaggregato più prossima all’ unbundling su rame in centrale. Facilitare l’accesso a tutte le infrastrutture civili in rete di accesso, per consentire la posa dei cavi. Applicare il principio dell’orientamento al costo per il pricing nelle aree a scarsa concorrenza infrastrutturale. Spingere il co-investimento nella realizzazione delle nuove reti, in particolare delle infrastrutture passive e del cablaggio, per ridurre il rischio di investimento, specialmente nelle aree meno profittevoli. E favorire gli investimenti riconoscendo un risk premium in caso di realizzazione delle reti da parte di un unico operatore. Queste, in sintesi, le proposte messe nero su bianco dall’Agcom nello “Schema di provvedimento per la regolazione dei servizi di accesso alle reti di nuova generazione”. Il documento - oggetto di consultazione pubblica nazionale di qui ai prossimi mesi e già inviato alla Commissione Ue, che dovrà esprimersi a riguardo in vista della messa a punto delle regole definitive da parte dell’Autorità presieduta da Corrado Calabrò - ha stabilito nel dettaglio, seppur ancora in via provvisoria, gli obblighi in capo a Telecom Italia sulle modalità di accesso alle reti Ngn.
“L’Authority ha tenuto in massima considerazione i principi della Raccomandazione Ue sulle Nga nonché le osservazioni dei player di mercato e delle associazioni di categoria nell’ambito della consultazione pubblica avviata sulla prima proposta di regolazione - spiega il consigliere Agcom Nicola D’Angelo -. La proposta non è definitiva, quindi ulteriori aggiustamenti saranno possibili prima di arrivare alla versione finale, ma contiene gli orientamenti dell’Authority su alcune questioni cardine a partire dalle modalità di accesso alle infrastrutture. L’introduzione del Vula, l’unbundling virtuale, rappresenta una novità e caratterizza la proposta italiana”.
Consigliere D’Angelo, c’è chi sostiene che il Vula non sia la soluzione tecnica ideale, tanto più che non è stata mai testata sul campo.
Non è possibile ragionare in questi termini. Le reti Ngn non esistono quindi quello che accadrà da un punto di vista operativo lo si potrà toccare con mano solo quando saranno realizzate. Non siamo più ai tempi della liberalizzazione del settore delle Tlc, quando la rete di Telecom era già esistente e quindi era più semplice definire anche le modalità tecniche. I regolatori oggi sono chiamati a mettere mano a una materia nuova. E i problemi sono due: da un lato è necessario stabilire le modalità di accesso ad un’infrastruttura inesistente e dall’altro bisogna fare in modo che le regole creino le condizioni per favorire gli investimenti.
A parte il Vula quali sono le novità rispetto alla proposta iniziale?
Ci sono stati aggiustamenti sul fronte del modello di pricing, che è doppio, ossia orientato al costo nelle aree non infrastrutturate e al mercato in quelle in cui c’è ampia disponibilità di reti. Si è infatti introdotto il principio di “misurazione” della concorrenza non solo da un punto di vista della quantità di infrastrutture presenti, ma soprattutto dell’offerta effettiva di servizi. Non va sottovalutato questo aspetto: ci sono aree in Italia in cui le reti in fibra ci sono già ma la domanda non si è sviluppata, dove quindi, non si può parlare di una vera concorrenza.
Ad esempio?
Il caso di Collina Fleming a Roma è emblematico: ci sono reti in fibra concorrenti ma la domanda non c’è. Quindi è indispensabile che le regole tengano conto anche della concorrenza dei servizi.
E poi che altro?
Poi è stato rafforzato l’aspetto della vigilanza anche e soprattutto per valutare come si evolverà il mercato e quindi poter intervenire in caso le condizioni di partenza dovessero mutare in particolare nelle aree non infrastrutturate. Tenga conto fra l’altro che è in corso l’indagine conoscitiva sulla net neutrality: ciò che verrà fuori sarà determinante ai fini del quadro regolatorio. Non a caso nelle norme transitorie dello schema di regolamento la questione è stata specificata. L’Agcom si riserva quindi di avviare un procedimento per valutare eventuali profili regolamentari connessi alla fornitura di diverse classi di qualità del servizio e la gestione di diversi livelli di priorità del traffico, coerenti con l’evoluzione verso nuove architetture di rete, fermo restando l’incancellabile principio della net neutrality.
Si punta sul co-investimento.
Sì, l’Agcom propende in questa direzione sebbene l’Europa sia orientata su una competizione di tipo infrastrutturale per favorire la concorrenza: considerate le difficoltà degli operatori a reperire risorse in un momento economico fra l’altro non facile, appare improbabile o quanto meno difficile che si sviluppi più di una rete.
Si sta facendo strada il modello della cooperazione pubblico-privata a livello locale. Diremo addio alla Ngn nazionale?
La rete unica è senza dubbio il punto di arrivo. Ma è evidente che almeno inizialmente la realizzazione delle reti vedrà impegnate singole aree geografiche dove, tra l’altro, le amministrazioni pubbliche stanno spingendo sugli investimenti in fibra. Ma non si può pensare a una doppia velocità: il rischio concreto è che si inasprisca il digital divide e che non si riesca a soddisfare la crescente domanda di banda lasciando addirittura fuori dalla partita intere porzioni di territorio. Se così fosse si creerebbero esclusioni sociali gravissime. Quindi non bisogna perdere di vista l’obiettivo: dare vita ad un’infrastruttura di carattere nazionale.

06 Giugno 2011